Donne, educazione
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Educare al femminismo

Camminavo in montagna e ho fatto un gioco con mio figlio. Ognuno pensava a un personaggio e l’altro, a turno, doveva indovinare. A un certo punto ho posto una regola: «Deve essere una donna!». Seguono dieci minuti di silenzio assoluto e poi: «Dai ma’, non me ne vengono in mente!». Eppure all’adolescente in questione non mancano argomenti. Nella mezz’ora precedente si era destreggiato con una certa padronanza da Pisistrato a Trockij, passando per Elon Musk. Quel che gli manca quindi, è la percezione dell’esistenza del genere femminile. Non so se nella quotidianità, ma nell’accezione “storica” è sicuro. Dove ho sbagliato? Mi sono chiesta. Dopo tutti quei discorsi sul femminismo, le corse al cinema a vedere film come Mustang o Libere, disobbedienti, innamorate, le discussioni sugli stereotipi… dove ho sbagliato? «Da nessuna parte. Uno ci prova a insegnare la parità, ma non sempre nel caos quotidiano del brodo culturale in cui siamo immersi ci si riesce. Sui libri di storia non si studia Cristina di Belgioioso, che apre giornali, finanzia patrioti, perora la causa dell’Unità d’Italia all’estero, ma Ciro Menotti». Mi consola così Serena Dandini, che di donne cancellate con la scolorina dalla storia, come dice lei, ne ha fatto un libro (Il catalogo delle donne valorose, Mondadori), e che sull’importanza di raccontare le grandi madri del futuro – sono sempre sue parole – ha messo la firma sulla direzione artistica di L’Eredità delle Donne, il primo festival che celebra le protagoniste femminili dalla cultura alle scienze, dalla politica alle arti.

Primo: rendersi visibili 

A rifare lo storytelling del contributo femminile nel mondo, ci si prova. Ormai basta fare un giro in libreria e le favole delle buonanotte per bambine ribelli, bambine astronaute, scienziate o illuminate, riempiono gli scaffali. Il sospetto è che si alimenti una sorta di ansia di prestazione, con modelli di donne troppo perfetti per confrontarsi con loro… «Sì, anche il fatto che ci sia bisogno di eccellere per farsi considerare è una forma di discriminazione» commenta sorridendo Dandini, «e poi io faccio mia una frase di Madeleine Albright, che diceva che la vera parità sarà raggiunta quando in parlamento ci saranno tante donne mediocri quanti sono gli uomini». La normalità però, è cosa diversa. Quella normalità in cui noi tutti crediamo di assicurare ai nostri figli e figlie un mondo di pari, e che invece ci smentisce quotidianamente: salari più bassi, zero conciliazione tra lavoro e famiglia, violenza, sessismo, marginalità nelle rappresentazioni pubbliche. I dati sono implacabili. E un ennesimo studio americano delle università di New York, Princeton e Illinois, conferma che a sei anni le bambine cominciano a percepirsi come una seconda scelta, meno geniale, meno brillante, meno intelligente, rispetto al compagno maschio.

Secondo: insegnare la parità

La spagnola Iria Marañón, filologa, fondatrice del blog sull’educazione all’uguaglianza Comecuentos Makers, e che in ottobre pubblicherà in Italia il suo libro Educare al Femminismo (Salani ed.), dice che co-educare al femminismo, maschi e femmine, è l’unica strada per essere solidali e felici. E per avere una società giusta ed egualitaria. Lo dimostra in più di duecento pagine con i dati più aggiornati di Unicef e Amnesty, e con test, esercizi e box interattivi ed esperienze personali per testare il nostro livello di parità tra i sessi. «Promuovere il femminismo fin dall’infanzia serve, non solo per sottrarre le bambine dai pregiudizi, ma anche per liberare i bambini dal dover rivendicare costantemente la loro mascolinità» ha dichiarato in un’intervista alla piattaforma di educazione innovativa Educación 3.0. «A scuola, in famiglia, l’educazione non è uguale. Non è uguale il linguaggio, sempre al maschile, non è uguale il tempo e il modo in cui si presta attenzione a ciò che maschi o femmine dicono, non è uguale nemmeno lo spazio fisico occupato al parco giochi». Educare al femminismo quindi, per ripristinare la parità, «per fornire occhiali che aiutano a guardare il mondo in modo nitido, riconoscendo le discriminazioni, da quelle psicologiche al mondo del lavoro, ed evitare di dare tutto per scontato»; ed educare al femminismo per non rinunciare al proprio talento, «che se le discriminazioni non le riconosci, non le combatti, non puoi emergere», conclude Dandini.

Terzo: via libera al talento

Le donne che ce l’hanno fatta, quelle uscite dal cono dell’invisibilità e di cui facciamo leggere le vite alle nostre bambine, sono tutte passate sopra a pregiudizi. «Non bisogna frapporre paura e condizionamenti esterni fra sé e i propri sogni. Bisogna lavorare duro, a testa bassa, senza mortificare nessun aspetto di sé, né i desideri professionali, né quelli affettivi, coltivando sia l’intelligenza razionale, sia quella emotiva. Io sento che il mio essere madre, per esempio, mi ha aiutato anche nel mio essere scienziata» dice Maria Branchesi, l’astrofica italiana definita da Time una delle 100 persone più influenti del mondo ospite all’Eredità delle Donne; come del resto la giurista Livia Pomodoro, una donna che qualcosa da dire su come gestire ruoli apicali ce l’ha: «Non avere paura del potere è fondamentale e deriva dalla capacità di essere consci del proprio valore. Alle più giovani bisognerebbe insegnare responsabilità, consapevolezza e preparazione. Il che non significa sempre arrivare a fare il capo, perché il potere non è assoggettamento degli altri, ma la possibilità di scegliere di fare il bene e non il male e le donne, più disponibili alle relazioni umane, hanno più capacità di lavorare per la comunità».

Quarto: liberarsi dalle etichette

Un po’ di orgoglio, pure femminista, dovremmo quindi averlo e pure insegnarlo. Che le librerie delle donne, i circoli di lettura al femminile (anche virtuali come quello di Emma Watson con l’account Our shared shelf sul social Goodreads) sono sempre più affollati; che il femminismo è finito persino sulle passerelle (e non per tutte è una buona notizia); che abbiamo pure una femminista dichiarata alla corte (Meghan Markle). Forse la prima cosa che bisogna insegnare è allora smascherare il tranello dell’etichetta di rompiscatole. «A mia figlia ho insegnato l’autonomia» dice Francesca Reggiani, l’attrice che rivedremo quest’autunno nel ritorno, in quattro prime serate, della famosa Tv delle Ragazze, «Quando ha preparato la tesi di diploma sa come l’ha intitolata? Come sarebbe il mondo se non fossero state messe a tacere le più importanti scoperte femminili da Ipazia a Margherita Hacke quando le ho chiesto chi glielo avesse suggerito, mi ha risposto: “Ci ho pensato da sola”». (Articolo già pubblicato su Gioia! N. 36 settembre 2018)

In apertura un’immagine icona della storia del femminismo con Gloria Steinem and Dorothy Pitman-Hughes.

 

 

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