Controbalzo
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Le distrazioni di Federer

«Federer non ha un coach, ha un demone, lo si avverte dalla sua fatale capacità di uscire da un match e poi rientrarvi in tempo o troppo tardi». Questo si legge nel bellissimo libro di André Scala I silenzi di Federer.  E quando ieri, alla fine del tie break del secondo set che gli consegnava l’accesso alla finale del torneo ATP Halle, Federer non si è accorto nemmeno di aver vinto la partita, lasciando in quell’altrove, in quella preoccupazione cosmica – sempre per citare le parole di Scala – il pubblico, i telecronisti e persino Kei Nishikori, è parso chiaro che quei silenzi, prima rarefatti e metafisici, erano ormai scesi in una dimensione terrena. Che si erano fatti visibili anche a noi umani, che del tennis ormai contiamo solo i punti e il numero dei vincenti o dei forzati (come dimostra l’ostentazione senza possibilità di replica delle suddette statistiche durante tutti i match) e che sappiamo vedere in queste assenze solo semplici distrazioni. In realtà, come tutti i monumenti dello sport, Federer continua a dimostrare che la vittoria, nella gloria, è solo un dettaglio. C’è un valore “altro” che sta dove non arrivano i grunting o le esibizioni muscolari, i numeri e il Palmarès. C’è un valore “altro” che sta dove alloggiano la Bellezza, le vie di fuga dai ristretti confini del campo e, appunto, i silenzi. È bene ricordarlo, oggi che ad Halle c’è la finale, e che, come molti hanno detto e scritto, del tennis di Federer vedremo sempre di meno e sempre più raramente. Che le sue uscite dai match si faranno sempre più lunghe e palpabili. Sempre più distrazioni e sempre meno silenzi. È bene ricordarlo perché la tentazione e l’abitudine, di misurare la grandezza secondo i nostri terreni schemi sarà fortissima. E allora diremo che è finita. Parleremo di declino, di ritiro, dell’oblio. Come se tutto questo non ci fosse stato prima, come se fosse tutto bianco e nero. Vittoria o sconfitta. E invece, come diceva il golfista Padraig Harrington«L’importante è ricordarsi che quasi niente separa il trionfo dalla sconfitta». Niente. Solo l’equilibrista consapevole di questo filo sottile raggiunge la gloria. Solo chi impara a carpire l’armonia di questa contraddittoria compresenza, semplicemente, gioca. Federer ha più volte dichiarato di amare il tennis più di ogni altra cosa. Qualche sera fa, nella semifinale del Roland Garros tra Halep e Petkovic, la telecronaca è scomparsa. Si sentivano solo il rimbalzo delle palline, il colpo del contatto con la racchetta, i respiri, la presenza soffocata del pubblico. Ogni tanto, un po’ di tennis “nudo” potrebbe servire per riportare un po’ di silenzio. Magari capiremmo di più di queste distrazioni. Di ciò che in vero importa nel tennis e nello sport tutto.

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