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Elogio dell’errore

L’immane RagnoFerro di Curnasco si gratta con un albero che di solito abbatte con un calcio. Ha un passo di duecento metri ed è capace, se ha sete, di prosciugare il lago di Como in pochi sorsi. Quando fa la pipì può allagare un’intera città e quando ha fame può inghiottire anche un autotreno. L’immane RagnoFerro di Curnasco lo ha inventato, disegnato e raccontato, un bambino di dieci anni che lo ha immaginato con tante zampe, più di quelle che ce ne sono in realtà. È un ragno sbagliato, un errore della natura, come per errore è cominciata l’avventura di Luca Santiago Mora e del suo Atelier dell’Errore: «Un’amica mi ha chiesto di sostituirla per un anno nel laboratorio di arti visive del reparto di neuropsichiatria infantile di Reggio Emilia e Bergamo. Sono passati quattordici anni e questa esperienza è diventata un vero laboratorio di scultura sociale dove l’opera d’arte non è che il lavoro fatto sull’energia dell’essere umano. Su quello che comunemente chiamiamo “errore”, è stato costruito un metodo, una strada per trasformare in ricchezza ciò che normalmente è considerato problematicità sociale. Perché questi ragazzi sono, loro stessi, “errori”, si auto definiscono perdenti; eppure in questo atelier, dove l’errore è benvenuto e le correzioni o la gomma da cancellare bandite, riescono ad esercitare quella facoltà poetica che ha solo chi è dotato di uno sguardo capace di vedere ciò che i più non riescono neanche a immaginare. È così che gli scarabocchi sono diventati guizzi assoluti, portando alla luce una capacità visionaria e profetica che è un valore oggettivo per ogni artista».

Guizzi che sono diventati RagnoFerro, Catoplebe, Vermi Assassini, Carnifori, Mosche Cieche, Meduse con la bocca di Lucifero, Cracher, ScoiattoMotosega… un Atlante di Zoologia Profetica (raccolto in un bel volume da Corraini) che all’ultima edizione della Freeze Art Fair di Londra è stato ospitato dalla Moretti Gallery, anche se in questi anni i lavori dei ragazzi e delle ragazze dell’Atelier sono stati esposti a Verona, Venezia, Monaco di Baviera, Milano Linz…. mentre da pochi mesi, i maggiorenni hanno una sorta di bottega rinascimentale all’interno della Collezione Maramotti di Reggio Emilia: è l’Atelier dell’Errore Big (nella foto), 400 metri quadrati, da fare invidia a qualsiasi creativo, in cui anche coloro che sono diventati grandi possono continuare a sbagliare, a fare errori, e a essere persino retribuiti per questo, grazie al finanziamento della Fondazione Alta Mane.

Sulla disquisizione di cosa sia normale o patologico, si sono spesi fiumi di inchiostro di filosofi, biologi, scienziati. Definire la giusta regola in base a parametri quantitativi o statistici, non sembra una soluzione, ma soprattutto, l’entità numerica che fa maggioranza non è mai stata un criterio interessante. Perché penalizzare o esiliare l’errore, l’anomalia o l’insuccesso, non ci conduce da nessuna parte. La provocazione assoluta, che in questi tempi di crisi parrebbe persino una consolazione, è che invece sia proprio l’errore, la deviazione dalla regola, a creare innovazione e ricchezza. Lo scriveva anni fa Richard Farson, presidente del Western Behavioral Sciences Institute ed ex docente dell’Harvard Business School, in uno dei suoi tanti best seller (Vince chi fa più errori. Il paradosso dell’innovazione, Franco Angeli), tanto che in seguito i manuali che celebrano errori e imperfezioni si sono sprecati (ultimo Che Sbaglio! del direttore creativo di un’importante agenzia di comunicazione Erik Kessels edito da Phaidon), con il rischio di dare risposte fin troppo semplici a bisogni più profondi e complessi. Da pochi mesi, nella città svedese di Helsinborg, ha persino aperto il Museum of Failure, il museo del fallimento. C’era bisogno, secondo il fondatore e curatore Samuel West, di raccontare l’insuccesso in modo più pro-positivo: «Se vogliamo progredire, dobbiamo accettare e comprendere errori e fallimenti. In fondo, tutti i successi sono simili, ma ogni fallimento è affascinante a modo suo. A livello personale, capire questo è quasi una liberazione. Per le aziende, è invece tempo di ammettere che l’80-90 per cento di tutti i progetti di innovazione in realtà falliscono. Il fallimento è il fondamento della Vita, l’evoluzione stessa si basa su fallimenti genetici (le mutazioni). Forse se cominciassimo a narrare la relazione tra successo e fallimento in modo diverso, magari mettendo l’accento sul numero di errori che ha compiuto lo stesso Steve Jobs prima di diventare l’icona del successo…».

Che poi, fin che si parla di prodotti, della fortuna del CD Sony figlio della scottatura presa con il lancio del videoregistratore Betamax, o di quello dell’iPhone e iPad, risultato di flop clamorosi come quello dell’Apple Newton, è cosa facile. Per quanto sia difficile crederlo, senza un aggeggio dal design elegante e touchscreen smart potremmo sopravvivere tutti; più dubbi, invece, esistono sulla nostra capacità di sfuggire a stereotipi e preconcetti che si nascondono dietro le cose buone e giuste, dietro la supposta normalità della maggioranza. A pensarci bene, il viaggio in questo può essere una guida. Aiutarci nell’esercizio di evitare l’organizzazione di tour giorno per giorno, tappa per tappa; di ripercorrere strade già segnate; di assecondare le repliche dei riti vacanzieri. Qualche anno fa lo scrittore e viaggiatore Patrick Manoukian scrisse L’arte di perdere tempo. Piccola celebrazione della sosta e degli imprevisti (Ediciclo), un piccolo reportage gioiello che dimostra come l’involontario, le soste inattese, persino lo sbagliar di strada, siano in realtà foriere di sorprese più di quanto possa offrire il solito panorama che, così pare, bisogna-per-forza-raggiungere-soprattutto-perché-sta-al-numero-uno-della-classifica-Tripadvisor. E in libreria è tornato anche un divertente anti-manuale di Paolo Morelli, il Vademecum per perdersi in montagna (Nottetempo) che, al contrario di quanto possa sembrare, è stato scritto proprio per distoglierci da quello stato di ebetudine e ottundimento in cui siamo avvolti quando pensiamo di essere immuni da qualsiasi errore. Quando tutto è tracciato, codificato, normato. Da qualche anno all’università di Grenoble esiste il corso di Zetetica e Autodifesa intellettuale, che ha l’obiettivo di esercitare lo spirito critico e l’arte del dubbio per tutto ciò che ci viene presentato come assolutamente vero o assolutamente falso, assolutamente giusto o assolutamente sbagliato. Forse demistificare la Verità è un buon inizio per accogliere l’errore, l’anomalia alla regola, e perfino l’impossibile. Un RagnoFerro (nella foto sopra) per esempio che si beve tutto un lago per la sete e che è così maestoso, così grande, che risulta davvero difficile capire come mai nessuno sia riuscito ad avvistarlo prima. (Nella foto di apertura, Animale scheletro tutta ossa)

Già pubblicato sul mensile Dove settembre 2017

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