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Quelli che… Donald Trump

Il commento simbolo dell’esito dei caucus repubblicani nel New Hampshire è senza dubbio quello rubato dal telecronista della Turner Network Television all’allenatore del San Antonio Spurs, Gregg Popovich: dopo avergli comunicato che il magnate di New York aveva vinto a mani basse (35 per cento dei voti, più del doppio del secondo), il cinque volte vincitore del campionato NBA si è ammutolito per qualche secondo, poi ha scosso la testa e si è allontanato a capo chino. Eppure i sondaggi l’avevano fiutato. Avevano previsto che quella candidatura definita, dal New York Times all’Washington Post, improbabile e vagamente ridicola, avrebbe avuto la sua legittimazione. Avevano avvertito che quell’arcimiliardario accusato di essere, alla bisogna, narciso, megalomane, protofascista, chump (idiota), troll, e partito il 16 giugno scorso con un misero 3 per cento, avrebbe sbaragliato. Alcuni dicono che, alla fine, essere stato così snobbato dai poteri forti, economici e culturali, ha persino giovato al culto della sua personalità. Tante volte dato per morto, altrettante risorto, ora pare quasi imbattibile. Così, ci si rassegni, è Trumpmania. Sei milioni di “amici” su Facebook (tre volte più di Ted Cruz e 17 più di Jeb Bush), 975 mila follower su Instagram (un terzo in più di Hillary Clinton), e la sua attività su Twitter che ormai è leggenda (il New York Times ha una pagina dove raccoglie i suoi insulti): inutile, secondo il Time, indignarsi nei programmi di informazione delle tv via cavo e nei blasonati editoriali. Lui, con i suoi sostenitori ha un filo diretto tanto da radunare folle da record disposte ad aspettare ore in piedi al gelo per ascoltarlo.

Il suo show è fatto di musiche dirompenti, da Nessun Dorma di Puccini a Revolution dei Beatles passando per Adele, di minacce e sfide (“Faremo a pezzi l’Isis”, “Batteremo Giappone e Cina, “Rimetteremo al loro posto i messicani”), di incitamenti continui alla vittoria. “Make America Great Again” è ormai un mantra, come quel “You are fired” che molti si scrivono sulle magliette e che è in voga da quando, nel 2004, Trump diventò una star televisiva in The Apprentice (format presentato in Italia da Flavio Briatore). Più che un partito, il suo è stato definito una setta politica. Con fan al posto di elettori. Il fatto è che, pur di cercare di comprenderlo, il popolo di Trump è stato vivisezionato da psicologi, sociologi, demografi. Figli della crisi identitaria del GOP (Grand Old Party, il soprannome del partito Repubblicano), sono conservatori, ma non attivisti del movimento Tea Party. Sono bianchi, non giovani (più del 70 per cento ha più di 50 anni), poco istruiti (il 41 per cento non è laureato), più appassionati di calcio rispetto alla media connazionali, e la maggior parte guadagna meno di 50 mila dollari l’anno. Da uno studio di Pew Research per Match.com sono stati persino ricavati i comportamenti sessuali, e i sostenitori di Trump sono stati descritti come i più propensi a filmarsi mentre fanno sesso, i più disposti a farlo già al primo appuntamento e i meno inclini all’omosessualità. Tanto libertini comunque da avere più di cinque ex partner e non aver nessun problema ad accettare una futura First Lady, l’ex fotomodella slovena Melania Knauss, che ha posato nuda. A ben vedere però, il collante di questi americani arrabbiati, è un altro.

Essi rappresentano il lato dell’America che a nessuno piace vedere, ma che c’è. Un lato che ora reclama attenzione, rivendica la sua presenza, urlando al mondo il declino della superpotenza a stelle e strisce. Un animale politico come Trump non poteva non trasformare questa crisi in un’opportunità, usare la paura e l’ansia di una classe media ridotta all’osso e mutarla in speranzosa esaltazione (per lui). L’identikit più lucido e cinico dei devoti a Trump, lo si deve allora alla giornalista sociologa Barbara Ehrenreich che, riportando gli studi degli economisti di Princeton Anna Caso e Angus Deaton (premio Nobel per l’Economia 2015), rivela come gli americani bianchi tra i 45 e i 54 anni stiano morendo a un ritmo smisurato a causa di suicidi, alcolismo e droga. In poche parole, chi prima era, o si credeva di essere, in rassicurante maggioranza, economica e psicologica, ora vede il terreno sfaldarsi sotto i piedi e vuole, a tutti i costi, recuperare quel predominio.

«Quando è stata l’ultima volta che abbiamo vinto a qualcosa?» domanda spesso Trump. Per i due terzi di americani che vivono facendo fatica ad arrivare a fine mese, molto tempo fa. La promessa di una nuova Gilded Age, come quella che, a fine Ottocento, vide la rapida crescita industriale che avrebbe fatto degli Stati Uniti una superpotenza mondiale, è quindi quello che ci vuole per restituire il sogno americano ai “legittimi” proprietari. Davanti a una simile forza evocativa è quasi normale che il video propaganda di Ted Cruz che mette in scena un gruppo di bambini che distrugge il castello delle fiabe a forza di colpi dati con un action figure dalle sembianze di Trump (e un audio che recita “Noi non tollereremmo questi valori nei nostri figli”), sia un’arma spuntata. Perché non è del tycoon che questa parte di America ha paura, ma di quello che era e che ora non è più. Mentre dal palco del palasport di Manchester Trump mandava in visibilio i suoi sostenitori ringraziando la famiglia e urlando che avrebbe abolito l’Obamacare, dal suo account Twitter Michael Moore faceva notare che l’unica a non applaudire era la moglie che, guarda caso, proviene da un Paese con l’assistenza sanitaria gratuita. Ma il sogno americano, si sa, è più forte di qualsiasi realtà. Appuntamento quindi dal 20 febbraio in South Carolina e Nevada, poi al Super Tuesday del 1° marzo quando voteranno quindici Stati. E chissà se invece di un sogno sarà un incubo.

Schermata 2016-02-25 alle 15.26.02Articolo pubblicato su Gioia! n. 8 2016

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