Donne, Storie
Leave a comment

Divorzio all’italiana

Un fulmine si è abbattuto sul diritto di famiglia italiano. Quello degli anni Settanta, tanto per capire quanta acqua è passata sotto i ponti della società civile del Bel Paese, ma il fatto che una sentenza della Cassazione abbia stabilito che l’assegno divorzile non è più da parametrarsi al tenore di vita goduto in matrimonio, bensì alla possibilità di lavorare, alle proprietà immobiliari e ai redditi, ha scatenato non poche polemiche. Certo, come ribadisce l’avvocato Gassani, presidente dell’Ass. Avvocati Matrimonialisti Italiani: «Non è una legge, ma un indirizzo che però, affermando che il matrimonio è scelta d’amore e non sistemazione economica, condizionerà i giudici».

Tanto per cominciare, chi riterrà iniqua la cifra dell’assegno di mantenimento potrà fare ricorso. «Il concetto di autosufficienza sarà il pomo della discordia» continua Gassani. «Bisognerà contestualizzare il reddito reale, che 500 euro a Milano non sono gli stessi a Catania. E poi c’è la questione di chi si è sacrificato per la famiglia e non può essere rottamato come un’auto». Eh sì, perché se l’età media in cui ci si separa è tra i 45 e i 48 anni, quel tenore di vita che non è più un diritto, spesso si è realizzato con una parte della coppia, la donna, che si è caricata di tutto il lavoro familiare, cura di figli e anziani compresa. Chi riconoscerà questo lavoro? Il rischio, come ha scritto la sociologa Chiara Saraceno, è che tutto ciò sia una spiacevole presa in giro.

Che poi, queste mantenute a vita, sembrano esistere solo sui giornali di gossip. Solo il 10 per cento delle donne divorziate ha infatti un assegno. E a riceverlo, ancora meno, visto che molti ex mariti sono inadempienti, e nella Legge di Stabilità 2016, in vigore da gennaio, si è data la possibilità ai coniugi separati bisognosi di attingere a uno speciale fondo di solidarietà. Viene allora il dubbio che il problema sia un altro: «Cancellando il criterio del tenore di vita, si risolve anche il problema delle pensioni di reversibilità più alte: un costo sociale ormai insostenibile» spiega Gassani. L’unica soluzione sembrano i patti prematrimoniali, magari per monetizzare a priori lavoro familiare e tradimenti. Peccato però che i patti in Italia non abbiano valore legale e che l’unica proposta di legge del 2014 sia entrata in esame commissione solo da febbraio scorso. In ogni caso, ancora una volta tutto sarebbe demandato agli avvocati e, naturalmente, a chi ha più soldi per pagarli. E se le donne non sono più quelle degli anni Settanta, è pur vero che la disparità di salari e carichi domestici, l’effetto maternità su carriera e pensioni, esistono. Cose che le donne sanno, come sanno che sì, essere indipendenti economicamente è una salvezza. Almeno su questo, abbiate la cortesia di non farci nessuna lezione. L’immagine è tratta da Divorzio all’italiana, film del 1961 diretto da Pietro Germi.

 

Articolo pubblicato su Gioia! del 18 maggio 2017

I NUMERI DEL DISACCORDO 17 anni, durata media del matrimonio – 45 anni, età media della donna che si separa – 10,1 % donne che percepiscono assegno divorzile – 50,6 % tasso di occupazione femminile in Itala- 82.469, numero di divorzi in Italia – 91.706, numero separazioni – 16,7 % gender pay gap in Europa  – 5,3 le ore al giorno di lavoro non pagato (1,7 uomo). (dati Istat)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.