Donne, Storie
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Fate tanti figli, farete carriera

[Articolo pubblicato su LeiWeb il 12 novembre 2013]

Qualche anno fa uscì un libro, best seller negli Usa, della giornalista premio Pulitzer Katherine Ellison, intitolato Il cervello delle mamme. Come la maternità ti rende più brillante. Era forse solo un’intuizione derivata dall’esperienza, poi confermata dai risultati, scientifici, di una ricerca diretta dal biologo Adam Franssen (qui una sua intervista al Smithsonian Magazine) dell’Università di Longwood, in Virginia. La ricerca, pubblicata nei primi mesi del 2013, evidenziava come le donne madri avessero aumentato la loro capacità di organizzazione, di risolvere i problemi e di rispondere con più efficacia ai momenti di ansia e stress. Che le mamme abbiano competenze manageriali non ordinarie è per altro dimostrato anche dal fenomeno crescente delle mumpreneurs, un network che ormai copre tutta Europa, a partire dalla Gran Bretagna, tanto che persino la rivista economica Forbes ha ritenuto opportuno stilare un elenco dei sei segreti delle mamme che lavorano da applicare al business: una migliore organizzazione per aumentare l’efficienza, massimo utilizzo delle ore del mattino, privilegiare la qualità al posto della quantità, prendersi cura della propria persona per essere più produttivi e così via.

Questo, sia chiaro, non significa che la percezione delle mamme al lavoro da parte dei colleghi e dell’azienda sia cambiata, anzi. Se persino gli americani si scoprono disapprovare quel 40 per cento di madri ora diventate breadwinners (qui la ricerca), in Italia la situazione non sembra smuoversi dal quel 47 per cento di donne che, dopo la maternità, non torna al lavoro. Qualcosa però, sta cambiando. E, più che per una riflessione etica, per una convenienza economica. Perché rinunciare alle mamme se, come dimostrato da studi e ricerche, le stesse risultano essere più efficienti e produttive per l’azienda? Questa è la domanda che si sono posti Riccarda Zezza di Piano C e Andrea Vitullo di Inspire quando hanno pensato di creare MaaM: Maternity as a Master, un progetto formativo che permette alle aziende di trasformare le competenze che si sviluppano con la maternità in competenze di leadership. «La pratica materna è stata un’ottima palestra per la gestione di una complessa burocrazia e la supervisione di delicate negoziazioni riguardanti i conflitti esteri», diceva Madeleine Albright. E questo dicono le molte mamme che hanno partecipato ai preliminari della ricerca.

Certo, le competenze non si sviluppano spontaneamente, ma c’è bisogno di diventarne consapevoli e valorizzarle. È quello che si chiama transilienza, ovvero la capacità naturale di muoversi da un lato all’altro della vita, dal lavoro alla famiglia e viceversa, per esempio. In quest’ottica, la maternità non è più mancanza dal lavoro, interruzione di carriera, isolamento, stop, bensì un vero laboratorio dove sviluppare competenze ormai indispensabili nelle aziende moderne come l’intelligenza emotiva, l’attenzione, la gestione del no e delle regole. L’innovazione di questo approccio è duplice: da una parte rende meno traumatico uno dei cambiamenti più forti che sta avvenendo nel mondo del lavoro (la sovrapposizione dei tempi di lavoro e dei tempi di vita), dall’altra chiama le aziende a partecipare a un’importante salto culturale e sociale:quello dell’inclusione del talento femminile nella vita di tutti i giorni. Si comincia martedì 12 novembre quando il progetto sarà presentato alle associate di Valore D tra cui Ikea, Intesa SanPaolo, Luxottica. Perché, in attesa che anche le politiche del welfare diventino più lungimiranti, potremmo provare a creare buone prassi nei posti di lavoro in cui comunque, passiamo sempre gran parte del nostro tempo.

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