Donne
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Era mia madre

Leggere un libro sulle donne, sulle madri e sulle figlie, è sempre come leggere un libro su noi stesse. Così non mi sono stupita quando, parlando con Iaia Caputo del suo nuovo romanzo Era mia madre (Feltrinelli, in libreria dal 12 maggio), mi ha rivelato che agli workshop di scrittura autobiografica che organizza, non c’è donna che non faccia i conti con la figura materna. Non farò nessun spoiler in questo post dedicato al libro di Caputo, dirò solo che è molto bello, emotivamente coinvolgente, e che qui invece condividerò alcune riflessioni che ho avuto il piacere di fare con l’autrice davanti a una spremuta. Perché i rapporti con le madri, e con le figlie ho detto io, non sono mai come ci vorrebbero far credere, e forse perché, come dice Iaia: «L’imperfezione è inevitabile, e io non credo nei rapporti educati, come non credo nelle buone o cattive madri. Ci sono solo gli essere umani, con i loro momenti di eroismo o di debolezza. Non mi interessa nemmeno se i media raccontino un rapporto finto o meno. A me interessano i vissuti delle persone, e ciascuno dentro di sé sa che l’amore non può essere che imperfetto». L’amore sì, perché questo è in fondo un libro sull’amore. Sulla costruzione, faticosa, di un amore. Che ci viene lasciato dai ricordi, e nei ricordi spesso lo si vuole rintracciare e recuperare.

… “Se fossimo costantemente consapevoli d’essere incessanti produttori di ricordi per i nostri figli, ma anche di guasti, scompensi, dolori e incompiutezze, smetteremmo di respirare per il peso di questa responsabilità. Meravigliosa e terribile”… (da Era mia madre, Iaia Caputo)

Siamo legati gli uni agli altri, non c’è che dire. E le une alle altre. Nell’universo femminile, questa ragnatela si spinge non solo tra generazioni, ma anche, lateralmente, tra sorelle, amiche, colleghe. Il che, qualsiasi cosa si dica, non garantisce la nascita di un’universale sorellanza. Però oggi, è vero, la trasmissione di quel filo, avviene spesso tra donne. «Una volta era il padre che lasciava il viatico per l’andare nel mondo, oggi, per fortuna, non è più così: è la madre che ha il desiderio di trasmettere alla figlia una postura nei confronti del mondo, che vuole lasciare un viatico a una figlia che diventa adulta e che diventa, lei per prima, l’azione nel mondo», mi ha detto Caputo. Che poi il desiderio di lasciare qualcosa a qualcun altro, è sempre un modo per accomiatarsi. Per dirsi addio con gentilezza. Diventare adulti è in fondo una questione di separazione. E l’eterno presente a cui è incollata una generazione che, precaria a vita, non è in grado di programmare il futuro, certo non aiuta.

… “Avrei imparato con il tempo che le soglie, come i distacchi, sono infinite. Una madre e una figlia non si separano con un colpo solo, netto, pulito, ma attraverso strappi successivi, e neppure sempre tristi, o dolorosi”… (da Era mia madre, Iaia Caputo)

Il presente è una gabbia, dunque, e forse la è anche per la figlia di Era mia madre, e sarà una gabbia almeno fino a quando non ricucirà quella ragnatela, finché non darà voce alle sue rivendicazioni, alle complesse sfumature dell’essere donna, e finché non capirà sulla propria pelle cosa significa lasciare, passare il testimone, diventare madre. Che cosa significa appunto diventare madre? È davvero madre solo chi genera un figlio? Ho chiesto a Iaia. Perché io sono sempre un po’ ossessionata dai ruoli esaltati e esaltanti che cuciono sopra alle donne, ma lei aveva già scritto questo:

… “Stai sempre vicina a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, senza mai dimenticare la terra, lo sbocciare di un fiore, la cura di una pianta” Mia madre citava Anna Maria Ortese, un’autrice a lei molto cara…”… (da Era mia madre, Iaia Caputo)

Certo, la comprensione tra generazioni, tra donne, tra madri e figlie, è forse una chimera. Oppure fa parte di quelle cose perfette che si vedono solo nelle pubblicità in televisione. Sarà una legge di natura. E la natura funziona proprio nella sua meravigliosa imperfezione. Persino la vita, l’amore per e nelle cose, l’unica cosa che in fondo abbiamo, è imperfetto. Eppure è vita.

2 Comments

  1. Anto says

    Anche io ho sui fogli un inizio di libro intitolato “era mia madre”.sono curiosa di leggere questo.il mio racconta del mostro Alzheimer che ha divorato mia mamma,ingoiando anche la mia vita.ma è ancora a livello embrionale.

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