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Giornalismo sull’orlo di una crisi di nervi

Si direbbe, questo è un post in conflitto d’interessi. Pazienza. Ce l’ho sulla punta della tastiera da un po’ e quindi… Libero questo irrefrenabile desiderio di fare un punto tutto personale sul dilemma esistenziale del momento: giornalismo, ci fai o ci sei? Tra social media, informazione digitale, new internet e new media. Prima di buttare tutto, compreso o soprattutto me stessa, alle ortiche. Prima di dire che la carta servirà solo a quell’uso-che-non-si-può-dire, ma che pare sia l’unico rimasto, almeno secondo il cliccatissimo video IPad vs Paper. E sempre prima, anzi subito, lo scrivo che io qualche dubbio ce l’ho. Non sull’avanzata inevitabile dei media digitali, non sulla qualità del giornalismo on line (che mi piace e lo leggo e lo preferisco), ma su come, in questo Paese si stanno mettendo le cose. Qualche dubbio sul “dibbbattito”, come diceva qualcuno, che, dai Paesi del giornalismo nobile e anglosassone, si trasferisce da queste parti. Cambio tono, d’accordo. Ma, leggendo e leggendo, qualche posizione meno talebana di “la carta deve morire” (insieme a tutti quelli che ci scrivono sopra come vorrebbe Beppe Grillo e i suoi numerosi seguaci), l’ho trovata. E se ci stessimo sbagliando? E se fosse tutto un errore? La musica per le mie orecchie proviene dal manifesto di Revue21, Un altro giornalismo è possibile, la rivoluzione digitale non è quello che sembra. L’arte del dubbio mi è sempre piaciuta, se poi si tirano in ballo esperti di sociologia dell’errore come fanno Laurent Beccaria e Patrick de Saint Exupéry, l’arte diventa scienza e domandarsi se siamo in preda a un bluff tecnologico, a una sbronza di dati e cifre, di applicazioni e condivisioni, se rischiamo di cadere in una terribile perdita di senso, non è solo lecito, ma anche doveroso.

Certo, di dati, ce ne sono tanti. Secondo quelli recenti del Politecnico di Milano presentati al convegno New Internet +90%: il nuovo scenario dei Media, le testate giornalistiche che hanno creato un’applicazione ad hoc sono in forte crescita: un aumento del 46 per cento nel 2012 per un totale di oltre 300 applicazioni disponibili. Merito dei Tablet e di quei utilizzatori (uno su tre secondo i dati Doxa) che dichiarano di leggere meno quotidiani, meno libri e meno periodici cartacei a favore del nuovo device. Anche se, prosegue la ricerca, spesso il loro utilizzo è complementare a quello dei media tradizionali. Poi ci sono i dati delle pagine lette, del numero di utenti unici (più o meno dopati tanto Audiweb non fa ancora la differenza) e delle condivisioni. Li sbandierano tutti come la conquista della terra promessa o forse, più semplicemente, come l’avvistamento della terra promessa dove quest’ultima, sia chiaro, non è altro che l’uscita dal mare di debiti del cartaceo per approdare ai mirabolanti fatturati del web. Anche se poi scopri che, sempre secondo una recente ricerca di 33across, gli articoli più condivisi non sono in realtà quelli più letti: insomma condivido magari l’articolo scientifico e impegnato per sembrare più intelligente, poi, quando devo leggere, torno ai miei soliti argomenti che non sto neanche a condividere visto che sono quelli che leggono tutti i miei amici su Twitter e Facebook. Il che pone un problema di non facile soluzione visto che il vero dato utile non è quanti ti vedono, ma chi ti vede e ti legge poiché ti reputa credibile e affidabile. Il vero problema è, e lo scrive James Breiner, direttore del Global Business Journalism Program alla Tsinghua University, non fare grande audiende ma riuscire a realizzare intorno all’informazione una sorta di comunità. Non semplici navigatori, ma lettori partecipanti che condividono non pagine web ma valori. Breiner fà l’esempio di The Texas Tribune e di Minnpost in cui ogni comunità di interesse è chiamata a sponsorizzare il proprio contenuto, quasi a entrare nella famiglia-giornale. Insomma, un giornale come un club, ma in un senso ben diverso da quello declamato da Piero Ostellino a proposito del Corriere della Sera. Non c’è traccia di rincorsa quantitativa alla pubblicità. Come nel citato Revue21 d’altra parte, e come nel De Corrispondente degli olandesi Rob Wijnberg e Harald Dunnink che hanno chiesto direttamente ai lettori che apprezzano il giornalismo di qualità di partecipare al crowdfunding per l’apertura del loro giornale di inchieste approfondite prevista per settembre 2013. Ad oggi, sono più di 15.000 i membri che hanno contribuito alla piattaforma  raccogliendo oltre un milione di euro in soli 8 giorni. Un record. Così sono ancora più confusa perché considerare vincente offrire giornalismo di qualità ai lettori mi pareva più un insegnamento del vecchio giornalismo che del nuovo, così come il fact checking non è che la vecchia verifica delle notizie con un nome più cool.

Insomma, c’è qualcosa che non mi torna. Ho l’impressione che si propongano soluzioni altrove già fallite. Vecchi rimedi per ancor più vecchie malattie. Il che mi fa nascere il sospetto che le intenzioni siano altre. Per esempio, far fuori un po’ di gente. Smaltire un po’ di debiti accumulati per errori cartacei più simili a contratti finanziari che a progetti editoriali sbagliati (ci sono anche quelli, certo). Ossessionati dalla pubblicità (e dov’è la notizia) si scopre che la prima creazione di valore si ha creando una comunità e che la comunità si crea generando qualità. Anche se, per la prima volta, gli abbonamenti digitali del Financial Times hanno superato quelli cartacei, un risultato ottenuto con una strategia precisa: il FT.com chiede agli utenti di registrarsi per leggere fino a otto articoli al mese gratis e da qui raccoglie gran parte delle informazioni: sono gli abbonati del futuro. Peccato che, solo per le notizie economiche, il FT abbia in giro per il mondo più di 600 giornalisti. Da pochi giorni, anche il sito di Le Figaro ha cambiato aspetto. Come spiega Brézet, l’adozione di una piattaforma che si adatta a ogni device, dal computer allo smartphone, è una svolta. Una svolta che porterà all’assunzione di una ventina di persone, tra presentatori e reporter, e a un investimento di 18 milioni di euro. Quindi, tagliare, anche se….

Quello che non vorrei fare è stare tutti i giorni nell’attesa delle rivelazioni del Nieman Journalism Lab di Harvard per vedere che futuro sarà. E forse non lo dovrebbe fare neanche chi sta ripensando tutta l’industria dell’editoria e, con essa, la vita di centinaia di persone. Alcune settimane fa, il post di Frédéric Filloux The Need for a Digital New Journalism è rimbalzato in Rete come il Verbo: troppe cose da leggere, per troppo tempo, un flusso di notizie ininterrotte, fare informazione breve ma efficace, e poi fare informazione personalizzando la scrittura e coinvolgendo il lettore, scrivere come un blogger e poi no, riabilitare la scrittura dei magazine che, a contrario di quella dei quotidiani, è stata più capace di reiventarsi. Domani, sicuramente ci sarà qualcosa di diverso. Quello che non cambia, mi pare, è la paura, tutta reale, di affrontare un futuro avvolto nella nebbia e nelle insicurezze. Far finta di avere la soluzione in tasca, rischia di essere il primo, e l’ultimo, degli errori.

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