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difendere il lavoro, non i lavoratori

Sono in balia di una crisi di identità. Lo dico subito. Mi ero ormai abituata alla caduta del muro tra destra e sinistra, ma quello che è successo oggi mi ha destabilizzato. Sto cercando di metterla sul ridere. Qualche giorno fa, con una mia collega incontrata a una presentazione, si rifletteva sul cambiamento che sta subendo il lavoro, nostro compreso. Una crisi, si diceva, imputabile alle aziende, ma anche ai sindacati che spesso hanno difeso i lavoratori, perdendo di vista la difesa del lavoro. Capirete che, quando oggi ho visto la stessa frase sparata sull’home page del Corriere on line, ma detta da Emma Marcegaglia, ho avuto un primo momento di profonda confusione. Quasi mi vergognavo del mio pensiero chiedendomi: non è che invecchiando sto diventando una rigida reazionaria? Poi mi sono sintonizzata sul senso vero delle parole pronunciate dalla Presidente della Confindustria. Tanto simili alle invettive di brunettiana memoria, agli epiteti di Martone o Stracquadanio. Null’altro che epiteti appunto, perché nulla c’è di costruzione in quest’analisi che sa del più antico dei qualunquismi: la denigrazione. Perché è pur vero, e lo sappiamo tutti, che qualche défaillance, e forse più d’una, tra chi dovrebbe lavorare e non lo fa, c’è. Come sappiamo che questa défaillance è la prima delle ingiustizie nei luoghi di lavoro. Ingiustizia che sarebbe risolta, almeno in parte, se nelle aziende, pubbliche o private, si applicassero esclusivamente ragioni di merito. Perché questa è la vera domanda, a cui difficilmente si può rispondere con una semplice invettiva, se ai lavoratori, ai fannulloni, ci pensa il sindacato, a quelli che lavorano, chi ci pensa? Le aziende sono davvero disposte a lottare per far affermare il lavoro? A tutelare il merito a dispetto dei soliti interessi di cordata, del familismo, di una certa mediocrazia che preferisce portaborse e segretari disponibili a personalità attive e creative? Ognuno di noi avrà la sua esperienza. Ditemi, se e quante volte avete visto promuovere il merito e quante lo scambio di favori. Eppure la gestione delle risorse non è compito di Susanna Camusso. Certo, ha ragione Emma Marcegaglia, per un’azienda che vuole liberarsi di un dipendente evidetemente in torto la strada è ardua. Ma si consoli, per un dipendente che si trovi a dover far causa a un’azienda per mobbing o discriminazione, lo sarebbe altrettanto. Con un’unica differenza. E cioè che il lavoratore, quello buono, anche in caso di comprovata ragione, avrebbe comunque perso. Ha cominciato a perdere il giorno in cui il suo lavoro, non segretariato fedele e portaborse ma lavoro, non interessava a nessuno. Non ai sindacati, e tantomeno all’azienda.

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