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fonti primarie

Certo, non facciamone un caso. Ma se le ultime due Primarie in cui il PD aveva presentato una candidata donna, prima a Genova (ne avevo scritto qui) a poi a Palermo, si risolvono con uno scivolone del partito tutto, c’è da riflettere. E se a Genova ha vinto il candidato sostenuto da Sel, in una tornata che fin dall’inizio era sembrata pretestuosa (far fare le primarie a un Sindaco in carica non è come delegittimarlo?), a Palermo Sel era al fianco di Rita Borsellino, ma non è bastato. Il PD, la vicenda di Milano ne è la prova, ha già dimostrato di sopravvivere a questi esiti dispettosi, quindi le solite lotte intestine, c’è chi le chiama resa dei conti, poco mi interessano. A me interessa invece come ne esce la rappresentazione della donna in lotta per il potere. E soprattutto, che fine fa, nella politica di questo Paese, la possibilità di avere una rappresentanza politica un po’ più paritaria. Non vorrei, e esorcizzo nella scrittura la paura, che si dicesse che il PD perde perché perdono le donne. Non vorrei che il PD, che qualche timido tentativo di democrazia paritaria lo sta facendo, si facesse ancora più timido. Non vorrei, appunto. Trovo invece interessante quello che scriveva Alessandra Bocchetti questa mattina su Twitter: «Come perdono le donne. Chi ha pensato il duello Borsellino vs Monastra? Idiozia o trappola?». Anche Antonella Monastra si era candidata a sindaco. Anche lei, come donna di sinistra. E se la sinistra divisa che perde non è una novità (né una notizia), meno indifferenti bisogna restare davanti a due donne, di sinistra, che si presentano divise e perdono entrambe. Sommando i voti delle due candidate ( 9.787 più 1.750) Palermo avrebbe avuto un Sindaco donna. Certo la politica non si fa con la matematica, ma una riflessione è d’obbligo. Perché, i casi Vincenzi e Borsellino lo dimostrano, le donne devono ancora imparare a fare politica. A gestire le strategie per arrivare al potere. A ben analizzare, in entrambi i casi, le candidate sono state stritolate dai meccanismi, partitici e maschili, di occupazione di potere. Meccanismi da cui non ci proteggerà nessuna legge elettorale, nessuna quota rosa nelle liste elettorali. Mettiamocelo in testa se davvero vogliamo entrare nella stanza dei bottoni. Serve un modo nuovo di proporsi al potere, non dentro i giochi, ma guidando i giochi. Forse, una palestra a questa pratica di gestione di potere avrebbe potuto essere l’individuazione, democratica, di una trasparente rappresentanza del movimento femminile. Ma, ahimé, qui arrivano le dolenti note, poiché, anche in questo caso, non ci siamo sottratte alle leadership “elette” per acclamazione. All’autorità sostituita con la notorietà. A tanti, troppi, organismi immobili che si auto-compongono, auto-nominano senza avere poi un’incisiva capacità di rappresentanza proprioperché, di fatto, non hanno avuto nessuna delega da nessuno. Ecco, non sarà questa mancanza di pratica, questa paura (vogliamo chiamarla così) a praticare le regole democratiche, che ci rende deboli anche nei grandi giochi della politica? È una domanda sincera, che invio nella Rete. Perché sperare che la situazione cambi è pura utopia. Ma una cosa non possiamo dimenticarla: quando perde un uomo, perde quell’uomo (e restano ben in piedi tutte le loro impalcature di potere). Mentre quando perde una donna, perdono tutte le donne. Chiediamoci il perché.

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