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Due chiacchiere con Mariavittoria Rava

Il 12 gennaio 2016 saranno sei anni dal devastante terremoto di Haiti. Il 31 dicembre, via Skype, ho fatto una chiacchierata con Mariavittoria Rava della Fondazione Francesca Rava che si trovava proprio a Port au Prince. Questa è l’intervista integrale, cuore del servizio su Haiti pubblicato sul numero 2 del settimanale Gioia!

Sembrerà cosa di poco conto, ma ad Haiti il 27 dicembre doveva esserci il ballottaggio decisivo per le elezioni, dopo l’accusa di brogli del 25 ottobre, ma ancora si rimanda… questo dice forse di un Paese che vive ancora in una situazione di emergenza?

Quando lo scorso ottobre era stata sospettata la frode da parte del candidato del presidente uscente Martelly, un gruppo di otto altri candidati hanno creato un’opposizione minacciando di non partecipare ad altre elezioni se non si fosse chiarito l’episodio. Ad oggi (2 gennaio, ndr) stiamo ancor aspettando l’esito dello spoglio manuale. Ma anche se fosse confermato l’esito di ottobre, non ci sarebbe tempo per convocare il secondo turno e fare un nuovo governo per il 7 febbraio. Il pericolo è esporre Haiti a colpi di Stato o disordini. Ma l’altro scandalo è che per le elezioni sono stati spesi 32 milioni di dollari: una cifra allucinante se si pensa che oggi gli haitiani vivono con meno di un dollaro al giorno e ricorrono ancora al baratto, un uovo per un secchio d’acqua, per sopravvivere. La stampa delle schede elettorali poi, è stata appaltata a uno stampatore di Dubai, quando anche qui sarebbero stati in grado di farlo. Anche le elezioni sovvenzionate dagli americani, in fondo, potevano essere un’occasione di investire nel Paese, ma come altre volte, i soldi circolano per ritornare nelle tasche di chi li ha stanziati. Eppure il popolo haitiano ha voglia di lottare, non si rassegna e lavora con dignità e impegno quando viene loro permesso. La povertà è frutto di meccanismi perversi anche internazionali e di un governo corrotto che non riesce a governare.

Nel terremoto del 2010 crollarono il palazzo presidenziale, il palazzo dell’Assemblea Nazionale, la Cattedrale e la sede della United Nations Stabilization Mission in Haiti, oggi a che punto è la ricostruzione nella capitale? E nel resto del Paese?

Se uno passeggia per la Gran Rue di Port-au-Prince, segni del terremoto, i palazzi crollati, le macerie, gli edifici pericolanti, sono ancora ben visibili. Le persone hanno allestito delle bancarelle sotto queste costruzioni pericolanti e l’immondizia a cielo aperto è normale anche in centro città. Quanto alle ricostruzioni, come il palazzo di Giustizia e quello equivalente alla nostra Agenzia delle Entrate (che poi che tasse ci saranno in un Paese in cui il 70 per cento non ha un lavoro!), tutto è stato fatto con appalti esteri. Anche l’aeroporto è opera di Taiwan, e ora, a distanza di sei anni, hanno iniziato i lavori di ricostruzioni del molo del porto, mentre è iniziato il cantiere per la ricostruzione dell’Ospedale Generale: una gara d’appalto per 55 milioni di dollari vinta dalla Spagna e con mano d’opera tutta alla Repubblica Dominicana…

E le case, le hanno ricostruite?

Le tendopoli sono sparite o quasi da Port au Prince l’anno dopo il terremoto del 2010. A chi era rimasto senza casa sono stati dati pochi centinaia di dollari per spostarsi con la loro tenda nelle campagne di Titanyen, a un’ora da Port au Prince, un luogo dove una volta venivano giustiziati gli oppositori, e poi diventato una sorta di fossa comune. Molte delle centinaia di famiglie sfollate dalla capitale sono finite qui e sono tutt’ora senza acqua, senza mezzi per coltivare la terra, senza elettricità e con in una tenda. Quello che ancora manca però sono soprattutto le infrastrutture, mancano gli ospedali, la rete per la distribuzione di energia e acqua potabile, i servizi di trasporto pubblico. Chi può (l’1 per cento della popolazione) ha generatori e cisterne d’acqua. Gli altri, il 99 per cento, nulla.

Immagino che i bambini di Haiti siano i più colpiti…

La prima causa di mortalità infantile è ancora la malnutrizione, e spesso, quando arrivano alle al nostro Ospedale di Saint Damien, l’unico pediatrico dell’isola, anche i protocolli internazionali non servono perché pensati per corpi ben nutriti, e loro, non riescono a sopportare nemmeno le cure. Il colera è ormai endemico, c’è la tubercolosi e molta epatite. I bambini muoiono di retinoblastoma, di leucemie causate dall’inquinamento… È vero, i bambini sono tanti, ma non si può colpevolizzare gli haitiani con questo. Non sono i bambini la causa della povertà, se mai, sono la conseguenza. Qualche anno fa una Ong ha lanciato preservativi dagli elicotteri, loro li hanno usati per raccogliere l’acqua… Bisogna prima dare a queste persone la dignità, non farli vivere notte e giorno ammassati nella stessa “stanza”…

Sa che però si dice che i soldi investiti nel Paese, gestiti da Onu e varie Ong a partire dal 2010, siano quasi una quindicina di miliardi di dollari?

Non conosco le cifre, ma bisogna sempre distinguere i soldi stanziati dai soldi veramente arrivati. Per esempio, parte dei soldi dei governi internazionali dovevano arrivare attraverso la fondazione Bill Clinton, ma non è successo … Sicuramente, se le cifre dichiarate fossero state ben utilizzate tutti gli haitiani avrebbero almeno una casa, e ogni bambino una scuola dove andare, visto che la metà di loro non ci va.

Qual è dunque la soluzione?

Bisogna essere con loro e dare loro i mezzi per risollevarsi, insegnare loro a fare le cose. Al nostro Ospedale San Damien, 300 tra infermieri e medici, sono tutti haitiani, formati da noi e dal 2015 abbiamo avviato come Fondazione un programma di formazione di chirurghi pediatrici haitiani per aumentare il numero dei bambini operati/anno da 500 a 1500 in collaborazione con la Società Italiana di Chirurgia Pediatrica. Negli slum, gli italiani insegnano come costruirsi da soli le case, a produrre energia solare. Ma si insegna, Francisville, la città dei mestieri, anche a tostare e macinare il caffè, allevare polli (in parte destinati ai bambini degli orfanotrofi e degli ospedali, in parte alle donne che li vendono nei locali mercati)e pesci, coltivare frutta e ortaggi. Grazie a Nespresso abbiamo realizzato un progetto di riforestazione e autoproduzione di frutta e verdura che ha permesso di piantare 8 mila alberi di manghi, palme, moringa, e realizzare un sistema di canali per il riciclo delle acque delle vasche dei pesci tilapia, per fertilizzare ed irrigare il terreno che è diventato di nuovo verde, ombroso e fruttifero. E nel 2016, grazie ad Obikà, partirà la quarta panetteria mentre è appena partita anche la produzione di miele: ad oggi 22 alveari danno oltre 100 litri di miele l’anno. Chiudo solo dicendo che, servirebbero però anche delle politiche agricole per la ridistribuzione delle terre oggi ancora in mano a poche persone ricche.

E il turismo, può dare una mano ad Haiti per risollevarsi?

Recentemente sono stati aperti hotel di lusso come il Mariott che ospitano le delegazioni dei governi o di grandi Fondazioni e Ong. So che hanno appena aperto e alcuni resort, come il Royal Decameron Indigo Beach Resort che ospitano per lo più canadesi e francesi che operano nel Paese. Non so, girando per Haiti, non si vedono molti occidentali. Chi arriva con le crociere se ne sta nella spiaggi recintata a loro dedicata e certo non vaga per l’isola. Sarebbe bello che iniziasse qualcosa, ma bisogna pur tener sempre presente che tutto quello che arriva qui, andrebbe utilizzato per l’empowerment delle persone. Adottare un bambino a distanza per esempio, come ha fatto la nostra judoka Rosalba Forciniti dopo essere stata ad Haiti, è un modo concreto perché il contributo non si disperda. Ogni centesimo che arriva è destinato da Padre Rick Frechette a far crescere questi bambini che, da soli, nutriti ed educati, cambieranno il loro stesso Paese.

Nella foto, una delle scuole gestite da Padre Rick Frechette e dalla Fondazione Rava (foto A. Grassani, courtesy F. Rava)

 

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