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La famiglia ai tempi del Web

[Articolo pubblicato su LeiWeb il 7 novembre 2013]

Inutile negarlo. Ormai, nonostante i tentativi di mantenere ideologicamente intatto il focolare domestico. Nonostante le (buone) regole che ci sforziamo di condividere con i nostri figli, la famiglia non è più un nucleo chiuso, ma uno dei tanti soggetti esposti a una perenne condivisione di fatti e sentimenti. Opinione diffusa è che i più propensi a questa nuova modalità di relazione siano i così dettinativi digitali. In realtà, come dimostrano recenti studi, non è la confidenza con i nuovi media a creare gap generazionale, bensì l’incapacità dei genitori di trasferire ciò che sperimentano con la tecnologia nella propria presenza educativa. È questa una delle riflessioni che Camillo Regalia ha esposto durante la presentazione della ricerca Family Tag (dove l’acronimo Tag sta per Technology Across Generations) promossa dal Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia e dal Centro di ricerca sull’Educazione ai media all’informazione e alla tecnologia, svolta dall’Università Cattolica di Milano in occasione della pubblicazione del libro Famiglia e nuovi media – Studi interdisciplinari sulla famiglia.

L’uso dei social network nei giovanissimi è, di fatto, un fenomeno in forte crescita. Se la ricerca dell’ateneo milanese ci dice che l’83 per cento dei ragazzi lombardi dai 13 ai 23 anni ha un profilo attivo Facebook, sono i dati del progetto finanziato dal Safe Internet Program, Net Children Go Mobile, a cui hanno partecipato 2000 ragazzi utenti Internet tra i 9 e i 16 anni con i loro genitori in Danimarca, Italia, Regno Unito e Romania, a fornirci un quadro europeo. Allora scopriamo, ma forse l’avevamo già intuito, che il 53 per cento dei ragazzi tra i 9 e i 16 anni possiede uno smartphone e il 48 per cento lo usa quotidianamente per andare online (il 42 in Italia). Se poi andiamo a leggere i dati di EU Kids Online, abbiamo un riscontro scientifico di come i nostri figli siano sempre più social. Nel nostro Paese, il 64 per cento dei ragazzi intervistati ha un profilo su un social network, ma se si considerano solo gli utenti che hanno l’età corretta per accedervi, la percentuale sale al 90 (13-14 anni) e 93 (15-16enni): una media ben superiore a quella dei loro coetanei inglesi e romeni, e di poco inferiore a quella dei ragazzi danesi. Ma, al di là dei dati, che pure sono utili per comprendere il contesto, quello che interessa ai genitori è sapere quale tipo di cambiamento nelle relazioni familiari e sociali, produce questa connessione permanente. Come sottolinea Giovanna Mascheroni di Net Children Go Mobile «è importante rilevare che ben il 39 per cento degli intervistati usa lo smartphone nella propria cameretta. Ciò comporta la creazione di nuovi spazi di privacy anche all’interno dell’ambiente domestico».

Siamo tutti più soli e sempre meno capaci di comunicare quindi? Non proprio. Anzi, le considerazioni pedagogiche che scaturiscono da queste ricerche dicono che l’uso dei social network può migliorare e arricchire il dialogo tra generazioni. Molti ragazzi li utilizzano per comunicare con fratelli, sorelle, cugini o altri parenti, mentre solo un quarto di essi dichiara di avere come “amico” mamma o papà. Eppure, quando lo scambio di informazioni tra genitori e figli avviene anche utilizzando il canale tecnologico, questo può avere ricadute positive sul piano educativo, comunicativo ed emotivo anche sul rapporto off line genitori-figli. L’immagine del mondo digitale come un pericolo mediatico che isola e rende inefficaci dal punto di vista delle relazioni sembra quindi decadere. E molti sono gli studi che attestano come la comunicazione online, aumentando l’intimità e la fiducia, migliori persino la qualità dell’amicizia. Certo, i mondi online e offline devono parlarsi, devono mantenersi interconnessi senza negare le insidie nascoste, e anch’esse ben documentate, dell’abuso di questi mezzi, ma ciò che pare più interessante è cogliere proattivamente le sfide lanciate dai new media. E fornire, come hanno fatto Pier Cesare Rivoltella e Simona Ferrari dell’Università Cattolica alcune strategie educative in ambito familiare.

Forse i genitori non sanno che, quello che loro considerano un controllo serrato sull’uso di Internet, dalla maggior parte dei ragazzi e ragazze è percepito come vago e inefficace. In altre parole, i nostri figli avrebbero forse bisogno di un sistema di regole più condiviso nella gestione dell’universo digitale perché anche quest’ultimo è, cosa che i genitori hanno difficoltà a comprendere, uno dei canali per comunicare con loro. Al contrario di quello che si possa pensare, su questo campo l’adolescente è disponibile a dialogare con gli adulti, i quali invece, per mancanza di tempo o supposta incapacità, tendono a sottrarsi. Quello che allora attribuiamo ai new media andrebbe forse inquadrato all’interno di una più larga, e profonda, incapacità di dialogo intergenerazionale… Sarà per questo che, già nel 2009, una ricerca di The Future Laboratory per Kodak, diceva che l’Italia era il Paese in cui l’esigenza di vivere e creare relazioni personali è più forte e che la distanza geografica ed emozionale poteva essere colmata in parte abbracciando la tecnologia e i social media». Come sottolineano i ricercatori, è importante che i genitori «comprendano le culture abitate dai figli». In fondo, condividere, in senso online come in quello offline, significa questo. E cercare di attivare una soluzione negoziata e partecipata dei problemi che vincoli tutti, genitori compresi, cercare di non invadere lo spazio digitale altrui ma nemmeno di ignorarlo, può essere utile a costruire nel tempo uno stile di approccio ai media più efficace dal punto di vista educativo. Senza dimenticare che, almeno in questo capo, quelli da educare siamo anche noi.

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