Design, Storie
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Il futuro? È nelle nostre mani

[Pubblicato su Sette/CorrieredellaSera il 18 luglio 2014] Dino Campagni, nella sua Cronica fiorentina, quella della Firenze di Dante per intenderci, annoverava la lavorazione del cuoio tra le dodici arti maggiori. Fu Cosimo I de’ Medici a istituire l’Università dei Maestri di Cuoiame, ma le botteghe, a causa delle esalazioni, furono relegate nelle vicinanze di Piazza Santa Croce dove, ancora oggi, tra le via delle Conce e dei Conciatori, si vanno a comprare sandali e borse. La zona di Santa Croce sull’Arno invece (dieci chilometri tra i comuni di Castelfranco di Sotto, Montopoli Valdarno, Santa Croce, Santa Maria a Monte e San Miniato), produce ancora il 60 per cento delle suole in cuoio naturale di tutta Europa. La Cina si è appropriata della produzione delle calzature di massa ma, secondo il rapporto 2014 dell’Osservatorio Nazionale dei distretti italiani, è quello della Val d’Arno a registrare, nei primi mesi di quest’anno, una crescita del 6,4 per cento. Poco distante, a Scandicci, l’Alta Scuola di Pelletteria Italiana forma, ogni anno, quattrocento professionisti e tecnici specializzati. Spaccare, scarnire e tagliare la pelle, costruire le borse usando armature metalliche o stampi in legno, accoppiare e rimboccare, sono gesti che hanno tuttora bisogno di una presenza umana. «L’80 per cento del lavoro che sta dietro a una borsa è fatto a mano», dice Laura Chini, direttrice della scuola e manager di reti di impresa. «La tecnologia ha permesso di standardizzare la qualità, di controllare al millimetro tagli e spessori, ma solo la profonda conoscenza delle lavorazioni, la vicinanza al lavoro manuale, consente di raggiungere la qualità richiesta dai grandi marchi internazionali. Nei quattro anni in cui la scuola è rimasta chiusa il settore ne ha risentito, così, sono state le stesse griffe blasonate della moda, come Gucci, Céline o Prada, ad aver promosso la sua riapertura». La storia di Santa Croce è comune a molte altre zone italiane. Mestieri dalle radici antiche che hanno intessuto con il territorio pratiche di creazione e innovazione diventate tradizioni produttive, e saperi diffusi trasformatisi in collante sociale e senso di appartenenza a una comunità. Un patrimonio e un’identità locali oggi tornate prepotentemente alla ribalta se il Compasso d’Oro 2014 è stato consegnato lo scorso 28 maggio al professore di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari Stefano Micelli per il suo libro Futuro Artigiano (Ed. Marsilio), e se, fino a febbraio 2015, la Triennale di Milano ospiterà la mostra Il design italiano oltre la crisi: autarchia, austerità, autoproduzione (catalogo Corraini Ed.). Secondo Beppe Finessi, curatore dell’esposizione: «Lo sviluppo della tecnica e l’invenzione sono spesso figlie della necessità. E l’autarchia, mondata dai riferimenti del periodo fascista, può essere letta anche come la storia di grandi autosufficienti, della capacità di trovare in sé quelle risorse per costruire e trovare le soluzioni richieste dai tempi».

Non sempre, del resto, l’autarchia, l’“auto da sé”, ha significato chiusura e insana autonomia. «Riportare il significato aristotelico di alcuni termini nella pratica contemporanea», dice la storica della filosofia Silvia Gullino, autrice di Aristotele e i sensi dell’autarchia (Cleup Ed.), «potrebbe cambiare il modo con cui si guardano alcune cose. Per il discepolo di Platone, l’autarkeia per esempio indica la possibilità di realizzare pienamente la propria forma. E l’esistenza autarchica è quella maggiormente preferibile poiché unisce in realtà la vita speculativa alla dedizione alla vita pubblica, alle cose terrene». Bisogna, dunque, ripartire da qui. Da quel saper fare mescolato con la geografia sociale e territoriale dei nostri comuni e delle nostre province che sta alla base del Made in Italy migliore. «In questi anni di economia della conoscenza abbiamo spesso escluso un patrimonio di gesti pratici e conoscenze materiali che sono uno dei fondamenti della cultura italiana nonché fonte di crescita economica», dice Stefano Micelli. «E non si tratta di una visione pauperistica del lavoro manuale. Gli artigiani contemporanei usano strumenti e materiali ad alto contenuto tecnologico e hanno saputo combinare una quota del loro “saper fare” con un modello industriale capace di confrontarsi con la globalizzazione». E come non potrebbe, del resto. Basta leggere i dati del recente rapporto delle Fondazioni Symbola ed Edison sulla competitività italiana per registrare che, con un surplus commerciale manifatturiero con l’estero di 113 miliardi di dollari, l’Italia riesce a far meglio di Paesi come Francia, Regno Unito o Stati Uniti. La nostra quota di export, insomma, regge, mentre la nostra capacità di produrre, il nostro “saper fare” diventa sempre più sofisticato. «Negli ultimi anni la percezione del Made in Italy è cambiata. Non si tratta più solo di moda o arredamento. Di valore estetico. Il Made in Italy oggi è diventato meccanica, qualità funzionale e tecnologica, affidabilità nel servizio post vendita. Ed è diventato ricerca, se si pensa che negli ultimi cinque anni l’industria farmaceutica italiana, soprattutto nei distretti di Frosinone e Latina, è decollata. Le multinazionali investono in Italia perché qui trovano manodopera qualificata e perché abbiamo dimostrato di saper far bene non solo abiti e mobili, ma qualsiasi prodotto. Abbiamo perso sulla quantità, ma sulla qualità siamo ancora i primi della classe». Parole di Marco Fortis, docente di Economia Industriale all’Università Cattolica di Milano e vicepresidente della Fondazione Edison: «Il 70 per cento del nostro surplus commerciale arriva dalla meccanica. Facciamo apparecchi, macchine utensili, grandi navi e yacht di lusso, elicotteri e satelliti spaziali». E lo facciamo bene.

Le aziende del distretto di meccatronica della zona di Vicenza, per esempio, producono tutti i macchinari in cui la parte meccanica si completa con l’elettronica. Leader mondiali nella produzione di giostre (Zamperla), motori (Marelli), valvole e regolatori per gas (Fiorentini), batterie (Fiamm), presse e sistemi di stampaggio (Muraro), riconoscono nella tradizione manifatturiera locale il plus per vincere sul mercato internazionale. «Sappiamo lavorare le macchine da generazioni, sappiamo come si fa un motore, come testarlo, come renderlo sicuro. È questa cultura materiale, difficilmente replicabile o delocalizzabile, il nostro vero patrimonio» dice Filippo Carraro, rappresentante del distretto e amministratore di Carraro Steel. «Qui, non fa innovazione solo l’ingegnere o il manager, ma anche chi sta vicino alla lavorazione vera e propria, come l’operaio. E sono molte le aziende che cercano di incorporare, pur di non perderla, quella filiera di artigiani e piccole realtà che da sempre alimenta questa capacità di fare innovazione». Condividere valori sociali ed economici ha infatti i suoi vantaggi. La sperimentazione che Marelli Motori sta conducendo con il Cloud Amazon per monitorare i suoi motori a distanza e gestirne le eventuali riparazioni con i Google Glasses, sarà a disposizione di tutte le aziende del distretto. È l’unione virtuosa tra le moderne pratiche di open innovation e quelle, storiche, di partecipazione al bene comune. È il recupero di un senso di appartenenza a una storia e a una comunità. Il che non significa, come nel caso dell’ autarkeia, chiusura o isolamento, bensì apertura, scambio, proprio come ci insegna il filosofo Roberto Esposito riscoprendo l’etimologia originaria di una parola che deriva dalla somma di cum e munus, ovvero dono reciproco. Nel lecchese, le aziende del distretto metalmeccanico stanno dando il via a una mappatura delle competenze: «Non vogliamo disperdere quello che sappiamo fare, semmai metterlo in rete per valorizzare capitale umano e professionalità. Ciò ha consentito ad alcune aziende di ricollocarsi, a reinventarsi quando il mercato dell’elettrodomestico è andato in crisi trasformandosi, per esempio, in fornitori di bulloni per la Ferrari» dice Giovanni Pastorino coordinatore del Comitato di distretto. Così, in un territorio dove la lavorazione del ferro ha le sue radici nelle miniere romane della Valvassina, nei governi dei Visconti e degli Sforza, oggi si guarda alle nuove tecnologie per combinare locale e globale, lavoro manuale e processi industriali.

«Rete non significa solo commercio elettronico» spiega Micelli. «Significa soprattutto la possibilità di raccontare la qualità che sta dietro gli oggetti. Questo racconto è parte integrante del valore del nostro saper fare: è il nostro biglietto da visita nel mondo». Patrizia Moroso, titolare e art director dell’omonima azienda del distretto della sedia di Manzano, in provincia di Udine, di questo racconto ha fatto una mostra per i 50 anni dell’impresa familiare. «Il rapporto che gli italiani hanno con il prodotto è rinascimentale. Eppure, è questo human touch a conquistare nuovi mercati come India, Brasile o Cina dove nessuno, al contrario di quanto si possa pensare, comprerebbe una copia di un oggetto Made in Italy realizzata nel proprio Paese. Ci vogliono perché solo noi sappiamo unire, come nel caso del divano Bohemian di Patricia Urquiola, una lavorazione complessa e artigianale come l’imbottitura capitonné, con una prestazione tipicamente industriale come la sfoderabilità. Alla fine la soluzione l’abbiamo trovata, insieme ai fabbri, ai tagliatori e agli altri artigiani, nei bottoni a pressione che si usano per i teloni dei camion… La verità è che quello che succede dentro le fabbriche è tutto ciò che abbiamo». Di fatto, chi ha indugiato sul valore del nostro saper fare, chi ha scommesso tutto sulla delocalizzazione, oggi è in difficoltà. Mentre ha vinto, come sottolinea Fulvio Contorti, coordinatore del Comitato scientifico dell’Osservatorio dei distretti italiani: «Chi ha lavorato per un miglioramento continuo della qualità, chi ha sfruttato nicchie di mercato e capacità creativa, chi ha fatto tesoro dello scambio di competenze, chi si è specializzato e nello stesso tempo si è messo in rete». Le performance del tessile di Biella e Vercelli, l’occhialeria di Belluno, il distretto di Conegliano Valdobbiadene e Prosecco Superiore, quello orafo argentiero di Vicenza o l’aerospaziale Pugliese, il metadistretto alimentare veneto o di San Daniele, ci dicono che è forse a questi modelli che bisogna guardare, senza rincorrere sistemi produttivi che non ci appartengono.

E se nel lecchese la presenza dei laboratori del Politecnico di Milano e del Cnr, insieme nel nuovo campus universitario, è la garanzia, come succede a Scandicci, che il motore dell’innovazione non si fermi, le aziende del distretto di Vicenza collaborano costantemente con atenei giapponesi e del nord Europa, mentre organizzano corsi di formazione per tutte le scuole del territorio. L’I.p.s.i.a. Galileo Galilei di Castelfranco Veneto è una delle punte di diamante della regione e la maggior parte dei diplomati qui trova lavoro in pochi mesi. I ragazzi e le ragazze che frequentano l’I.t.i.s. Alessandro Rossi di Vicenza si confrontano con la logistica, le biotecnologie e la meccatronica. Perché il “saper fare” è conoscere e riconoscersi e, in definitiva, qualcosa di molto vicino non solo a una strategia di produzione, ma anche a una precisa idea di società. «La mia nuova artigianalità» conclude Micelli, «traccia anche la strada per un mondo in cui crescita e distribuzione del reddito non vadano a vantaggio solo di un dieci per cento della popolazione. La varietà di tradizioni produttive è anche una partecipazione più grande alle risorse del pianeta». E partecipare, per l’Italia, potrebbe significare rimettere in moto quella domanda interna che – come sostiene Marco Fortis – è la vera causa della paralisi del nostro sistema Paese. Tanto più che la forza del Made in Italy si è costruita intorno a quel circolo virtuoso tra la nostra domanda e la nostra offerta. Ancora una volta, ripartire da noi, sembra l’unica via possibile. (Nell’immagine dettaglio dell’opera My Hands Are My Heart, 1991, di Gabriel Orozco)

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