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donne di lotta e di governo

Questo post partecipa al blog event #donnexdonne sui SN alla ricerca di buone prassi al femminile

Avevo già iniziato il mio viaggio nelle relazioni femminili con i post L’educazione sentimentale e Donne che odiano le donne. Perché tutte noi, chi più chi meno, sul lavoro o in associazioni, abbiamo avuto esperienza della complessità dei rapporti tra donne. A volte persino dell’impossibilità degli stessi, avendo noi una certa inesperienza nella gestione del conflitto che va di pari passo con la nostra scarsa familiarità nella gestione del potere. Naturalmente qui non si tratta di relazioni amicali o affettive, ma di pratiche a-sentimentali in cui gruppi di donne si impegnano insieme a raggiungere un obiettivo. E nel raggiungerlo mettono in atto buone prassi… ma quali? In effetti io non credo che le donne siano riuscite a mettere a punto una loro specifica prassi: se lo avessimo fatto, non avremmo i noti problemi da carenza di lobbying, e non saremmo ancora così lontane dalle stanze dei bottoni. Qualche giorno fa mi ha colpito molto rileggere un’intervista di Manuela Fraire in cui parlava di rivalità femminile. Una rivalità che si era sopita per tutto il periodo d’oro del femminismo (1974-1980) in cui le donne erano finalmente unite contro un obiettivo comune. Ecco, è questo “contro” che ha attirato la mia attenzione. Perché “stare insieme contro” e non, “stare insieme per”, è ancora oggi il collante di troppe relazioni fra donne, nonché, in definitiva, la strada maestra per evitare di affrontare i conflitti interni e imparare a gestirli. Io non so se questa nostra incapacità ha ragioni culturali o educative, se è il risultato di secoli di subalternità all’egemonia maschile o se deriva da questioni psico-analitiche alla Melanie Klein, e francamente non mi interessa. Quello che mi preme invece è sapere se esiste un corso accellerato per riconoscere alla nostra aggressività una qualità costruttiva e per estirpare il danno distruttivo, assoluto e triste, provocato dall’invidia. Vorrei ricordare che Ipazia fu condannata a morte per invidia, e su questo, sulla phthonos, la gelosia per colei che conquista con il fascino e l’intelligenza, scrissi uno dei miei primi post. Ma dell’invidia contemporanea, di questo autentico vizio di prossimità che ci avvolge quando ci confrontiamo con altre donne e che celiamo sotto un velo di vergogna, non vogliamo parlare. Eppure, basterebbe questo, basterebbe rieducarci a una solidarietà vera e scevra da timori di competizione, e sono certa che le buone prassi al femminile farebbero subito un notevole salto di qualità. C’è un libro di Elena Pulcini dal titolo Invidia. La passione triste appunto, che forse offre una via d’uscita. Nella consapevolezza dell’unità nelle nostre differenze, e nella coscienza che apparteniamo a uno stesso percorso, ma spesso lo facciamo su strade diverse. Proprio oggi un’amica di FB mi ha scritto che, guardando lo spettacolo Libere di Francesca Comencini, lei e sua figlia si sono scoperte in lacrime. Succede, le ho scritto. Perché c’è un conflitto, anche generazionale, che non ha ancora trovato la via del dialogo e della pacificazione. Succede perché le nostre relazioni, le nostre prassi al femminile, stanno spesso all’ombra del dolore e della rabbia: la rabbia di chi è stata educata alla libertà e si è ritrovata in un mondo che ha deluso le sue aspettative, e il dolore di chi, suo malgrado magari, ha lasciato il lavoro a metà, o forse, banalmente, più di così non è riuscita a fare. In ogni caso, è sempre buona prassi, accettare il dono che ci viene offerto per quello che è (in genere già più di tanto) e poi, semplicemente, dire grazie. Credo sarebbe un ottimo inizio.

 

2 Comments

  1. Cara Manuela, del tuo intervento mi ha colpito molto il confronto “stare insieme contro”-“stare insieme per”: penso che giornate come quella di oggi siano le basi su cui costruire stabilmente lo “stare insieme per”. Brava!

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