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Donne senza figli

[Pubblicato su Gioia! del 29 gennaio 2015] Gli anglosassoni lo chiamano childfree per distinguerlo dal childless. Perché “free” è sinonimo di libertà. La libertà, appunto, di non avere figli. Oppure otherhood (da motherhood), perché ancora, non si può etichettare una scelta come una mancanza, con quel “senza” a sottolineare una comparazione per difetto. L’americana Melanie Notkin, autrice di un libro sul tema, sostiene che questa sia la via per una nuova felicità delle donne moderne, nonché l’ultima sfida del femminismo, che dovrebbe vincere la mom-opia imperante, ovvero la visione miope della femminilità-maternità, e battersi per un’uguaglianza sociale ed economica tra donne “con” e “senza” figli. Non che il fenomeno non abbia anche un retrogusto mediaticamente snob, visto le celebrità che hanno fatto a gara a smantellare il mito della mamma felice: da Helen Mirren, che ha più volte sottolineato l’assenza di un suo istinto materno, a Cameron Diaz che non smette mai di dire di preferire il cinema, o Jennifer Aniston che davvero di domande sui marmocchi non ne può più. Tuttavia, pensare a un esercito di Erode in gonnella pone sulla strada sbagliata.

 E soprattutto nei Paesi sbagliati perché, al contrario di quanto si possa pensare, il primato di donne senza figli non spetta alle anglosassoni, ma alle italiane. Per le nate a metà degli anni Sessanta si parla, secondo l’Ocse, di un 24 per cento. Un confronto? In Francia, tanto per dire, sono meno della metà. Se poi si considerano gli ultimi dati Istat sulla natalità, con quasi 20 mila nascite in meno rispetto al 2012 e un indicatore di fecondità sceso a 1,3 nel 2013, ecco che il paese della Mamma per eccellenza appare meno materno di quello che si rappresenta. Senz’altro, meno materno di un ideale che in parte ancora condanna chi decide di essere donna-senza-figli e quindi, chissà per quale ineluttabile conseguenza, realizzata a metà. Se ne sono accorte due registe romane, Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che dal 22 gennaio sono on line con un web doc, anteprima di un film documentario pronto per la seconda metà del 2015, dal titolo Lunàdigas. Una parola sarda, data alle pecore lunatiche che si rifiutano di figliare, per raccontare un universo femminile distante da quello mainstream. Del resto, i dati emersi da una ricerca Eurisko commissionata ad hoc hanno dato loro ragione, con quelle non-mamme per scelta che in pochi anni sono aumentate di quasi dieci volte.

«Più che di un rifiuto della maternità a priori però, parlerei di una tendenza a procrastinare, di una non scelta che si conclude con un non evento», dice Elena Rosci, psicoterapeuta focalizzata sull’identità femminile e materna autrice del libro La maternità può attendere (Mondadori). «Il fatto è che il desiderio della maternità è diventato blando e alla fine, per motivi professionali, sentimentali o di crescita personale, non è mai il momento giusto. La chiamata materna poi, un tempo legata al matrimonio, oggi non è che una delle tante scelte esistenziali possibili. E la maternità, non più un destino» (per leggere intervista integrale a Elena Rosci clicca qui) . Non a caso, come raccontano Nesler e Piga, una delle testimonianze più forti raccolte nel web doc è quella di una giovane donna che ha deciso di non avere figli a sette anni, e cioè quando la mamma le ha rivelato che essere madre non è un futuro predeterminato, ma una possibilità. «Ciò che ci interessava registrare erano soprattutto le ragioni intime, non sociali o ideologiche, che hanno portato molte donne al rifiuto della maternità» continuano Nicoletta e Marilisa. «Certo, si possono rintracciare linee comuni, come tra le nate negli anni Cinquanta per cui spesso si è trattato di una sorta di ribellione alla famiglia, ma ogni donna, ogni scelta, ha una sua storia, ed è personalissima».

Niente di più lontano quindi da un certo femminismo rivendicativo che campeggia sulle pagine di combattive riviste americane, secondo cui le donne senza figli, oltre a essere persino più intelligenti e soddisfatte, sarebbero le uniche a fare una scelta sensata in fatto di ambiente, economia e futuro demografico. Se mai, in Lunàdigas si tratta di riportare la legittima scelta di ogni donna all’interno di un sentimento più complesso e, perché no, di un’altra possibile idea di famiglia. Moni Ovadia, tra gli uomini che hanno partecipato al documentario, racconta per esempio che il non essere padre non gli ha impedito di svolgere un ruolo paterno. Con figli e figlie di amici, nipoti, dando così vita a una famiglia allargata, ma soprattutto a una diversa responsabilità genitoriale. Veronica Pivetti – un’altra delle voci insieme a Margherita Hack, Lea Melandri e Melissa P- dal canto suo ha sottolineato la difficoltà nel vedere certi bambini esibiti come trofei, ma forse poco sinceramente amati. Ecco allora che l’essere o non essere madre non può essere riducibile a un semplice “sì” o “no” a un atto procreativo. Siamo tutti e tutte, in fondo, figli e genitori di qualcosa ed è forse questa la vera scelta che un essere umano fa nei confronti di se stesso e del prossimo.

Per leggere l’intervista integrale a Marilisa Piga e Nicoletta Nesser clicca qui.

 

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