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Dalla sharing economy al platform capitalism

Oggi si è aperta la due giorni di Sharitaly all’interno della Collaborative Week milanese. La sociologa Ivana Pais e Marta Mainieri di Collaboriamo sono arrivate alla terza edizione di questo evento, il primo sull’economia collaborativa in Italia (ne avevo già parlato qui), e all’ex Ansaldo di Milano si godono folla e i meritati riconoscimenti. La Sharing Economy è ormai raccontata come fenomeno mainstream ed è giunto quindi il momento di esercitare l’arte del dubbio, così come il professor Henri Broch ha definito la zetetica. È giusto farsi domande concrete, parlare di prospettive, e soprattutto togliere dalla sharing economy quell’aurea salvifica affibbiatale dalla comunicazione. Perché collaborazione, condivisione, bene comune, ritorno alla cooperazione sono parole belle e piene di speranza, poi però bisogna fare i conti. E vedere se i conti tornano. Sui dati della sharing economy italiana e in specifico delle piattaforme crowdfunding ha ben riferito Ivana Pais (il report lo trovate qui). In sintesi, cresce tutto, passando da 138 a 186 piattaforme sharing e da 41 a 69 per il crowdfunding. La maggiorparte riguardano turismo (17 per cento), trasporto (22) e beni di consumo (18). È una buona notizia? In parte sì. Però poi, se si va a vedere il numero di utenti si scopre che questi non crescono al pari delle piattaforme. Cosa vuol dire? Vuol dire che solo il 7 per cento delle piattaforme raggiunge 500 mila utenti e che nessuna di queste è leader, ovvero si distingue dalle altre ed emerge. Lo stesso vale per il crowdfunding: solo il 9 per cento supera i 50 mila sostenitori. La domanda quindi è: abbiamo davvero tutta questa voglia di condividere?

Che poi, quello che mi sono sempre chiesta, è se tutto questo sharing generasse veramente economy. Se si producesse valore insomma, in termine di denaro, relazione sociale, welfare, ricchezza di relazioni e cultura. Allora, saltate in toto le riflessioni di Valerio Cosimo Romano sul monopolio come morte nera della sharing economy, in questo esercizio del dubbio, meglio soffermarsi sulle parole di Emanuele Dagnino e sulle tipologie di lavoro generate da questo tipo di economia, in questo caso specifico ondemand economy. Per scoprire, e non è che non ci avesse punto vaghezza, che questo lavoro tanto lavoro non è. A meno che non si possa definire tale un impiego in cui non è previsto nessun minimo retributivo e nessun welfare. In cui tutto il rischio è sopra alle spalle di un pseudo imprenditore di se stesso precario esposto a un ansioso overworking. A meno che non si definisca lavoro un impiego per cui formazione e competenze siano lussuosi optional. Certo, Dagnino rimanda a esempi americani in cui un’interpretazione nuova e più attuale alle normative esistenti sarebbe più aderente alle diverse tipologie dei lavori oggi, e considera l’ondemand economy come un’occasione per rivedere in modo globale, non nelle specifiche categorie, le normative sul lavoro in Italia. E il punto è proprio questo: sapremo costruire norme aderenti alle varie realtà o lo scollamento tra l’impianto delle leggi sul lavoro sarà sempre più ampio?

Ma il vero bagno di realtà è arrivato con Adam Arvidsson. Quando dice, parlando di creazione di valore, che il 90 per cento delle piattaforme ha un turnover di 1000 euro l’anno, cifra che non basta nemmeno a coprire le spese del toner della stampante, appare chiaro quanto c’è di sharing e quanto c’è (ben poca) di economy. Ma Arvidsson demolisce anche il mito del valore esperenziale della sharing economy, anche quando monetizza semplicemente risorse latenti (la propria casa, la propria auto o altri beni) perché, dice, poi vai ad approfondire l’analisi qualitativa e vedi che l‘esperienza è standardizzata, omologata. La definizione più giusta alla fine è quella, già usata, di Platform Capitalism, che non è tanto diversa dai classici meccanismi di accumulo di capitale (visto che dietro Uber o Airbnb ci sono la solita decina di investitori), e che, se se ne deve sottolineare una diversità tra oggi e ieri, sta se mai in una discrepanza senza precedenti tra chi accumula e chi “lavora”. Perché solo una povertà così diffusa porta tanta gente a mettere a disposizione, a condividere,  i propri beni…

Ora, ci sarebbe da chiedersi come mai, nella mattinata di apertura del convegno sulla sharing economy si arrivi persino a decretarne la morte per sopraggiunto cinico realismo. Ma il fatto è che, forse, bisognerebbe provare a misurare il valore delle cose nuove con nuove scale di valori. Sempre che ne abbiamo. Il valore disruptive della sharing economy è innegabile, costringe le aziende che operano in mercati consolidati a confrontarsi con dinamiche e concorrenze diverse, costringe noi a ripensare nuovi paradigmi sul lavoro, lo stile di vita, il concetto di proprietà. Una parte del problema sta anche in come, quando un concetto diventa mainstream, viene raccontato. Si urla all’innovazione (parola balsamica per eccellenza) e al fermento creativo parlando di start up, dimenticandosi di dire che più dell’80 per cento fallisce dopo un anno; si inneggia alla sharing economy, ma, anche solo per semplificazione, raramente si entra nei risvolti e negli impatti dell’economia reale. Un po’ come il caso citato da Arvidsson della Flat White Economy che avrebbe rivitalizzato e hipsterizzato tutto l’East London e che poi, vai a vedere, è solo una bolla resa possibile da un esercito di creativi disposti a lavorare per niente. Ecco, sarà pure di moda, ma non sono così sicura che ce lo possiamo permettere.

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