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Facciamo la pace.

[Pubblicato su Gioia! n. 49 del 5 gennaio 2016] E se la pace tornasse di moda? Se si avesse il coraggio di togliere da questa parola la polvere ideologica, l’inerzia, persino i fallimenti. Per riscoprire il volto propositivo della non violenza. O, come ha suggerito Obama, per non perdere fiducia in ciò che siamo, nei nostri valori, nella libertà che abbiamo costruito. Per Gioia! otto voci per un mondo non violento.

Francesca Borri, reporter di guerra e mediatrice, suo il libro La guerra dentro (Bompiani). «Mi ritrovo nei paesi più diversi. Siria, Libia, Yemen, Sudan. Le guerre più diverse. Ma al fondo la storia è sempre la stessa: le persone. Non sunniti o sciiti, rifugiati o terroristi, ma solo uomini e donne. Perché ognuno di noi è mille cose allo stesso tempo. Un musulmano, ma anche un padre, un ingegnere, uno che ama cucinare, guardare film gialli e ascoltare Adele. Solo così, restituendo a ognuno la sua ricchezza, è possibile riconoscerci nell’altro. E parlarci, invece che averne paura».

Michela Murgia, scrittrice, da pochi giorni in libreria con Chirù (Einaudi). «Un paese che vuole la pace non può fondare una delle voci più forti della sua economia sulla produzione di armi, eppure l’Italia ne esporta ogni anno per 54 miliardi di euro, un vortice di denaro fondato sull’idea che la guerra sia un’industria come un’altra. Smettere di produrre armi è il primo passo per fermare la guerra e che nelle fabbriche di armi lavori tanta gente non è una scusa per tenerle aperte: anche la mafia impiega un sacco di persone, ma non la consideriamo legittima per questo».

Manuela Dviri, scrittrice israeliana, nel suo ultimo Un mondo senza noi (Piemme, 2015) racconta come sarebbe il mondo se non avessimo combattuto Hitler e il nazismo. «Prima di tutto bisogna essere in pace con se stessi. Il che vuol dire capire che ognuno di noi può costruire un pezzettino di pace. Che tutto, ogni angolo del mondo, ci riguarda. L’indifferenza è l’azione più violenta che esista. Dalla responsabilità invece, può nascere l’accordo con l’altro. Sarà doloroso e difficile, dobbiamo esserne consapevoli, e richiederà un grande sicurezza in quello che siamo e vogliamo. Certo, nel caos è più facile rafforzare il mito della sicurezza che quello del dialogo. Ma l’unica certezza è l’incertezza. E non dobbiamo rassegnarci».

Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, «La massima parte dei migranti che raggiungono le nostre coste sono testimoni viventi di ciò che causa la vendita di armi. Non sono solo le guerre che conosciamo a determinare la necessità di fuggire da casa propria. L’Isis, Boko Haram, i trafficanti di uomini e droga: tutti fondano la propria forza su possesso e uso di armi. A questo si aggiunge la caccia al petrolio che trova utile l’instabilità dei paesi ricchi di giacimenti. Da poco, a Parigi, è stato raggiunto uno storico accordo per una progressiva conversione di tutti i Paesi verso le energie rinnovabili. Mi auguro che un altrettanto rivoluzionario percorso possa essere intrapreso per un reale controllo di produzione e vendita di armi. Senza gli strumenti con i quali si attua il sopruso saremmo davvero a pochi passi dal traguardo».

Igiaba Scego, classe 1974 è una scrittrice italo somala, suoi La mia casa è dove sono e l’ultimo Adua (Giunti, 2015). «Sono nera, musulmana, donna: tre volte giudicata, tre volte classificata secondo stereotipi. Per questo penso che per vivere con più gioia un periodo cupo come questo serva soprattutto buona informazione e buona scuola. Ho scoperto che a volte non si conosce nemmeno la geografia… si parla dei Paesi per sentito dire. A me, per esempio, ha sempre aiutato la letteratura: e la Siria, per tutti sinonimo di violenza, grazie alle poesie di Nizar Qabbani, l’ho sempre associata all’amore. Non resta che conoscerci. Se non ci conosciamo con chi costruiamo la pace?».

Cristina Simonelli, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane «“Non avrete il mio odio”. Credo le parole del giornalista Antoine Leiris all’indomani di Parigi siano capaci di rappresentare al meglio la sfida di un’epoca. Come donne e come teologhe vogliamo porci in questa lunghezza d’onda: la causa della pace, capillarmente, è la causa di tutte e tutti, la nostra prima frontiera, il nostro compito. Scrutare i testi della tradizione religiosa evitando letture sommarie è una buona pratica. E serve a ricordare che chiedere per qualcuno è fare spazio per tutti: per questo la causa delle donne si estende anche alla lotta contro razzismo e omofobia».

Cecilia Strada, Emergency. Da oltre venti anni siamo accanto alle vittime di guerra e crediamo che sia oggi più che mai necessario spezzare questa spirale di violenza. Le bombe, negli ultimi quindici anni, non hanno reso il mondo un posto più sicuro. Bisogna mettere in campo altri strumenti: polizia, intelligence, freno al commercio di armi. E ripartire, come fa Emergency ogni giorno, dalla pratica dei diritti, sempre e per tutti: diritti che sono un antidoto naturale alla violenza e all’odio. Diritti che – quelli sì – possono creare un mondo più sicuro.

Erri De Luca, scrittore, a fianco di padre Alex Zanotelli per la campagna Un’altra Difesa è possibile*. «Per lo scarso credito verso i governanti del momento, sto attento a quello che succede nei miei paraggi. Qui, in una periferia qualunque, le persone cercano di conoscersi tra nuovi vicini di casa, si scambiano il saluto al supermercato, imparano i nomi difficili di persone venute da lontano. Una migliore socievolezza aumenta il grado di sicurezza, che oggi non può essere più garantito dalle sole forze pubbliche. Servono le forze e le energie disarmate. Serve l’esempio del vicino di casa, di un papa spuntato dal Sud. È tempo di moltiplicare gli inviti e condividere».

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