Adolescentia
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E poi, il resto del tempo cosa faccio?

Ieri ho passato un pomeriggio con otto adolescenti. Passato è una parola grossa perché in realtà si trattava di spostarli da un posto all’altro e tenermi adeguatamente a distanza durante le loro attività. Una compagnia discreta insomma, anche se a me fa sempre piacere parlare con loro, ascoltarli, osservarli. Avete mai provato a chiedere loro di cosa parlano quando stanno insieme? Cosa sia dicono? A parte il gergo usato che minerebbe il sistema nervoso di chiunque, pesando le conversazioni ho scoperto che il piatto della bilancia pendeva nettamente dalla parte del gioco on line. Cioè, metà del tempo lo passano sul gioco. L’altra metà, ne parlano. Ovviamente queste sono banalità e nemmeno tanto rispondendo al vero, ma la cosa interessante è che a un certo punto, intervenuta nella conversazione, ho chiesto loro di spiegarmi alcuni meccanismi. Puntualmente, e seriamente, mi hanno risposto. Poi ho chiesto loro cosa pensassero del tempo che passavano sui giochi. Bene, sapevano del rischio di perdita di concentrazione, dell’inutilità, dei problemi di vista. Allora, da secchiona e mamma quale sono, ne ho approfittato per raccontare di come Jobs stesso centellinasse l’uso dell’iPad con i propri figli. Di provare a chiedersi perché il fondatore di Wikipedia Wales non abbia nemmeno uno smartphone (o si vanti per questo), o come mai erano appena stati in un posto ipertecnologico in cui l’unica cosa che avevano usato erano le mani e non per il touch.

Forse per questo non avevano una risposta perché hanno svincolato per un minuto scarso. Poi però mi hanno chiesto: «E qual è il tempo che ogni giorno potremmo dedicare allo smartphone?». «45 minuti, un’ora al massimo sono più che sufficienti», la risposta. C’è stato silenzio. Poi, uno ha sollevato il viso dallo schermo e ha detto: «Va bene, 45 minuti. Poi un’altra mezz’ora per fare i compiti, perché io ci metto mezz’ora. E poi, il resto del tempo, cosa faccio?». Leggete bene questa risposta perché sembra banale e gradassa, ma non la è. La maggiorate dei ragazzi e delle ragazze non fa sport. Raramente suona uno strumento o fa attività che non siano quelle richieste, e offerte, dalla scuola. La scuola che ormai presenta tutto, dalla lettura alla visione di un film, come imposizione. Nessuna gioia dell’apprendimento o della conoscenza. Nelle grandi città poi, il cortile, il giardino, il gioco di gruppo all’aperto è ormai impensabile. A parte gli oratori, forse, non ci sono luoghi dove ritrovarsi. Così alla fine, ho pensato che gli adolescenti prendono e usano semplicemente quello che noi sappiamo offrire loro. E, prima di sentenziare, dovremmo essere noi a chiederci se diamo loro le possibilità e gli strumenti per fare altre cose che non stare attaccati al telefonino.

Comunque, arrivati a destinazione, ho semplicemente requisito i cellulari. «Non vi servono», ho detto. C’è un parco, un pallone, siete in otto, inventatevi qualcosa. Di là c’è un pianoforte, una chitarra, ci sono cose da costruire. Se vi sedete intorno a tavolo a mangiare pizzette e patatine, non mi meraviglierò se parlate male di scuola e professori (cosa che hanno fatto e sempre, sempre, per sottolineare la noia). Hanno organizzato un torneo di lotta. Non so, non ho visto, e non ho voluto vedere. Quel tempo oltre ai 45 minuti però mi è rimasto impresso. Perché quel tempo oltre i 45 minuti è nostra responsabilità. Responsabilità di adulti intendo (anche della scuola, ma non voglio deprimermi oltre) e non possiamo cavarcela semplicemente dicendo che “stanno sempre attacchi al telefonino”.

A margine vorrei anche dire che, ancora una volta, ho avuto la sensazione che ormai la vera frattura presente e futura non sia tra nativi o emigrati digitali. Ma tra chi potrà permettersi di occupare diversamente quel tempo che avanza oltre i 45 minuti. Perché tutti sappiamo a memoria il valore dello sport, della musica, dell’andata e ritorno della mente dai libri, dai film , dai viaggi e dalle strette di mano. La conoscenza critica è la vera ricchezza del futuro. E se c’è una cosa che ho imparato a stare insieme, ma adeguatamente a distanza, agli adolescenti, è che rischiamo di buttare alle ortiche il loro futuro. E il fatto è che, nella maggiorate dei casi, pensiamo persino che sia una cosa che non ci riguardi.

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