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Girlboss, tra lavoro, donne e bugie

Se c’è una cosa che non manca mai sono i buoni consigli. La ricetta miracolosa per fare successo, rifarsi una vita, ricominciare da capo. Quella di Sofia Amoruso per esempio, raccolta nel libro edito da Sonzogno un paio di anni fa Girlboss, aveva persino avuto il benestare da Lena Dunham (“Ispirazione pura. Per passare dalle parole ai fatti”) al New York Times. Poi però l’impero NastyGal creato dal nulla dalla Girlboss è fallito e nessun libro è stato scritto per spiegare le bugie che di solito si nascondono dietro all’ennesima ricetta che collega donne, lavoro, tecnologia. Così il prossimo 21 aprile su Netflix di tutto il mondo saranno caricati i tredici episodi della serie #GirlBoss e c’è da star sicuri che il tutto sarà presentato come un racconto un po’ ironico  di “una che ce l’ha fatta”. Forse perché la storia di una che fa bancarotta dopo tre anni, passando dalle stelle alle stalle, attrae meno; e forse perché si ha in genere più voglia di immedesimarsi con una mosca bianca (che ce l’ha fatta), che con un quotidiano fallimento.

Sul lavoro e le donne, in ogni caso, se ne dicono tante. E anche al netto delle battute di Poletti, dei curricula e del calcetto, che, come è naturale, non è cosa che riguarda le femmine. Pochi giorni fa la notizia delle donne breadwinner, quelle che da sole mantengono tutta la famiglia: 970 mila secondo i dati aggiornati al 2016 dell’Istat, che però non precisa quante siano in realtà le donne davvero l’unica fonte di reddito: se l’altra metà è pensionata infatti, partecipa al reddito familiare pur risultando non lavoratore… Per riderci un po’ su, potremmo fare un elenco delle “competenze” richieste per entrare a piè pari nel mondo del lavoro. Dall’elogio del multitasking al ritorno del monotasking (che secondo una ricerca della Standford University sarebbe più efficace); dalla super specializzazione alla necessità (urgente) di essere neo-generalist. Dalla ricerca delle indispensabili Under 30, all’enfasi sulla Returner Revolution, le donne di esperienza mature che ritornano in azienda da manager… Per non parlare del personal branding o della reputation, che se non ci si attrezza in tempo si rimane senza dubbio tagliate fuori. E le start up in cui sono le donne a far a parte del leone (ma l’80 per cento e più falliscono), l’allenamento forzoso a essere assertive, a farsi avanti, a imparare a interrompere, a chiedere…

Con tutto questo esercizio e rispetto ossequioso dei buoni consigli, il perché l’occupazione femminile rimanga incollata sotto il 50 per cento (48,1 per cento dati Istat) con un divario di 19 punti rispetto a quella maschile; il perché le donne continuino a essere sotto pagate e sovra-istruite rispetto ai posti che occupano (leggere il pezzo di Linda Laura Sabbadini anche fuori dell’8 marzo è utile); il perché le giovani siano sempre più precarie dei loro compagni maschi; e il perché continuino a non risponderti ai curricula inviati anche se indirizzati a quelle aziende che sui banchi dei convegni per l’empowerment femminile sono in prima fila, rimane un mistero.

Sarà perché, per quanto ci si sforzi a imbellirlo con inglesismi e ricette digitali da copertina e da seri tv, la realtà del lavoro rimane come è: e cioè spesso precario, “a chiamata”, con voucher e non retribuito perché spacciato come “introduttivo” (che, parafrasando Amartya Sen, poiché non produce reddito, lavoro non è)…   E certo non sta bene ricordarlo ogni giorno sui giornali. Meglio una ragazza giovane, belle, simpatica, e intelligente che regala una via di uscita. Sarà bene solo ricordare che non è stata vincente. Che le #girlboss esistono in tv e solo per farci divertire.

(Nella foto Britt Robertson che interpreta Sophia Amoruso nella serie tv Girlboss prodotta da Charlize Theron e su Netflix dal 21 aprile).

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