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#digiunodigitale

Il puzzo di alcol sul pulmann che porta all’areoporto è gravido di domande. Anche perché, con indubbia probabilità, arriva dall’uomo seduto dietro di me, che è arabo. E poiché ci siamo solo io e lui, e io non ho bevuto, è lui. L’autista, questa è la speranza, sembra sobrio… Ma il punto è: vale la pena di condividere l’odore nauseabondo? Twittare brutalmente, e di prima mattina, questa esperienza olfattiva? Tanto, è bene prenderne coscienza, non posso. Il mio #digiunodigitale è cominciato 40 minuti fa e io sono attrezzata solo di una penna e di una moleskine. Questo per dire che di stronzate ne scriverò lo stesso, ma prima di buttare tutto in pasto ai social, le terrò solo per me. Si potrebbe definire un esercizio di sedimentazione delle banalità, una sorta di comunicazione ruminante e chissà se, in quesa fase predigestiva, affiori il senso e l’utilità  di ciò che si fa e si scrive. Perché, fuoriuscite dal rumine-moleskine, domande come “È possibile che a qualcuno non piaccia il mare?”, oppure, “Perchè il taxi prenotato è arrivato con 12 euro già incorporate nel taxametro?” e ancora, “Perché la bilancia del check-in della RyanAir pesa sempre quegli 800 grammi in più della mia bilancia di casa?”, potrebbero rivelarsi solo semplice inquinamento verbale (#sondomande). Eppure, comunicare qualcosa, potrebbe essere utile. Il ritardo del volo, il costo eccessivo dell’Internet Point (non l’ho usato giuro), il mantra italico delle cattive abitudini compresa quella di accalcarsi davanti alla porta impedendo agli altri di salire solo per riservarsi il diritto a essere i primi a uscire. Ed è solo un martedì di giugno.

Che poi, una volta atterrati, un post liberatorio visibile magari solo ai miei amici più stretti di Facebook, davvero lo farei. La costa è sempre troppo vicina, il mare troppo sotto, le piste di atterraggio troppo corte e, il pilota, mai abbastanza esperto. Frena. Ok, siamo salvi. In una luce diversa, tutta questa storia del #digiugnodigitale mi viene il dubbio che sia un po’ snob. Io, in Grecia, con in mano una moleskine, di stare sconnessa in fondo me lo posso permettere. Per altri, #digiunodigitale, invece di “sperimentazione” significa esclusione, lontananza e solitudine. E grazie che c’è Facebook and Co. che posso mandare dei pezzi di vita alla famiglia lontana. In ogni caso, è qui, in mezzo all’Egeo, che il gioco si fa duro. Con il roaming bloccato, spot wifi non ti conosco, reti più che flebili, neanche una remota possibilità di dare una sbirciatina. È la differenza che passa tra il “non volere” e il “non potere” e a volte può significare il sostanziale cambio di passo che esiste tra una decrescita felice e la privazione reale. Quindi, in definitiva, indietro non si torna, almeno per i prossimi quindici giorni. Senza contare che, senza Rete vuol dire anche senza Gps e navigatore. Vuol dire senza le mie preferite App di viaggio (Istagram, Tripadvisor e Foursquare)… Eppure, mi dico, qualcuno deve sapere… deve sapere che le tre ore di viaggio previste sono un po’ pochine tra tutti questi canyon, curve a gomito e saliscendi, ché, davvero, la tabella di marcia, rigorosamente stampata prima della partenza da Google Maps, la puoi anche stracciare. Devono sapere. Il che insinua in me un altro dubbio: che se le informazioni fossero davvero condivise e non semplicemente messe nella propria vetrina, qualcosa l’avrei dovuta sapere anch’io, prima. Avrei dovuto sapere quello che io vorrei scrivere ora. Ma se tutti scrivessimo e pochissimi leggessero? Se la condivisione non fosse altro che un falso necessario? Per rassicurare noi stessi intendo, e non altri.

Dopo qualche giorno comunque, lo ripeto come se fossi in crisi di astinenza che mi manca Istagram. Il modo più bello per mandare cartoline istantanee. Tuoni sulla spiaggia. Il ghiaccio sciolto dell’acqua. Solo per dirvi ciao, nulla di più (#ciaomamma per esempio, l’hashtag da sempre ai primi posti dei trend). E forse vorrei anche sapere, giusto un pochino, come va dall’altra parte. Me ne sono andata nel momento peggiore. Quello in cui, gli altri, dovrebbero prendere delle decisioni. Per me, che non ci sono. Questo è il lato serio del #digiugnodigitale. Spezzare i link, recidere il legame, allontanarsi dall’ossessione della presenza, rimuovere l’illusione del controllo, mollare la presa. E, una volta scollegata, lasciar andare il flusso degli eventi. Usare il vuoto per riempirlo della consapevolezza che l’onnipotenza non è cosa nostra. E nemmeno l’ubiquità o l’immanenza. In fondo, ci vuole coraggio ad alzarsi dal tavolo da gioco e liberarsi dal giogo (una lettera che non fa la differenza) a cui pare siamo sempre più legati da una sorta di sindrome di Stoccolma. Il coraggio, si spera, sarà premiato con il regalo di una nuova prospettiva, di un nuovo punto di vista finalmente non soggetto all’ansia da informazione. Il criceto che esce dalla ruota. E dalla gabbia.
Poi, passa il tempo e arriva la gente, quella vera. Quella vomitata dal traghetto per una Pentecoste ortodossa parecchio calda. E così è tutto un riempirsi di ombrelloni e racchette da spiaggia anche dove prima c’erano solo dune, trasparenza ed erbe grasse. Se ce ne fosse stato bisogno, qualcuno mi ricorda che anche la fuga è un’illusione, che prima o poi, qualcuno verrà sempre a riprenderti per le orecchie. Perché, per quando possano essere lunghe, per noi in fondo ci sono solo pause, e mai addii. Roaming attivo quindi, si torna.

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