Donne, Storie
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La gestione delle imprese? Un lavoro da donne

Articolo pubblicato su Lei Web il 3 ottobre 2012

C’è un dato che pochi conoscono e in cui l’Italia può vantare di essere davanti a Paesi da sempre additati quali esempi di equità e produttività come Germania e Svezia: è il numero delle imprenditrici a guida di aziende artigiane. Per l’esattezza si tratta di un esercito rosa di un milione e mezzo di donne che nell’ultimo anno, nonostante la crisi, è riuscita persino a crescere e migliorare la propria redditività, soprattutto se confrontata con quella dei loro colleghi maschi. Ma cosa hanno di tanto speciale queste imprenditrici? La risposta viene da un’interessante ricerca presentata dalla Confartigianato Lombardia in collaborazione con Il Corriere della Sera. È lei il titolare?, questo è il titolo della ricerca delle sociologhe Michela Bolis, Arianna Fontana (anche imprenditrice), Riccardo De Vita, Cecilia Manzo e Ivana Pais, ha cercato di capire, analizzando esempi concreti, in che cosa si differenzia il modo di governare le aziende tra uomini e donne e quali risultati, questa eventuale differenza di genere apporta, sia in termini di benessere in azienda che di produttività.

Ebbene, la leadership al femminile, meno verticistica e più collaborativa, caratterizzata da una maggiore propensione alla delega e alla responsabilizzazione dei propri dipendenti, non solo garantisce un’efficienza maggiore, ma genera più soddisfazione e motivazione tra i dipendenti. Non certo una novità, si potrebbe dire, visto che tutti gli indicatori economici e tutte le recenti ricerche sull’organizzazione del lavoro (si leggano anche i recenti libri di Luisa Pogliana, Le donne, il management, la differenza, o di Ivana Pais, La rete che lavora, lo stesso La flessibilità paga scritto guarda caso da due donne Simona Cuomo e Adele Mapelli) mettono in risalto la particolarità della gestione “al femminile” indicandola come la più adatta ai bisogni del mondo del lavoro contemporaneo.

Ma la cosa più interessante della ricerca arriva dalla descrizione della conciliazione tra vita privata e lavorativa delle intervistate. Imprenditrici acrobate che si destreggiano tra riunioni e saggi di danza, tra l’accudimento dei genitori anziani e dei clienti, pranzi di famiglia e commesse, senza sensi di colpa. Certo, questa conciliazione è possibile perché, al contrario delle classiche dipendenti, queste imprenditrici sono padrone dell’organizzazione del loro tempo. Sperimentano nella loro quotidianità cioè, un modello di conciliazione meno rigido di quello imposto dalla normale organizzazione del lavoro, ma che consente, a quanto affermano, di essere più soddisfatte della loro vita. E dinon farsi intimorire dai pregiudizi e dalle cattive abitudini che ancora permeano la società italiana e che, per esempio, rendono più difficile che una donna titolare di un’azienda di carpenteria possa parlare direttamente con un cliente senza che questo le chieda di passargli suo fratello…

La ricerca ha quindi il merito di offrire uno spaccato interessante di quelle donne che lavorano e di cui poco si parla, trovandosi in quella zona grigia che sta tra le top manager e le dipendenti. Eppure queste donne ogni giorno fanno crescere, e per di più nella pratica quotidiana, il modo femminile di gestire aziende e risorse: non poco in questo periodo di crisi. Sono donne giovani che, come Alessandra Gobbetti, non fanno mistero che la condivisione comincia in famiglia, tra uomo e donna che si dividono a metà anche i lavori di cura. A loro non interessano né le quote rosa, né i salotti delle questioni di genere, ma soltanto essere protagoniste nella risoluzione pratica dei problemi quotidiani. Se questo loro modello di impresa e queste prassi riusciranno a far maturare un Paese in cui il scarso impiego delle donne è ancora gridato ai quattro venti come sintomo di arretratezza economica (si veda a questo proposito il Global Gender Gap 2011), o se rinchiuderà ancora di più la donna imprenditrice in un modello di wonder woman che rischia di scoppiare da un momento all’altro, lo vedremo in futuro. Certo, come sostiene Maurizio Ferrera, già autore del libro Il fattore D: «Ormai siamo giunti al limite massimo dell’utilizzo del tempo delle donne. L’equilibrio tra lavoro e famiglia è ormai molto teso. E non possiamo permetterci di romperlo».

 

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