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Design: oltre il mobile c’è di più

[Articolo pubblicato su Sette il 4 aprile 2014] Parafrasando Gertrude Stein si potrebbe dire: una sedia è una sedia, è una sedia. La ragione di un oggetto non è altro che l’oggetto stesso, oppure, per una sorta di moltiplicazione dei significati, una sedia è anche il nostro modo di abitare, di tessere relazioni, la nostra postura nel mondo. Il fatto è che, facile considerazione, di sedie ce ne sono fin troppe. Così, mentre fare il designer sta diventano un mestiere sempre meno pagato, mentre nonostante le esportazioni il fatturato totale del settore registra un calo del 12 per cento e la chiusura, solo nel 2013, di 2 mila 400 aziende, mettere sul mercato un altro prodotto industriale, se pur il più connotato, il più complesso e il più significativo – per usare le parole di Alessandro Mendini che per la verità di sedie ne ha disegnate tante ma mai per starvici comodi – rischia di essere l’ennesimo esercizio stilistico, l’ennesima “merce senza impegno” in un mondo che, al contrario, è alla ricerca di un nuovo senso. Economico, etico ed estetico. La sedia, considerata l’oggetto simbolo nella storia del design, è ovviamente solo il pretesto per chiedersi qual è il ruolo del design oggi. Oggi che siamo sufficientemente maturi per non farci incantare da quella ridondanza semantica in voga negli ultimi anni e che definiva alcuni prodotti “di design”, e che ogni giorno facciamo esperienza di quanto poter usare un oggetto, aver accesso a esso, sia talvolta più importante di possederlo. Non vogliamo auto o biciclette, ma servizi di bike e car sharing. Non uffici, ma luoghi di co-working dove lavorare o incontrare colleghi senza che via sia, o rimanga, traccia della nostra presenza. E in un futuro non troppo lontano, potremmo anche rinunciare a cucine o lavatrici di proprietà esclusiva. Basta averle a disposizione quando ne manifestiamo il bisogno, magari più efficaci, capaci di provvedere da sole a manutenzione e detersivo, magari più ecologiche e meno costose. Prima di cominciare la seduta di analisi, è forse allora il caso di mettere un punto fermo su cosa significhi, in vero, la parola design. «È una sorta di stereotipo italiano pensare al design in quanto oggetto o prodotto. Il design è invece, nel suo senso più ampio, un modo di progettare. Quello che tocchiamo con mano è in realtà solo l’evidenza di un servizio e di un comportamento, spesso collettivo e condiviso, che deve essere organizzato, reso piacevole, accessibile, e appunto disegnato nelle sue relazioni tra cose, persone, luoghi. Basta andare in giro per il mondo per scoprire che dovunque si parla di design dei servizi sociali e persino della democrazia. Il prodotto finale è solo una parte di questo processo, ma la monovisione in cui si è chiusa l’Italia rischia di farla restare indietro, sia a livello culturale che nei settori produttivi». Chi parla è Ezio Manzini, uno dei più importanti teorici del design, professore del Politecnico di Milano e Honorary Professor alla University of Arts a Londra, nonché presidente del DESIS: un network internazionale di scuole di design che lavora per l’innovazione sociale e la sostenibilità. Manzini è stato un first mover del così detto design dell’intangibile e oggi, che progettare l’accesso ai beni è diventato tanto importante quanto il disegno dei beni stessi, anche la nostra “sedia” comincia a mostrare i primi segni di crisi di identità.

Una sedia non è (solo) una sedia Un paio di anni fa, l’architetto cileno Alejandro Aravena presentò per Vitra un nastro elastico lungo 85 centimetri e largo 5 realizzato con il filato usato per il rinforzo dei divani e scarti della pelle: bastava avvolgercisi schiena e gambe, tenendole insieme come avrebbero fatto le nostre braccia, e potevamo sederci ovunque. Chairless, che in negozio non costa più di 20 euro, è la prova che alcuni dei nostri bisogni non sono cambiati e che la risposta, in termini di oggetto, può essere semplicissima. Inoltre, poiché è evidente che tutti possono realizzare un nastro simile, questo prodotto industriale è in realtà una provocazione formale, e intellettuale, alla ragione d’essere dello stesso industrial design. Ma c’è chi si spinge oltre. Chi è ancora più radicale nello scavalcare la dittatura dell’oggetto. La designer francese Nathalie Bruyère, insieme alla sorella economista Mireille e all’architetto Pierre Duffau, ha scritto un libro-manifesto, presentato in versione cartacea per la prima volta al prossimo Salone del Mobile all’interno della mostra Sharing Design alla Fabbrica del Vapore, dal titolo Fare architettura e design in una società della condivisione: «Siamo circondati da troppi oggetti, troppi brand, troppi design guru» dice Bruyère. «Il design deve recuperare il suo valore sociale e non deve più nascondere la sua complessità dietro una forma. Questo non vuol dire che smetteremo di produrre cose. Semplicemente, dobbiamo rivedere il ruolo del designer e i modi di progettazione. Solo facendo un passo indietro come autori e condividendo le competenze potremmo dare il via a una nuova generazione di prodotti». Così, mentre in questi giorni, sul loro sito Ultra Ordinaire, saranno messi in vendita i robot Play Communs pensati per avvicinare i bambini all’elettronica (loro ci hanno messo design del concept e dei componenti elettronici, gli utenti, l’organizzazione dei comandi per muovere braccia e gambe, il disegno delle varie espressione del volto, colori e suoni), alla Fabbrica del Vapore, proveranno a dare nuova identità a tre forme base – il piatto, il bicchiere, la coppa – sommandone le tipologie più diffuse in Francia, Spagna e Italia. Il risultato non sarà tanto un oggetto, quanto la creazione di una rete di informazioni che permetterà, anche attraverso l’autoproduzione, di avere un manufatto espressione di uno stile culturale condiviso, ma soprattutto libero dalle vecchie regole del mercato. Perché in fondo, un oggetto-archetipo è patrimonio comune, mentre il design, il fare progettuale, se ben guidati, lo possiamo sperimentare tutti. Il che non significa certo, che domani ognuno di noi potrà farsi una “sedia”. Solo che, come dice Ezio Manzini: «Quando si guarda al futuro, bisogna essere in grado di rilevare, oltre a una tendenza dominante (si consuma ancora tantissimo e si produce sempre di più), alcune spinte che possono tracciare l’inizio di una nuova strada». La realtà, insomma, è duplice e abbeverarsi ai diversi punti di vista, ai diversi approcci al design, può dare nuova linfa persino a quei settori tradizionali bisognosi di ossigeno.

Professione designer… collaborativo La friulana Valcucine per esempio, ha iniziato ad aprire alla progettazione partecipata per sperimentare nuovi processi produttivi basati sull’open source design, con la previsione che, in futuro, il trasporto delle informazioni sorpasserà e sostituirà quello delle merci. Progettare e organizzare un network di innovatori, può essere allora un modo per prepararsi a restare competitivi. Durate la design week milanese, nello showroom di Brera, lo studio dotdotdot guiderà il laboratorio Kitchen Becomes Open!. Dieci professionisti, tra ingegneri, designer ed economisti, scelti tra i 115 che hanno risposto a un bando fatto nel mese di febbraio, saranno chiamati a “fare a pezzi” (in termini informatici hacking) la cucina Meccanica per riprogettarne, oltre a nuovi elementi ed accessori, anche un concetto pioneristico di distribuzione e fabbricazione digitale. «Quando abbiamo incontrato la prima volta Valcucine » racconta Alessandro Masserdotti, fondatore di dotdotdot, studio di architettura e interaction design, «abbiamo semplicemente chiesto loro di riflettere su quanto spendevano in ricerca e sviluppo e quanto in brevetti. Quindi, se davvero i brevetti servivano a preservarli dalle copie. Il primo passo per rinnovare il modo di progettare è capire che la conoscenza, il know how industriale, si sviluppa solo se lasciato libero. Chi accetta questa sfida, avrà un ritorno economico fatto di ricerca e innovazione a costo zero». I file esecutivi dei progetti risultanti dal laboratorio, guidato, tra gli altri, dal professore di design e sistemi produttivi locali al Politecnico Stefano Maffei, dal designer Giulio Iacchetti e dal design director dell’IDEO di New York Dario Buzzini, saranno disponibili per tutti in licenza Creative Commons. Questo significa che, da una parte, tutti potranno, a partire dall’originale e sempre riconoscendone l’autore, realizzarsi la propria cucina, dall’altra, potranno a loro volta implementare il progetto con nuovi contenuti. Ovviamente, Valcucine, 36 milioni di fatturato nel 2013 (il 40 per cento dall’estero), leader dell’alto di gamma, continuerà a guadagnare con la sua produzione, con le sue “sedie” per intenderci, ma lo scenario potrebbe essere molto diverso da quello attuale. Potrebbe capitare che, una volta scelta la cucina, io debba semplicemente chiedere all’azienda qual è il laboratorio di fabbricazione più vicino a me, autorizzato e certificato, che può costruirmela. Che io viva a Milano o a Shangai, a questo punto, non farà differenza, ma l’azienda avrà così dribblato il fastidioso problema della contraffazione e risparmiato in trasporto, legali, passaggi burocratici e dazi. Tutte voci perennemente presenti nelle lamentazioni (giuste) degli industriali del settore. Per naturale conseguenza, il designer “evoluto” sarà quindi colui che darà gli strumenti affinché l’autorialità sia condivisa tra tutti coloro che partecipano alla realizzazione. Colui che non si occuperà più solo delle qualità formali o ergonomiche del prodotto, ma che ne risolverà anche la prestazione, la performance sociale. Daniela Selloni, Marta Corubolo, Anna Meroni sono tre designer di servizi collaborativi. In pratica aiutano le comunità – cittadini, creativi, innovatori sociali – a disegnare la risposta ai loro bisogni: uno spazio per integrare casa e lavoro, un’organizzazione per distribuire la spesa all’interno di un quartiere, il ripensamento di una filiera produttiva. «Non è solo l’oggetto del design a essere cambiato, è cambiato il punto di vista» dice Meroni. «Si guarda alla soluzione funzionale da dare all’utente e non al singolo elemento. Non alla macchina appunto, ma a come alzare la qualità della mobilità urbana. Non alla lavatrice, ma a un’organizzazione che consenta di avere il servizio sollevandoti dalla gestione del bene. Perché se è vero che esiste un’estetica della forma, esiste anche un’estetica dell’interazione. D’altra parte lo sperimentiamo tutti i giorni quando prendiamo in mano un telefonino: è nato prima iPhone o iTunes?». Eravamo partiti da qui. E adesso, torniamo alla nostra “sedia”.

Orgoglio industriale Diciamolo chiaramente, nessuno dimentica che la fortuna della nostra industria dell’arredo, e del Salone del Mobile di Milano, è coincisa con la fortuna del disegno industriale italiano. In altre parole, se quando si pensa al design, si pensa alla “sedia”, è perché quella “sedia” è stata un successo internazionale. Quindi, se si chiede a Claudio Luti, presidente del Cosmit, e soprattutto presidente di Kartell, uno dei simboli dell’industrial design made in Italy nel mondo, di considerare le diverse culture del design, non ci si può che aspettare una rivendicazione orgogliosa. «Ho scelto di fare design industriale perché portare via da una macchina, da un processo logistico, da un’innovazione tecnologica un oggetto, è un passo avanti per la cultura di un Paese e l’intera società. Fare design industriale significa dare una spinta a ricerca e innovazione. Quest’anno abbiamo investito un milione di euro solo per uno stampo che consente di realizzare un divano di 28 chili. E siamo riusciti, dopo anni di ricerche, a metallizzare la plastica e realizzare una sedia con un nuovo materiale che sembra metallo, ma si inietta come il PMMA. L’estetica, il bel segno che molti confondono con il design tout court, è in realtà spesso una soluzione tecnologica e funzionale. Negli anni Novanta, per esempio, Vico Magistretti risolse un problema statico della sedia Maui dando una curvatura particolare alla scocca, poi si inventò un sistema di fissaggio per le gambe che abbassò considerevolmente il costo di produzione e ci permise di andare sul mercato con un prezzo competitivo». Certo, i numeri di Kartell, fatturato di circa 100 milioni di euro (75 per cento dall’estero), EBITDA più alto del settore (30 per cento), una crescita annua del 10 per cento circa, sono diversi da quelli citati inizialmente. La storica azienda di Noviglio rappresenta, almeno nella filosofia di prodotto, la tendenza dominante citata da Manzini. Anche se, a ben vedere, la lezione che arriva dal design Kartell è anche quella di un’azienda che progetta nei dettagli, oltre all’oggetto, il modello distributivo e la filiera… Tuttavia è lecito, se non doveroso, chiedersi, prima ancora di essere storditi dal red carpet di ogni tipologia di arredo immaginabile, se non si corra il rischio di confondere il successo di una manifestazione che non ha ancora reali competitor nel mondo, con la forza complessiva di un settore. Ed è lecito chiedersi se il Salone del Mobile, a braccetto con il Fuori Salone, sia ancora capace di rappresentare la cultura del design, nel suo senso più ampio, a livello internazionale. Perché a ben guardare, di rendita si vive (forse), ma non si sopravvive.

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