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La donna che vuol fermare Putin

Articolo pubblicato su IoDonna il 15 gennaio 2010

Non sono una persona semplice. E non tollero la minima bugia». Per chi non sa chi sia Marina Litvinovich, ex responsabile del sito Internet di Vladimir Putin poi passata dall’altra parte della barricata come portavoce di Garry Kasparov e organizzatrice delle cosiddette Marce del Disaccordo nelle principali città russe, non ci potrebbe essere presentazione migliore. Un fisico esile, 35 anni, due figli avuti da due uomini diversi con cui ha deciso di non convivere, Marina è uno dei volti più scomodi della Russia del dissenso e, da pochi mesi, a capo di un nuovo progetto di opposizione. Il quartier generale è la sua casa nel centro di Mosca. Pareti immacolate, tanti libri di storia e sociologia, arredi rigorosi, qualche gioco sparso qua e là. E lei, ospitale e sorridente.
Si è scelta una vita alquanto complicata…
«Non poteva essere altrimenti. Non sono mai riuscita a fare una cosa sola, così sto tentando di essere sia una buona madre sia una buona attivista. Inizio la mia giornata alle 6 del mattino allattando mio figlio e la concludo a notte fonda, al computer, scrivendo le ultime cose. Certo, a volte la mancanza di sonno si fa sentire».
A parte il sonno, che cosa significa oggi fare opposizione politica in Russia?
«Significa convivere con la paura, sopportare sacrifici, stare senza soldi, e avere una certa dose di coraggio. Di recente mi hanno arrestata e portata al commissariato di polizia: volevano trattenermi tutta la notte. Non sarebbe legale, ma a volte ci provano. Il problema è che sto allattando e non posso saltare la poppata. Così i miei amici mi hanno portato il tiralatte… in una condizione d’igiene spaventosa e di totale mancanza di privacy. Ecco che cosa significa».
Non era la prima volta che il suo impegno politico le procurava problemi. Può raccontarlo?
«Nel marzo 2006, di sera, mi hanno assalita e colpita con un bastone da baseball. Sono rimasta a terra, priva di sensi, per quaranta minuti. Poi, quando mi sono risvegliata, due ragazzi mi hanno detto: “Devi essere più accurata, Marina”. Risultato: una commozione celebrale, ed ematomi su viso e gambe».
Si dice che l’unico dissenso possibile in Russia sia quello sulla Rete. Lo chiamano cyber dissent. È vero?
«Effettivamente, le critiche nei confronti del presidente, del governo, della polizia, del Fsb (i Servizi Segreti ex Kgb, ndr), si possono esprimere solo su Internet. Pestaggi e omicidi hanno fatto praticamente scomparire l’inchiesta giornalistica, così sono i blog il vero specchio della realtà del mio Paese. Io stessa guido campagne di sensibilizzazione attraverso Internet. Per esempio siamo riusciti a ottenere la scarcerazione di una donna incinta, Svetlana Bachmina, l’exavvocato della compagnia petrolifera Yukos. La sua persecuzione era illegale e di fatto era un ostaggio della campagna avviata dall’entourage di Putin contro la Yukos e il suo presidente Michail Khodorkovskij».
È una vicenda che ha interessato anche la comunità internazionale. Sul controllo totale delle risorse energetiche sembra che il Cremlino stia alimentando un nuovo orgoglio nazionale. Che cosa ne pensa?
«La cosa che sorprende di più è come questa sorta di “ricatto energetico” venga presentato ai russi come patriottismo. Ciò alimenta l’idea che il nostro Paese può, e deve, imporre agli altri la propria volontà. In qualche modo è una reiterazione della Guerra Fredda e, a ben guardare, anche la società non è cambiata molto rispetto all’epoca sovietica. Basti osservare il ruolo delle donne: in generale, considerate più stupide, più limitate, più deboli e incapaci di avere una propria opinione e difenderla».

Non è il suo caso, visto che ha avuto il coraggio di lasciare Putin dopo aver partecipato alla sua campagna elettorale e ideato il suo sito Internet.
«Non potevo più tollerare la sua totale assenza di semplici sentimenti umani come la compassione. Certo, all’inizio, quando si presentò come una persona aperta al dialogo insieme a economisti liberali pronti a fare le riforme di cui la Russia aveva bisogno, sembrava lontano dall’essere un ex colonnello del Fsb. Poi ci furono le tragedie del sottomarino Kursk, con lui che, in ferie sul Mar Nero, non ci pensava nemmeno ad andare a sostenere le persone coinvolte. Poi quella del Teatro Nord-Ost, con i corpi buttati sopra i feriti, abbandonati così a morire sul pavimento freddo dell’autobus. E ancora ci fu la scuola di Beslan. Lì, banalmente, i soldati, con la scusa di colpire i terroristi, spararono con i lanciafiamme e i lanciabombe sugli innocenti. Come madre, ho cercato di immaginare che cosa si provasse a essere sbeffeggiati e derisi per anni dopo aver perso i propri figli. E non ci sono riuscita. Come non sono riuscita ad accettare la mancanza di solidarietà di Putin. Tra l’altro, partecipare al dolore, piangere insieme, condividere la sofferenza, è una cosa molto russa. E lui non ce l’ha».
Molte persone che la pensano come lei hanno lasciato la Russia, lei invece rimane. Perché?
«Non riesco a immaginare di vivere fuori dal mio Paese. Lo amo e desidero che i miei figli crescano qui e parlino russo. Certo, come tutti, ho paura di una morte stupida e non vorrei fare la fine di Anna Politkovskaja. Ma più che per la mia vita o per quella dei miei figli, è la paura di non fare in tempo a realizzare ciò che vorrei a trattenermi qui».
E che cosa vorrebbe realizzare?
«Gli anni dal 2006 al 2008 sono stati i peggiori. Nel 2009, per la prima volta da quando è stato nominato, Medvedev ha rivendicato una politica autonoma, addirittura criticando leggermente Putin. Non è molto, anche perché nella situazione di crisi in cui si trova al momento la Russia servirebbero riforme serie, ma la modernizzazione annunciata da Medvedev potrebbe cambiare radicalmente le cose. Bisogna vigilare. Putin rimane il politico più forte e dobbiamo assolutamente evitare che diventi di nuovo presidente nel 2012. Per quanto mi riguarda, non ho desideri diversi da una donna comune: amore, dolcezza, comprensione e, perché no, una figlia femmina».
In ogni caso, mi sembra che la aspetti una lunga lotta! 
«Sicuro, ma per ora il programma più certo e prossimo è quello di andare al cinema a vedere Avatar con mio figlio maggiore».

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