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Donne e new media: rivoluzione e opportunità

Intervento per l’incontro Donne NEW MEDIA: rivoluzione e opportunità 8 marzo 2013 presso il Circolo della Stampa a Milano

Oggi, tutte le maggiori testate dei quotidiani italiani on line hanno una sezione dedicata alle donne, e alcune tematiche come le quote rosa, la democrazia paritaria o la violenza di genere sono entrate a far parte delle cose di cui si parla quotidianamente, ma fino a qualche anno fa questi non erano argomenti proprio all’ordine del giorno. Credo sia importante ricordarlo perché, le donne, sia come professioniste/giornaliste e come lettrici, è nel web che hanno trovato, prima che altrove, argomenti, competenze e conoscenze che a loro, a noi, interessavano. Questo, credo, giustifica in parte l’interesse e la confidenza delle donne con il web. Sono i dati stessi a dare la forma e l’ordine di grandezza della presenza delle donne sul web. Secondo le rivelazioni Audiweb di dicembre 2012: in Italia il 60 per cento delle donne è on line; il 45 per cento degli utenti connessi è donna; e dal 2006 le donne sono sempre in maggioranza fra chi comincia a collegarsi per la prima volta. Se la tendenza continuasse, nel 2015 il 50 per cento degli utenti online in Italia sarebbe donna.. con sorpasso negli anni successivi… Certo non tutte sono giornaliste, professioniste della scrittura e della comunicazione, ma il grado di interazione presente nel web porta spesso a rompere le barriere, anche professionali. Anche questo è bene ricordarlo perché, come dice anche Frederic Filloux, non è solo il supporto che cambia: prima di tutto cambiano i lettori e le loro aspettative, quindi tutto il resto.
Ed è importante sapere chi legge. Bisogna sapere ad esempio che, al contrario degli uomini, e sempre secondo i dati Audiweb, il 47,9 per cento delle donne che navigano lo fa per leggere, scaricare riviste, e informarsi… Un lettorato che è quindi in continua crescita, al contrario di quello maschile… Quindi la buona notizia è che, nonostante si dica che ormai tutto è a portata di clic e che nulla si può dire, è che esistono invece ancora cose da raccontare. Territori, soprattutto in un’ottica femminile, di un altro punto di vista, da esplorare… Per esempio, qualche mese fa, sull’Huffington Post americano qualcuno scriveva che tutto il giornalismo sportivo è pensato per gli uomini, mentre c’è un pubblico, e quindi un lettorato femminile, in crescita… Se ci pensiamo bene, se pensiamo all’informazione di questo Paese, non è solo lo sport a essere a misura di lettore maschio… Eppure, lo dice anche Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, sono le donne a influenzare i contenuti, sono loro, siamo noi, a voler leggere cose interessanti, a essere più presenti nei social media e a guidare il 62 per cento delle attività in termini di comunicazioni, siamo più presenti soprattutto su Twitter, in Italia (meno su FB per la verità caso unico in Europa)…. E il legame tra Twitter e notizie è evidente a tutte e tutti.

Io vorrei però oggi porre l’attenzione su un’altra possibile conseguenza, perché, ancor prima di definire lavori nuovi, se di lavoro nuovo si tratta, forse si può pensare o immaginare nuovi modi di lavorare. E chissà che l’una cosa non influenzi anche l’altra. Parlare del nostro lavoro è, in fondo, come parlare della nostra vita: soprattutto per la nostra professione, diventa sempre più difficile separare sfera privata e altri impegni. E d’altra parte, chiudere la saracinesca alle idee, alle riflessioni che possono suggerire un articolo, un’inchiesta è quasi impossibile. Per cui, quando proietto nel futuro il lavoro di giornalista, forse anche con un po’ di speranza, lo ripenso nella conciliazione costruttiva e creativa della totalità dell’esistenza. Perché, se c’è una cosa che i nuovi media possono fare, è spingere a rivedere l’organizzazione del lavoro e i suoi tempi. E questo, anche se può sembrare un’esigenza tipicamente femminile, vale per tutti, uomini e donne. Che cosa vuol dire pensare a un modo nuovo per organizzare il lavoro. Certo, ci sono le tecnologie che ci danno una mano, ma prima di tutto, significa abbandonare una cultura del lavoro che premia il presenzialismo, meglio se in overtime, più che il raggiungimento effettivo degli obiettivi. Significa valutare il proprio lavoro non solo attraverso le variabili spazio e tempo, ma considerando, magari, la capacità di leggere e gestire le tendenze, considerando l’intuito, le relazioni, network personale e professionale. È indubbio che in parte dobbiamo essere disposte a reinventarci di continuo, di ri-organizzare le nostre competenze, ma non è detto che questo non sia arricchente, anzi. Dobbiamo diventare una sorta di artigiane della conoscenza e questo significa rimettere al centro la nostra professione al di là e al di sopra di qualsiasi mezzo usato. Chi si occupa di risorse umane e reclutamento, ma lo sappiamo anche noi stesse e sulla nostra pelle, sa che aver impostato tutta l’organizzazione del lavoro sulle variabili, rigide, di spazio tempo ha lasciato per strada troppi talenti. Ha lasciato per strada troppe donne. E ora non possiamo più permettercelo.

Prendo, a questo proposito, a prestito una frase di Lynda Gratton, autrice de Il Salto: reinventarsi il lavoro in tempo di crisi (Il Saggiatore), direttrice del Future of Work Institute della London Business School, «È arrivato il momento di discutere e scegliere quale combinazione di dinamismo economico e tranquillità sociale vogliamo, per noi e per la nostra famiglia. Possiamo entrare nel futuro con una benda sugli occhi, oppure possiamo fare alcuni cambiamenti importanti che cambieranno il nostro modo di pensare e i nostri comportamenti, evitando di cadere in quel “futuro di default” fatto di esclusione, emarginazione, povertà». Credo che le nuove tecnologie, ci possano tendere una mano in questo senso. So che la recente vicenda Yahoo ha incrinato questo entusiasmo, almeno per quanto riguarda il lavoro a distanza, ma molti studi dimostrano che questa flessibilità buona rende mediamente più soddisfatti e, quindi, più motivati. E non si tratta di semplice e solo telelavoro che, come qualcuno ha detto, ha già un gran futuro dietro le spalle. Si tratta di un nuovo modo di vivere il lavoro che favorisce anche quella che è chiamata, anche osannata, economia della conoscenza, il futuro… l’economia frutto dell’immaginazione, della comunicazione e della condivisione. Una capacità di essere innovativi e competitivi, sempre più basata su questa risorsa intangibile che, grazie alla Rete può essere propagata all’infinito senza, si badi, perdere il suo valore. Potremmo dire tutto questo magari anche a chi tenta a ogni costo di rottamarci credendoci in parte inutili (o forse solo inutilizzate, ma questo non dipende da noi).

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