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Dove Londra parla italiano

[Pubblicato su Sette/CorrieredellaSera del 7 agosto 2015] Potremmo cominciare da Clerkenwell. Dal quartiere che fu di Garibaldi e Mazzini e che nel 1840, al civico 10 di Laystall Street, ospitò gli incontri della Mazzini and Garibaldi Workmen’s Society. La chiesa di St Peter, costruita con i contributi del patriota italiano, è sempre lì, e attorno a essa ha preso vita, grazie alla figura di padre Carmelo, il St Peter’s Project. Da venticinque anni, un posto dove gli italiani meno fortunati trovano aiuto e assistenza. «Ho scoperto questa realtà dieci anni fa: mi trovavo lì e venni a sapere che, con un deficit di venti mila sterline, non avevano più il denaro per pagare la riabilitazione a un ragazzo che lavorava al deposito bagagli dell’Alitalia. Mi sembrava giusto cominciare a fare la mia parte, io che a Londra ci sono da più di vent’anni e che faccio parte di quei privilegiati che si muovono tra Hampstead e Bond Street con le Boris Bike (il bike sharing di Santander Cycles, ndr)». Chi parla è Davide Serra, fondatore di Algebris Investments e riconosciuto come uno dei massimi esperti mondiali del settore bancario. In pratica, uno dei tanti italiani che oggi siede nella “stanza dei bottoni” della capitale britannica. «In un periodo in cui Londra è raccontata come un terra promessa, pochi forse sanno che ogni giorno centinaia di nostri connazionali si mettono in fila per un pasto caldo. E se prima i due terzi avevano i capelli grigi, oggi il 50 per cento è formato da giovani arrivati qui magari con mille euro in tasca, poca preparazione e scarsa conoscenza della lingua, e che immediatamente si infilano in brutti vicoli. Sono le due facce degli italiani a Londra: quella che occupa posti di rilievo nella City, e penso a figure come Andrea Orcel, Diego de Giorgi o Fabrizio Gallo, e quella che rimane ai margini. Se sono diventato patron del St Peter Project’s e ho deciso di occuparmi del fund raising, oltre che garantire un budget annuale di almeno 20 mila sterline, è anche per farle parlare tra di loro», conclude Serra.

Sta di fatto che gli italiani a Londra sono tanti. Nella cultura, nella ristorazione, nella finanza. Per la precisione, secondo i dati del Consolato, che visto i numeri è il secondo nel mondo dopo quello di Buenos Aires, sono circa 500 mila, diventando così la terza comunità dopo quella polacca e francese. Tanto per capire il fenomeno, da gennaio a giugno 2015, il Consolato ha registrato all’Aire una media di mille e 721 connazionali al mese, per la maggior parte under 40. «Si viene qui perché le opportunità lavorative sono tante e in diversi settori e perché c’è un ecosistema che facilita la crescita professionale» dice Massimo Tosato, a Londra da 16 anni e vice chairman di Schroders. «Londra è una città cosmopolita e ottimista con un mercato del lavoro flessibile e che si può vantare di un 5,5 per cento di disoccupazione. Alcuni ambiti possono essere molto competitivi è vero, ma i giovani che arrivano dalle università italiane sono preparati e in più aggiungono quell’elemento di creatività che spesso dà loro una marcia in più».

Quello che rende vincenti invece gli italiani nel settore della moda è, secondo Anna Orsini, a Londra dal 1979, ex direttrice dell’ufficio internazionale del London Fashion Week e oggi consulente strategico del British Fashion Council, la competenza e le capacità commerciali: «Scuole come la Central Saint Martins spingono molto sulla parte creativa, mentre in molti brand internazionali, come ai vertici di agenzie multimarca, siamo noi a essere chiamati per ricoprire ruoli di direzione». La piscina e il ristorante della Shoreditch House nell’East London, il locale che ha dato inizio al dining club, è uno dei ritrovi del fashion jet set, così come The Electric Cinema in Portobello Road, una vecchia sala cinematografica tra le cui poltrone in pelle con poggiapiedi, gli ampi divani, e i sei letti matrimoniali in prima fila attrezzati con coperte in cashmere, sono organizzati gli eventi più importanti. «Ma rappresentare gli italiani in modo univoco non è però corretto» continua Orsini. «Alla fine, facciamo tutti parte di una comunità londinese e internazionale. L’unica differenza sta forse nel fatto che mentre gli inglesi ti chiedono cosa fai “week after next”, per gli italiani è “cosa fai stasera”… E alla fine, quindi, è più facile che ci si incontri a comprare lampadine nel basement di Peter Jones a Chelsea o al Borough Market alla ricerca di formaggio Castelmagno e grissini piemontesi».

Oppure, come dice Allegra Hicks, torinese di nascita e londinese di adozione, designer super titolata di caftani in edizione limitata (esposti anche nella galleria milanese di Alberto Levi) e di tessuti per la casa, a fare la spesa da iCamisa a Soho o a La Picena in Walton Street: «Sono qui dal 1985, qui mi sono sposata e ho costruito il mio business, ma ancora riconosco i ragazzi italiani che durante il week end si ritrovano al parco a giocare a calcio o quelli che si vanno a godere la meravigliosa collezione di arte all’Estorick Collection di Islington tra opere di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Giorgio Morandi o Mario Sironi». E visto che si guarda al mondo dell’arte, è bene dire che è Londra tutta a essere impazzita per l’arte italiana del dopoguerra. «Lo scorso febbraio, l’opera Intersuperficie Curva Bianca di Paolo Scheggi da Christie’s è stata battuta per quasi un milione e 800 mila sterline. Ma a ingrossare il mercato dell’arte londinese sono anche i Fontana, Manzoni, Castellani, Bonalumi, Boetti; con gallerie come quelle di Marco Voena, Mazzoleni e la nuovissima Tornabuoni in Albermarle Street a farla da padroni», dice Manfredi Della Gherardesca, art advisor per collezionisti inglesi, americani e italiani, storico dell’arte e arredatore: «In un certo senso, gli inglesi hanno sempre invidiato la solarità della nostra cultura. Arredano le loro case con i nostri pezzi, vengono a mangiare italiano Da Lucio in Fulham Road, il nuovo ristorante aperto da uno dei camerieri dello storico San Lorenzo, apprezzano la nostra moda e il nostro modo di fare business, cosa non insolita per altro visto che qui noi arrivammo da banchieri, con le famiglie Bardi e Peruzzi che nel Trecento finanziarono il re d’Inghilterra».

Così, non c’è da stupirsi se, alla fine di giugno, alla versione pop up dell’Osteria Francescana di Massimo Bottura nelle sale di Sotheby’s in New Bond Street, c’era tutta la Londra che conta. Da Tom Ford a AA Gill, da David Ross a Eric Fellner. L’omaggio all’Italia, si apriva con un riso cacio e pepe in ricordo delle mondine dell’Emilia Romagna per poi coronarsi con una carne cotta al modo Toscano servita con aceto balsamico di Modena extravecchio, parmigiano stagionato trenta mesi e, sullo sfondo, ancora Fontana, Boetti e l’arte del Bel Paese. «Sarebbe sufficiente guardare il calendario degli eventi dei prossimi mesi per capire l’importanza degli italiani a Londra in questo momento: il London Film Festival avrà in cartellone per la prima volta ben dodici nostri film e una retrospettiva su Vittorio De Sica sarà curata dal British Film Institute; il Raindance Festival ospiterà il documentario cult sulla stazione Termini di Bartolomeo Pampaloni; mentre Sergio Lombardo, in occasione della mostra The World Goes Pop alla Tate Modern, curata dalla giovanissima Flavia Frigeri, farà una conferenza nella nostra sede di Belgrave Square» afferma Marco Delogu, nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. «E non dobbiamo dimenticare nelle principali istituzioni culturali inglesi ci sono italiani, come Andrea Lissoni, curatore del Film and International Art alla Tate Modern, come Nico Marzano, Film & Cinema Manager all’Institute of Contemporary Arts, come tanti ricercatori del British Museum, senza dimenticare che sarà un cittadino britannico che parla italiano a guidare, dal 17 agosto prossimo, la National Gallery: Gabriele Finaldi». La sfida di Delogu è quella di trasformare l’Istituto in un polo di attrazione e informazioni per i nostri connazionali. Un posto caldo insomma, per i giovanissimi in cerca di contatti con musei, per chi vuole approfittare di una biblioteca fantastica, e per le ricorrenze future, a cominciare dai 50 anni del film di Michelangelo Antonioni Blow-Up nel 2016.

Uno spazio comunque alternativo a quello offerto dallo storico Italian Book Shop in Warwick Street. Qui, Ornella Tarantola, “come una vecchia” zia dice lei, si ferma sempre volentieri a fare due chiacchere con chi viene a comprare un libro anche solo per nostalgia di casa: «La nostra è per metà una libreria e per l’altra metà un luogo di incontri per chi la cultura italiana la insegna e la promuove in prima persona». Tra questi, Stefano Jossa, accademico di letteratura e saggista che, non avendo trovato posto nell’università italiana, ora insegna alla Royal Holloway College dell’Università di Londra, e che all’Italian Book Shop ha presentato il saggio sulla letteratura come forma di resistenza (Scritture di Resistenza. Sguardi politici dalla narrativa italiana contemporanea, Carocci ed., a cura di C. Boscolo e S. Jossa); ma anche trentenni con voglia di cambiare lavoro e routine come Sara Pittaluga, che dal centro di Rapallo si è trasferita a Hackney per fare la cartoonist free lance e la progettista di workshop di design sensoriale. O come Alessia Mastroleo e Maia Rossi, entrambe ex consulenti aziendali nella gestioni di fondi UE e con master alla Business School, e ora, dopo un fund raising “familyandfriends”, per usare le loro parole, imprenditrici in attesa di aprire il primo punto vendita di Donna Fugazza, avendo ricevuto anche il finanziamento da parte di un importante azienda italiana per ora anonima. «Non raccontiamo favole. Londra è una città difficile e per avere successo bisogna avere un progetto ben definito. La differenza la fa la professionalità, altrimenti, si rischia di andare a lavorare per poche sterline e ritrovarsi alla sera in cinque persone in una stanza, e non certo a South Kensingthon o Notting Hill», la riflessione comune.

Ovvero non nei quartieri scelti dagli italiani “che ce l’hanno fatta” e che, anche per mandare i propri figli in scuole quotate come la Westminster Cathedral Choir e la St Philips, per i maschi, o la Falkner House e la Francis Holland per le femmine, finiscono con il concentrarsi nelle zone più noti anche ai turisti. Scelta che non ha fatto sicuramente Orsola De Castro, considerata dagli inglesi la “Queen of upcycling”, nonché fondatrice di Fashion Revolution, il movimento che sensibilizza sui costi sociali del sistema moda, e insegnante di moda etica alla Central Saint Martins School, che i suoi quattro figli li ha invece mandati alla “terribile” scuola pubblica inglese e vive a Brixton. Per lei, il massimo dell’Italia a Londra sta nelle cucine di Spring, alla Somerset House di Lancaster Place, dove una cuoca australiana cucina dei fantastici ravioli, e in quelle di Franco Manca, la catena di pizzerie di Giuseppe Mascoli che ai londinesi ha insegnato cosa significa mangiare la pizza lievitata naturalmente, con ingredienti organici e cotta in un forno a legna. E pensare che un volta tutto questo era poco più che uno stereotipo…

 

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