Me.
Leave a comment

Dire, fare, raccontare

Ormai, si dice, non ci sono più notizie. O meglio, la notizia, come racconto di qualcosa di nuovo, di buona o cattiva novella, non ha più valore. I social media stanno surclassando in tempestività, immediatezza, e talvolta anche in freschezza e autenticità delle fonti, persino le versione on line dei principali quotidiani italiani. Che, guarda il caso, fanno gli strilli dell’home page, quando non la prima pagina della versione cartacea, citando Twitter. Eppure, qualche settimana fa, parlando con Riccado Iacona per un’intervista che ho fatto per LeiWeb, mi sono trovata a riflettere sull’importanza del racconto. Quello semplice della cronaca delle cose che accadono, senza fronzoli o commenti. Quello che dice, volendo mostrare senza dimostrare nulla se non il fatto. Anche perché di commenti e di punti di vista (compresi quelli di questo blog da cui infatti latito, non senza qualche imbarazzo, da un po’ di tempo), di battute ironiche e di intellettuali freddure, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. I social network, d’altra parte, servono a questo: divulgare a un pubblico più ampio possibile la propria (originale) opinione. Verificandone magari, contanto uno a uno i reTweet o il click su “Mi piace”, la condivisione o l’apprezzamento. Quasi che, in un mondo in cui i fatti, le notizie, il racconto, stanno dappertutto appunto, l’opinione o il commento, siano l’unica cosa degna del marchio dell’originalità. E della scrittura nero su bianco. Ma è vero? È una domanda che in primis ho fatto a me stessa, mettendo in discussione le cose e il modo in cui sono scritte. Ma anche ripensando alla scelta delle cose scritte. Io scrivo, almeno su questo blog in modo esclusivo, di un universo complesso fatto di potere, politica, lavoro e psiche, che chiamerò semplicemente “donne”. Già solo per questo, qualcuno dirà, il rischio di overdose è dietro l’angolo. Ma il punto è che, dopo qualche anno di batti e ribatti, non sono più sicura che questo misto di trattato e rivendicazione sia la strada giusta per raccontare le “donne”. O meglio per rendere giustizia alla realtà delle donne con un racconto che sia veramente vero (l’ho fatto apposta). Se si leggono i giornali, o si scorrono i tweet, tra un #opencamera, un #manifestodonne o un nuovo convegno di #womenomics, sembra davvero che ci siano notizie confortanti. E forse ce ne sono se oggi non è più consigliabile, e nemmeno opportuno, presentarsi all’elettorato senza una parvenza di democrazia paritaria. Se, chi parla di lavoro, non può far a meno di citare l’importanza dell’occupazione femminile e il riconoscimento del suo talento. Eppure anche questo non è racconto, bensì solo riflessione, talvolta speranza, progetto, se non, nel peggiore dei casi, illusione. E quel che mi inquieta è che ho l’impressione che le “notizie confortanti” coprano con una coltre consolatoria la quotidianità, il racconto vero. È capitato, per esempio, che mi chiedessi se fosse più utile scrivere di illuminate leggi e prassi di conciliazione o semplicemente riportare il colloquio con un’importante direttore (donna) che invece di fare domande sul curriculum chiedeva gli orari della tata. Oppure se raccontava di più l’ambizioso programma infarcito di diritti, sviluppo ed educazione ai generi, di un giovane amministratore delegato o la semplice battuta di un suo collaboratore che, forse per renderlo più fascinoso, lo descriveva come uno che si smuove solo se vede un reggiseno. O ancora, invece dei dati Istat, fare il diario, giorno per giorno, dei contratti a termine non rinnovati e anche di quella giovane donna che, di fronte all’offerta di triplicare il lavoro per un terzo del compenso, si è alzata e se ne è andata. La prosaicità ha i suoi limiti certo, eppure se la si srotola in un diario quotidiano, banale ma inflessibile, sembra raccontare di un altro Paese. Un Paese che altrove non è quasi raccontato, non so se per una sorta di pruderie sociale o di censura preventiva, spesso fatta delle donne stesse che silenziano ogni sorta di violenza e sopruso, fisico o morale che sia. Ditemi voi se questa non è la strada, perché in fondo bastano meno di 140 caratteri per scrivere: Roma, Paola è tornata dalla maternità e non ha trovato più la sua scrivania (magari in quella stessa azienda quotata in borsa che dice di far politiche di conciliazione). Oppure rassegnamoci al fatto che il racconto non fa più notizia, che la vicenda di Paola è solo un problema privato e quindi non pubblicabile, o che siamo troppo sofisticati per soffermarci sulle singole quotidianità che interessano ormai solo le edizioni locali. Mentre per le altre di edizioni, le “donne” sono solo quote rosa e femminicidio, entrambi abilmente cammuffati da slogan politici e cronache morbose. Si dice spesso che c’è un gap tra la politica e la vita reale, ma questo scarto di senso c’è anche tra le notizie e racconto della realtà. Per quanto riguarda le donne almeno, io penso sia così. Questo spiega il mio imbarazzo, la mia inquietudine e la necessità di trovare, con il tempo, un’altra strada per raccontare le “donne”. Se qualcuno è in grado di indicarmela, non esiti a farlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.