Adolescentia
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E se la (cara e vecchia) non violenza fosse la soluzione?

Bullismo, cyberbullismo, eccessi comportamentali e conflitti più o meno aspri. A scuola, al parco, in palestra, sono spesso questi gli argomenti (e le paure) all’ordine del giorno. Il 2 ottobre scorso, giorno della nascita del Mahatma Gandhi, e Giornata internazionale della Non Violenza, è stato presentato il lavoro del Centro Non Violenza Attiva Educazione alla nonviolenza a Milano, patrocinato dall’Assessorato all’Educazione e all’Istruzione del Comune di Milano e sperimentato in alcune scuole milanesi proprio quest’anno. Non è difficile capire quanto l’educazione scolastica sia complessa e quanto il confine tra il benessere psicofisico e la buona, ed efficace, trasmissione del sapere sia labile. Non è difficile, ma non è scontato, tanto che io stessa sono testimone della sottovalutazione di comportamenti preoccupanti (insulti, didattica punitiva, osservazioni sessiste) perché considerati, anche dagli stessi genitori, semplicemente slegati dalla funzione dell’insegnamento. Quasi che secoli di pedagogia fossero passati invano…

In molte scuole, laboratori per la prevenzione e la gestione dei conflitti, spesso legati alla vita in Rete, si fanno. Il richiamo alla (cara e vecchia) non violenza è in questo caso esplicito e spinge a una riflessione. Nella giornata ho assistito ai laboratori proposti ai ragazzi e agli insegnanti. Ho ascoltato i ragazzi (qualcuno lo fa mai?), con i loro commenti e le loro esperienze. «Se mi arrabbio di solito non lo dico e mi arrabbio in mente», dice una ragazza. «A me è capitato di rispondere con le mani. Ma solo dopo insulti e sgambetti. Avrei voluto dirgli di smetterla, di essere amici, ma non ce l’ho fatta», confida un compagno. Il fatto è che la violenza, compresa quella impartita da società e scuola, sempre più malamente competitive e narcisistiche, pervade il loro mondo. Riconoscerla, darle un nome e un cognome, tra le varie forme che oggi assume, è un primo passo.

Usciti dal laboratorio Oltre i Confini (progettato dalla Casa delle Donne di Milano), un percorso obbligato scandito da foto di migranti e che confluisce in un cerchio in cui condividere le emozioni legate all’esclusione dal gruppo, molti hanno provato il disagio di dover allontanare un proprio compagno. Che era uscito dal cerchio “per gioco”, mentre loro, sempre “per gioco”, si erano impegnati a escluderlo e ignorarlo in ogni modo. Perché i confini da abbattere sono materiali e immateriali, come quelli che a volte si costruiscono attorno ai più deboli, compagni inclusi. Nella Tenda del Silenzio i ragazzi e le ragazze sono stati invece invitati a stare in silenzio per una ventina di minuti e fare una piccola meditazione. Una vera scoperta in una società dominata dal caos: «Non mi ero mai accorta che potesse essere così bello» il commento più diffuso. Ma forse il “bello” è cominciare a percepire se stessi nello spazio del mondo. Che è dalla percezione di sé che arriva la “non violenza” – dicono gli organizzatori –, ovvero da quella riflessione più profonda che è la premessa al rifiuto di quella risposta semplice che è la violenza. Nel Cerchio delle Virtù infine, si sperimentano le proprie qualità descritte dagli altri: «Non credevo che le mie compagne pensassero queste cose belle di me, ne sono uscita con più fiducia», dice una ragazza.

All’incontro erano presenti, oltre a molte scuole milanesi, la consigliera e Presidente della Commissione Educazione e Istruzione Elisabetta Strada, la consigliera Paola Bocci, la presidente della Commissione Pari Opportunità e vicepresidente della Commissione Cultura Anita Sonego e l’assessore all’istruzione Francesco Cappelli, il quale ha insistito sull’utilità di progetti simili soprattuto nelle scuole medie, il ciclo scolastico forse più problematico. Certo questo necessiterebbe la collaborazione di tutti: dai genitori agli insegnanti, disposti quanto meno ad accrescere la loro “competenza emotiva”, a mettersi in discussione. E questo lo scrivo perché il problema, ed è l’esperienza di tutti i giorni, è che il rispetto del prossimo, l’esercizio dell’empatia, la scuola come momento inclusivo e collaborativo, non sono materie considerate in verità degne.

La mia speranza quindi e che questi programmi non siano lasciati alla buona volontà o iniziativa dei singoli, ma che qualche organo competente se ne faccia carico. Che le parole nel vuoto, o le passerelle, rischiano di essere l’ennesima violenza su un apparato formativo già pieno di crepe

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