Controbalzo, Donne
Leave a comment

Emanuela Maccarani: fatica, sorellanza, resilienza. Il segreto delle “farfalle”

Se fosse solo una questione di cerchi, nastri e clavette, salti e pivot, non si capirebbe il potere di quell’incantesimo. Bisogna andare dove la magia nasce, all’Accademia Internazionale di Ginnastica Ritmica di Desio, dove le “Farfalle” lavorano con tuta e ginocchiere, riprovando e riprovando lo stesso gesto per centinaia di volte, ricercando spasmodicamente quell’unisono armonico che le ha coperte di medaglie. Per la precisione, da quando le allena Emanuela Maccarani, cioè dal 1996, tra Mondiali, Europei e Olimpiadi, sono 43. Un palmarès che ha richiamato verso il movimento migliaia di ragazzine, passando dalle 5700 tesserate del 2016 alle 16600 di oggi.

Con i due pass olimpici individuali e uno di squadra per Tokyo 2020 in tasca, siete una certezza dello sport italiano: siete riuscite a cambiare il modo in cui viene percepita la ginnastica ritmica?

Il nostro è uno degli sport considerati minori, ma quando nel quotidiano si nominano le “farfalle”, allora capisci che queste ragazze sono entrate nell’immaginario comune. L’altro giorno per esempio, in aereo, sedeva accanto a me un padre di un ragazzino di una scuola calcio e quando mi sono presentata ha detto: “Ah, le “farfalle!”.

Fare la “farfalla” significa anche cominciare giovanissime, crescere spesso lontano da casa, e dedicare la propria adolescenza a questa passione…

Sono ragazze che già a 15 anni lavorano otto o nove ore al giorno in palestra e spesso, per chi non fa gare, non ci sono premi o incentivi. Siamo anche l’unica squadra nazionale che vive insieme per undici mesi all’anno, compresa l’estate, in Toscana, sul mare. È un lavoro fatto di responsabilità, impegno e dedizione, consapevoli che si vestirà la maglia azzurra, ma c’è anche un rapporto di sorellanza, un sodalizio importante. Insieme fanno tutto: vivono, si allenano, dormono, vanno a scuola, mangiano, passano il tempo libero o fanno fisioterapia…

Mi racconta una giornata tipo?

La mattina, dalle 8 alle 1330, e nel pomeriggio, dalle 15 alle 18, si sta in palestra. Dopo ci sono due ore e mezza di scuola con professori dedicati, pranzo e cena al ristorante e poi in albergo per dormire. Non abbiamo ancora infatti una struttura nostra, a parte l’impianto per gli allenamenti inaugurato l’anno scorso.

Quasi Wonder Women!

Per loro l’importante è stare insieme, non accetterebbero nemmeno camere singole o piccoli appartamenti. L’unica cosa cambiata nel tempo è la pervasività dei social media che amplificano la pressione e le rendono più vulnerabili alla frustrazione di eventuali delusioni. Ma è straordinario come già dagli 8 o 10 anni siano pronte a sacrificare tutto per questa passione.

La loro immagine è quella della perfezione e leggerezza, è quasi difficile immaginare tanta fatica…

Armonia, bellezza ed eleganza sono nello stesso codice di punteggio nella ginnastica ritmica. Dietro il gesto pulito e raffinato c’è però una componente tecnica e atletica molto alta e una preparazione fisica fortissima. Non è la fatica di chi solleva 200 chili, ma è una fatica data dalla ripetizione di un gesto all’infinito e dalla presenza mentale.

Ecco la testa… cosa c’è nella testa di queste ragazze che le rende vincenti?

Vede, noi non abbiamo la tradizione, la possibilità di investimenti, impianti o reclutamenti dei Paesi dell’Est, e per questo dobbiamo compensare con una dedizione totalizzante. Io ho un carattere semplice, mi sono fatta da sola, e soprattutto mi ricordo sempre da dove sono partita. La mentalità che ho trasmesso alle ragazze è quella di una persona che non ha mai mollato, anche perché lo sport insegna che un giorno sei campione e il giorno dopo sei fuori dai mondiali. Vittoria e sconfitta convivono dentro una stessa gara, l’importante è avere la capacità di risollevarsi. Di rialzarsi in piedi.

Mi sta dicendo che si impara più dalle sconfitte?

Assolutamente sì. La medaglia persa a Pechino, quel quarto posto immeritato che bruciava, ha lasciato nelle ragazze una sete di vincere, una voglia di riscatto che le ha portate a rimettersi in gioco e a prendersi i Mondiali 2009, 2010 e 2011. E dopo il deludente Mondiale di Pesaro nel 2017, hanno fatto sì che il 2018 fosse l’anno con più conquiste di sempre.

Quanto dura la carriera di una ginnasta?

Se cominci a 15 anni è probabile che a 24 o 25 tu abbia voglia di lasciare. Non è male dopo tutto, perché c’è ancora il tempo per studiare, ricominciare con una vita del tutto nuova.

E in questa vita nuova, quale bagaglio di competenze una ginnasta si porta dietro?

Aver lavorato per un obiettivo preciso è già un’esperienza fondamentale per il futuro. Ma in palestra si impara soprattutto a costruire qualcosa per se stesse, a gestire la propria vita, definire la propria identità. Tutto ciò costa fatica ma è importante farlo per sé, perché questo ti dà la consapevolezza di potercela fare sempre. (Immagine tratta dalla campagna Fastweb di cui la nazionale di ginnastica ritmica è testimonia fino al 2020)

Intervista già pubblicata su Elle n.43 del 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.