Donne, Me.
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falsi miti e falsi problemi. un post scomodo

scomodità numero 1. Tanto per cominciare, il lavoro si paga. Qualunque esso sia, se lo riteniamo ben fatto, non vedo perché farci venire pruriti moralisti e sensi di colpa nel pagarlo, anche tanto. Se li vale, e in genere un professionista sa cosa e quanto può pretendere, non vedo che cosa ci sia di strano. L’anno scorso ci si scandalizzò per il compenso di Roberto Benigni che poi comunicò, in ossequio al buonismo, di devolvere tutto il suo cachet all’ospedale Meyer di Firenze (vorrei ricordare a tal proposito il meraviglioso monologo di un’ora sull’Inno di Mameli che a mio parere i 250 mila euro li valeva tutti). Quest’anno, è la volta di Adriano Celentano che ora, dice, a seguito delle polemiche, consegnerà il suo compenso pari pari all’Emergency di Gino Strada. Un falso problema dipanato con una falsa soluzione. Perché se il lavoro di Adriano Celentano valeva quei soldi, non vedo perché non darglieli. Troppi? Il valore del denaro è quel che di più relativo c’è al mondo. Una domanda: è più scandaloso, e eticamente riprovevole, lo stipendio al Trota o il cachet a Celentano? Chiarisco subito che io non avrei scelto Celentano, e quindi non gli avrei dato nemmeno 100 euro, ma a dirla tutta, forse non avrei speso un euro nemmeno per Gianni Morandi e per quell’esibizione di cultura cialtrona e machista che è il Festival di Sanremo. Ma questa, è un mia opinione. Il lavoro, invece, è lavoro. E va pagato. Anche tanto, ripeto, se è fatto bene.
scomodità numero 2. Se sento ancora parlare di articolo 18 come se fosse l’unico diritto da difendere e l’unico che veramente tutela i lavoratori mi butto a destra. Che è tutto dire. Non so voi, ma io mi guardo intorno e vedo che per la maggiorparte di chi lavora l’articolo 18 è l’ultimo dei problemi. Ma davvero l’ultimo. Prima vengono i falsi contratti a termine, le false partite Iva, le false proposte di collaborazione, e un sistema di lavoro la cui organizzzazione sta retrocedendo a livello fordista: mansioni dequalificate, poco pagate e facilmente rimpiazzabili. Quindi, se è vero che ogni diritto è sacro, e l’articolo 18 non è da meno, è anche vero che di Santi in Paradiso e persino in terra ne abbiamo già molti e che l’unica cosa che forse ci darebbe un po’ di speranza è fare un bagno di realtà. Perchè la realtà dice molto sui veri bisogni, talvolta anche dei sogni, e forse, a volte, ho come il sospetto che certe bandiere ideologiche servano più a chi le difende che non a coloro i quali dovrebbero essere difesi….
scomodita numero 3. Le tutele logorano chi non ce l’ha, si potrebbe dire. I costi della maternità nelle aziende sono sbandierati come costi assoluti (e chissà perché visto che poi vengono rimborsati), mentre, giustamente, il congedo di maternità è difeso a spada tratta. Un dato per tutti: il 55 per cento della forza lavoro femminile sotto i trent’anni non accede alla maternità con le tutele previste dalla legge perché tutte queste garanzie spettano alla lavoratrice dipendente, mentre il numero di donne che non ha un contratto a tempo indeterminato è in costante crescita. E allora? Perché non immettere nel dibattito nuove tutele, indennità di maternità universale o paternità obbligatoria per esempio, invece di sbandierare le vecchie? Falsi miti e falsi problemi appunto. Forse è l’ora di chiederci, ogni volta che brandiamo la spada per un’ennesima crociata, se davverso stiamo difendendo “noi” o l’idea, nostalgica e un po’ addolcita, di quello che vorremmo fosse “noi”. 

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