Controbalzo, Donne
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Donne e sport, vincere non basta

Le ultime, in ordine di apparizione, sono le ragazze della pallavolo. In un Paese dove la palla la toccano solo i maschi, e con i piedi, loro, con le mani, hanno fatto vedere a più di sei milioni di telespettatori come si fa a stare sul tetto del mondo. Cambio campo, e arto, stessa storia. Dopo venti anni, la Nazionale femminile di calcio si è qualificata ai mondiali di Francia 2019 lasciando al palo i maschi. Ancora determinazione, fatica, fame di vittoria: «Le ragazze sono più responsabili. Hanno una capacità di sacrificio molto alta e una forte voglia di imparare e cogliere il massimo da queste occasioni. Un’attitudine che dipende dall’educazione e da quello che in genere famiglia e società richiedono a una bambina», dice Milena Bertolini, ex calciatrice e oggi CT della Nazionale femminile. La stessa “educazione” che ha impedito però a molte di pensarsi come allenatrici e dirigenti, e di riuscire a conciliare gli orari di lavoro con la vita sul campo, magari la sera o fuori città. «Sono tempi e ruoli pensati sempre al maschile» continua Bertolini, «Senza contare che fino a una decina di anni fa le donne praticamente non potevano accedere ai corsi di UEFA non portando, l’attività nel femminile, abbastanza punti».

È l’altra metà del calcio e dello sport tutto. Che non è rosa. Anzi, come dice Martina Rosucci, centrocampista della Juventus: «Nonostante i successi e l’interesse crescente, è inutile nascondersi dietro barzellette. Bisogna aprire gli occhi e far capire che noi occupiamo lo stesso tempo degli uomini. Come gli uomini, ci alleniamo, ci prepariamo atleticamente, seguiamo regimi alimentari specifici. In una parola, diamo professionismo, ma in cambio non riceviamo né tutele, né stipendi, visto che si parla solo di rimborsi spese. Molte di noi cercano così di costruirsi un piano B, a me per esempio mancano due esami alla laurea in Scienze Motorie, altre si allenano la sera e lavorano il mattino. È un’ingiustizia che solo un Paese culturalmente arretrato può accettare».

L’ingiustizia c’è, ed è lo stesso presidente del Coni Giovanni Malagò ad ammetterlo: «Una revisione della legge sul professionismo è necessaria. È un’esigenza che riguarda l’intero sistema, non solo un problema di genere. Come Coni facciamo moral suasion, ma non abbiamo il potere di legiferare». Bisognerà pur ammettere che qualche passo avanti si è fatto: «È stato istituito un fondo per la maternità grazie al lavoro di Commissione Atleti e Ministero di Economia e Finanze, abbiamo introdotto la quota “rosa” del 30 per cento nei consigli federali (per la prima volta a fine ottobre nel consiglio della FGCI sono entrate quattro donne, ndr). Ora servono coraggio, idee e formazione per fare in modo che l’universo femminile reciti un ruolo preminente», conclude Malagò. Certo, ha ragione Rosucci quando dice che per ottenere di più, non solo le calciatrici, tutte le atlete dovrebbero far fronte comune. Ridurre il problema dello sport femminile alla semplice antitesi professionismo – dilettantismo potrebbe essere persino controproducente. Nuoto, scherma, sci, pattinaggio, per citare alcune discipline in cui le donne hanno mietuto successi, non prevedono professionisti né uomini né donne. La soluzione, all’italiana, si chiama gruppo sportivo militare.

«Di solito ti “arruolano” in base ai risultati. Senza società alle spalle come l’Aniene o un’Arma, non potresti vivere di sport», dice Margherita Panziera, 23 anni, oro nei 200 dorso agli Europei di Glasgow e record campionati. «Per chi fa nuoto, in verità, come in altri sport “minori”, la Nazionale è unica e le discriminazioni non si avvertano. È come stare in una classe comune. Certo, io stessa concluso il liceo volevo iscrivermi a ingegneria e mai avrei pensato di fare la nuotatrice di professione, e questo perché per le bambine, una carriera sportiva, mentre tutti i maschi possono sognare di diventare calciatori, non è contemplata». E anche dopo le medaglie, le resistenze continuano: «In attività siamo tutti nella stessa squadra, il fine carriera invece per noi è più complicato tanto che quasi tutte si preparano un piano B» dice Rossella Fiamingo, medaglia olimpica e mondiale di spada, carabiniera forestale e ultimo anno di dietistica. Trattasi, in soldoni, di mancanza atavica di pari opportunità.

Una mancanza che inizia in famiglia, quando ti contengono dicendo “Attenta a non farti male” – «Ora stiamo aumentando, ma fisicità e paura immotivata ci hanno tenuto lontano da alcuni sport. Ci fanno pensare che non siamo portate per certe piste e non è vero», chiosa Michela Moioli, 23 anni, oro olimpico di snowboard tornata ad allenarsi sullo Stelvio in tempi record dopo un infortunio al ginocchio – e che termina in mondovisione quando, nei media, le donne ci finiscono solo quando vincono, secondo il vecchio adagio per cui devono dimostrare sempre qualcosa in più per uscire dal cono d’ombra. Ci è voluto un mondiale per portare la Serie A femminile su Sky: un match ogni domenica che in un mese ha radunato 1,2 milioni di spettatori unici. D’altra parte tutte sanno che la partita più importante per la parità dello sport femminile, nei numeri e giro di affari, si giocherà nei novanta minuti. A inizio ottobre la Fifa ha pubblicato la prima strategia globale per il calcio femminile con l’obiettivo di 60 milioni di giocatrici entro il 2026 e un miliardo di telespettatori per i Mondiali 2019. E da quest’anno, per la prima volta, anche le nostre calciatrici hanno un calendario con le date, a inizio stagione, del campionato e coppe. Non è buonismo, ma coscienza che il prossimo business sportivo sarà in rosa e bisogna cominciare a fare le cose come si deve. Investimenti, si spera, compresi.

Se il Coni ci tiene infatti a sottolineare che “tratta tutti allo stesso modo”, con borse di studio e premi medaglie olimpiche uguali, la Fifa non ha ancora pubblicato il regolamento di Francia 2019 (per Russia 2018 aveva stanziato 32,7 milioni per i vincitori), la FGCI dice che è in fase di transizione, la Federvolley tace. Pare però che la schiacciatrice cinese Zhu Thing abbia un ingaggio da un milione e 300mila euro a stagione, quasi il totale delle nostre pallavoliste, alcune delle quali, per inciso, sono a rimborso spese. Eppure, come disse Billie Jean King, la tennista che aprì la strada al professionismo femminile e alla parità di prize money: «Non si tratta di soldi, si tratta del messaggio che diamo, e deve essere un messaggio di uguaglianza».

Articolo già pubblicato sul settimanale Elle, novembre 2018

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