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Educazione alla bellezza

C’era una volta The Beauty Premium, il bonus che avrebbe dovuto avere chi è stato baciato da Madre Natura in fatto di simmetria del viso, grazia dei lineamenti, armonia di forme. L’Università di Essex lo aveva quantificato anni fa, e da allora, Harvard Business School compresa, nessuno si è azzardato a contraddire la tesi che la bellezza garantisse successo e potere. Salvo poi non spiegare il perché donne come Mary Barra, Ceo di General Motors e secondo Fortune la donna più potente al mondo, o come Angela Merkel, se ne stanno in cima alle classifiche con tutta la loro normalità e senza aver mai avuto bisogno di un lifting. E che dire di Kate Winslet, che della bellezza patinata sembrerebbe aver bisogno in quanto testimonial di Lancôme, e invece decide di eliminare filtri e ritocchi dalle foto per apparire più naturale (rughe comprese) e dare un esempio positivo alle nuove generazioni; o di Essena O’Neill, la 18enne australiana che, sempre in nome dell’autenticità, abbandona i suoi 600mila seguaci di Instagram dove mostrava, secondo le sue parole: «Una bellezza artificiosa»? In fondo, la bellezza è un giudizio culturale, una convenzione, e perché un linguaggio a cui dovremmo essere educati. Un’educazione che spesso comincia dallo sguardo poco obiettivo della mamma: la prima maestra al senso della nostra bellezza, la prima guida davanti allo specchio. E oggi, in molti casi, la prima accompagnatrice negli studi di medicina estetica. «Negli ultimi trent’anni c’è stato un cambiamento radicale nel rapporto madre e figlia e questo ha influito anche sul rapporto delle giovani donne con il loro corpo», dice Pietro Lorenzetti, chirurgo e autore di Specchio delle mie brame (Mondadori), un libro che raccoglie le interviste di Johann Rossi Mason a madri e figlie che, insieme, si sono presentate dal chirurgo plastico. «È la prima volta che due generazioni di donne competono su questo terreno. Ma quando vedo una madre che accompagna la figlia quattordicenne per convincermi a farle una liposcultura dei fianchi in modo che possa indossare i pantaloni a vita bassa, è chiaro che qualcosa non va. E quello che non va è che la bellezza è diventata una sfida, un ricatto affettivo». La soluzione per evitare questa magnifica ossessione poi, sarebbe sempre la stessa. Ovvero educare ai valori “alti”, e smetterla di parlare di visibilità, apparenza, immagine…

Ma è davvero così? Forse, come ha osservato Stefano Zecchi durante il dibattito organizzato dall’Associazione delle imprese cosmetiche italiane, la strada più sana, e più realistica, è quella di accettare i propri limiti e rassegnarsi al fatto che, ebbene sì, «la bellezza non è affatto democratica». Siamo diverse o, nei casi più fortunati, diversamente belle. Ci si consoli con il pensiero che i canoni assoluti di bellezza non esistono e, se mai ci fossero, cambiano al mutare del vento. «Sono un prodotto relazionale e culturale» dice Zecchi. Ma sono anche il risultato di una potente operazione di rebranding del nostro corpo fatta dai media. Per esempio, stando ai dati dell’American Academy of Facial Plastic and Reconstructive Surgery, la diffusione del selfie ha portato a un aumento degli interventi al viso del 25 per cento in due anni. Gente che arriva dal chirurgo mostrando lo smart phone e vuole correggersi a mo’ di filtro Instagram, si dice. Allo stile Kim Kardashian, si dovrebbe invece la crescente richiesta di avere un lato B più generoso che, anche in Italia, secondo i dati dell’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica, segna un aumento delle richieste del 6,6 per cento. E se il grasso lì dove non batte il sole non basta, ecco che finisce a riempire le rughe del volto e le piccole depressioni del corpo: il lipofilling è stato l’intervento più in voga dell’anno passato, per dire. E c’è da giurare, visto che gli Usa fanno tendenza, che il prossimo trend sarà la riduzione delle piccole labbra. Sì, quelle interne dei genitali femminili, che in alcuni casi potrebbero essere responsabili di inestetici rigonfiamenti visibili in costume da bagno….

«La cosa fondamentale è togliersi dalla testa l’idea del catalogo o dei pezzi di ricambio» dice Luciano Lanfranchi. Chirurgo estetico, amante dell’arte e della scienza, si vanta di aver rispedito al mittente richieste assurde con tanto di poster di star di Hollywood allegato. «Ho usato il mio blog It’s not plastic, un elogio al corpo imperfetto, per filtrare la clientela, non ho paura a dirlo», conclude. Perché la bellezza, in fondo, è una responsabilità, e anche un’industria progettata per andare sempre a gonfie vele. Lo dicono i nove milioni e 300 mila euro spesi in trucchi e abbellimenti vari (dati Cosmetica Italia), e lo dice la trasformazione che negli ultimi anni ha subito il concetto di “manutenzione ordinaria” del nostro aspetto. In un Paese che interviene sempre di più sul proprio corpo, la crescita della medicina estetica, dalla tossina botulinica all’acido ialuronico, dal filler di lunga durata al peeling chimico, è costante. A disposizione di tutti e soprattutto senza più avere quel retrogusto di condanna che accompagnava i primi ritocchi. Certo, come dice Tommaso Ariemma, pop filosofo autore di Anatomia della Bellezza. Cura di sé da Platone al selfie (Aracne Ed.), «Non si creda che la visibilità paghi. Arriva sempre il momento del burnout: quello che sembrava riscatto diventa fragilità, ciò che si credeva invulnerabile al tempo, non lo è. Bisognerebbe ricordare quello che facevano le star di un tempo: devote al culto della loro bellezza, la nascondevano ai più, dispensandola con il contagocce». Che aveva ragione George Bernard Show: “La bellezza, dopo tre giorni, è tanto noiosa quanto la virtù”.

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