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Del talento e della fatica

La professoressa Daniela Lucangeli è vice-presidente dell’Associazione Gifted and Talented Education e professore Ordinario di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso l’Università di Padova. Con lei, in occasione di un mio articolo per Gioia, ho parlato di valorizzazione del talento e di pratiche educative nella scuola. Ecco l’intervista integrale. 

Come riconoscere, e valorizzare, i bambini e le bambine ad alto potenziale?

L’argomento è complesso. Anni fa l’ufficio scolastico del Veneto rilevò che quasi il 62 per cento di studenti ad alto potenziale cognitivo abbandonava la scuola dopo la terza media. Il problema, oltre che economico, era evidentemente anche etico. D’altra parte, quello che è stato rilevato in Veneto succede anche su ampia scala, tanto che è l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dire che i bambini ad alto potenziale cognitivo sono spesso segnalati tra quelli che hanno difficoltà emotive e sociali. In ogni caso, siamo in presenza di un gifted children quanto il QI supera i parametri di norma, ma l’idea non è tanto la valutazione della quantità quanto della qualità: difficilmente si hanno potenziali alti in tutte le funzioni, semmai, si eccelle in alcune funzioni con capacità quindi non sempre armoniche. Questo spiega in parte perché i bambini ad alto potenziale cognitivo appaiano più fragili in campo emotivo: a differenza delle capacità cognitive, più mature, semplicemente rispodono a livello emozionale per l’età che hanno…

Come distinguere i bravi dai talenti plusdotati?

Difficilmente si ha un’equivalenza tra prestazione scolastica e alto potenziale. I bambini plusdotati hanno di solito un pensiero divergente, una modalità di intelligenza molto meno obbediente, e quindi meno adattabile alle richieste di prestazione della scuola. Il nostro obiettivo è proprio quello di formare scuola e insegnanti per aiutarli a riconoscere questi bambini, cosa molto difficile. Consideriamo che qualsiasi persona con una intelligenza nella norma è in grado di apprendere le richieste scolastiche. Altra cosa è chi invece fin da piccolo dimostra della capacità e delle qualità che gli consentono dei andare oltre l’apprendimento dovuto alle informazioni date, chi ha, appunto, un’attività cognitiva divergente e progredisce quasi in modo autonomo.

Che tipo di attenzione e orientamento deve avere la scuola nei confronti di questi studenti?

Innanzi tutto la scuola non deve confondere la prestazione con la cognizione, cioè il risultato a cui uno studente arriva come conseguenza di un insegnamento o per sue doti particolari. Nel caso della Regione Veneto siamo riusciti a mettere in piedi un progetto regionale per formare oltre 350 docenti della scuola dell’obbligo della durata di tre anni, durante i quali si è imparato a identificare le caratteristiche dei gifted children, a implementare delle strategie didattiche, a operare per una didattica inclusiva faciliti la collaborazione tra bambini…

 Ma queste strategie non sarebbero utili per la scuola tutta e non solo per gli alunni e le alunne con plusdotazione?

È esattamente questo il punto. Queste sono strategie danno a tutti i bambini la possibilità di tirar fuori il meglio di sé. Le pratiche inclusive hanno alla base l’idea di un’intelligenza qualitativamente distribuita e concepiscono ogni bambino con delle sue particolari qualità.

Quanto serve dare i voti fin dalle elementari per valorizzare questi aspetti cognitivi e in generale per valutare lo studente?

Personalmente sono per una scuola governata da un principio di potenziamento e di aiuto: la valutazione è un momento di verifica anche su come che ha operato il lavoro dell’insegnante, ma non deve diventare un principio di giudizio di valore o sulla persona: questo è di fatto un fraintendimento educativo. Inoltre, il giudizio di valore, a livello psicologico, interferisce con dei processi psicologici in formazione e per questo può essere molto pericoloso: nessun adulto accetterebbe di essere giudicato tutti i giorni tutto il giorno per più di dieci anni della sua vita… Se la mettessimo in questa prospettiva forse capiremmo cosa stiamo facendo e cercheremmo almeno di intraprendere quella rivoluzione dentro la professionalità docente che troppo facilmente si erge giudice degli altri. Questo non significa non essere consapevoli che anche la misura delle prestazioni è essa stessa conoscenza, ma è il meccanismo con cui si valuta l’apprendimento che va rivisto. D’altra parte, istruire non significa far apprendere: se si acquisiscono delle informazioni non per questo significa che si è appreso…

Quanto entra in gioco il ruolo delle emozioni nello studio?

Chi studia da anni i meccanismi cognitivi ci dice che quando noi impariamo non mettiamo nel nostro cervello o nel circuito della nostra memoria solo nozioni, ma anche le emozioni con cui abbiamo imparato. Questo significa che quando noi andiamo a recuperare quelle informazioni, recuperiamo anche le emozioni con cui le abbiamo apprese. Se abbiamo studiato con paura, con ansia, con scarso piacere o con la sensazione di non sentirci capiti, attiveremo un circuito sbagliato, stress compreso. Troppi studenti studiano e vanno a scuola con queste condizioni emotive e il risultato è quello che purtroppo si vede.

Nella foto, Follow You, 2013, dell’artista cinese Wang Qingsong.

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