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Un altro #giroinIslanda. Parte 1

Prima di partire

All’inizio di un viaggio c’è sempre un desiderio. Che sia il riposo, un orizzonte, la distanza, la curiosità o gli affetti. Il mio desiderio era un’“assenza”, oltre al più prosaico “stare al freddo” naturalmente. Per la verità, neppure io avrei potuto spiegare cosa fosse questo desiderio di “assenza”. Che non era deserto, o vuoto. Sapevo di viaggi e racconti già fatti e scritti, certo, e poi ho incontrato un libro dal titolo sorprendente: “Tutta la solitudine che vi meritate” di Claudio Giunta e Giovanna Silva (Quodlibet ed.). Non l’ho usato come guida, perché il libro è di qualche anno fa e so che le cose cambiano in fretta, ma ho creduto che fosse come quei segni strani che ti indicano che la strada che stai intraprendendo sarà quella giusta. Così, quando ho letto: “Nell’immagine che ho dell’Islanda mi ha sempre attratto l’idea della scarsità, perché l’idea della scarsità contiene l’idea della virtù, e l’dea della virtù contiene l’idea di una vita retta e felice”, ho creduto ci fosse un comune sentire. Ora, un’immagine resta ed è, solo un’immagine, che per altro solitamente si rivela sempre poco aderente alla realtà che si presenterà. Con i giorni, e i chilometri, ho scoperto che anche il mio #giroinIslanda non sarebbe stato da meno. Che quella scarsità e solitudine alfine bisognava cercarla, ché non capita naturalmente, soprattutto a luglio; e che gli islandesi non sono tutti simpatici, disponibili, letterati o sognanti. Sono una parte di mondo, e meno male, e non un esotico a portata di mano pronto a compiacerci. Eppure quell’immagine, quel desiderio, è rimasto la Guida, lo sguardo e la gioia possibili, il concime di ogni meraviglia.

Partenza. Da Rejkyavik a Stykkishólmur

Tutta la mia stima. Trovare una bufera di nevischio a metà luglio è un benvenuto che non ci aspettavamo. Tra risa nervose rasenti ai muri saliamo fino alla Hallgrímskirkja, la grande chiesa della capitale la cui sagoma è visibile un po’ ovunque. Davvero ci soffermiamo su tutto, sull’architettura nuda, sul grande organo, sulle opere di un’artista semi sconosciuto esposte all’ingresso, ma Hallgrímskirkja resta quello che è, una grande chiesona con ben poco da dire. Il fatto è che Rejkyavik te la dovresti godere senza le troppe pretese da capitale, un piccola cittadina piena di bar e locali in cui tutti, e tutti giovani, paiono divertirsi. Noi però non ci siamo ancora abituati al clima vichingo (e al salto di 30 gradi centigradi), e poi rinchiudersi in un cafè ci sembra tutto sommato una cosa molto islandese (pare che ne consumino, a testa, nove chili all’anno, tra i primi al mondo). Ci infiliamo così in The Laundromat Cafe: il bancone è pieno di libri, i muri sono tappezzati di carte geografiche e l’atmosfera è quello di un vero bókakaffi. Un hamburger non costa meno di 25 euro certo, ma anche questo è molto islandese, e in più l’acqua è alla spina e te ne puoi prendere a volontà (come in ogni locale vichingo che si rispetti avremmo imparato…). Sui tavoli ci sono i quotidiani del giorno: in prima pagina c’è la nazionale femminile di calcio islandese, ci sono gli Europei e nella piazzetta hanno sistemato un megaschermo per tifare le ragazze. Più tardi, nonostante il vento, li ritroveremo infatti lì, sotto una piccola tettoia a guardare le ragazze.

Non dobbiamo però dimenticarci la prima ragione del nostro stop a Rejkyavik: fare provviste e prepararci per il #giroinIslanda. Letture di carta e non, racconti vari ed eventuali, erano a dir poco allarmisti: avere sempre acqua e cibo in auto, gomme di scorta per i fori quasi certi, assicurarsi il pieno di benzina, mappe e cartine come se piovessero che il navigatore in certe zone non serve… Tranquilli, la quasi totalità delle cose riferite si sono rivelate inesatte, compreso il fatto che, anche nelle sterrate, con una semplice 4×4 e un po’ di attenzione, a non bucare ce l’ho fatta anch’io… Al supermercato però ci andiamo, anche perché quasi tutte le prenotazioni sono state fatte con Airbnb (tema a cui dedicherò un post apposito) e un po’ di cibarie servono. Ed ecco l’unica cosa su cui nessuno ti aveva detto nulla: il reparto frutta-verdura-formaggi-uova-bibite-carne-salumi è praticamente un’enorme cella frigorifera. Per fare la spesa mi sono vestita da ghiacciaio, rischiando una congestione, e guardando con estrema invidia chi vi si aggirava in maniche corte. Cella frigorifera o meno comunque, la nostra dose di Harðfiskur (il pesce essiccato da mangiare con il burro salato), l’abbiamo presa. Sia mai che uno non si adegui ai costumi locali (anche se non ho visto un islandese che ne mangiava), e che non ne porti a casa almeno una confezione: prova provata che il viaggio, quello vero e vichingo, è stato fatto.

Ci congediamo così anche da Hafnarfjörður, il suo porto muto di pescatori avvolto dalle nuvole, i pontili lucidi di pioggia e le casse del pesce accatastate, e andiamo. Andiamo. Vorrei dire che il viaggio, il #giroinIslanda, comincia qui. Nella strada verso Borgarnes un manto verde e umido ci viene incontro. Rigoli d’acqua tagliano la terra nera, solcano le colline, tutto è un’onda verde, non rigogliosa ma dormiente, fumante. L’odore di zolfo impregna l’aria (nella vicina Sveitarfélagið Ölfus c’è una sorta di fiume caldo dove ci si può immergere), e poi la terra nera, oro, verde acida, che pare muoversi, gonfiarsi, eruttare. Il primo campo di lava coperto da muschio islandese è il vero primo benvenuto, l’abbraccio del saliscendi dei finti crateri, le piramidi di sassi che cominci a vedere qua e là (sono i cairn, insieme alle pecore, le cose che si incontrano di più lungo le strade islandesi), lo sguardo mai sazio e il desiderio che non finisca mai. L’obbligo del turista in visita si assolve facendo tappa a Kerið, un cratere vulcanico riempito da un lago, a Geysir, a Gulfoss, la cascata, a Þingvellir. Si capirà subito che quella meritata solitudine basta poco a perderla, che quando si legge che in Islanda ci sono più turisti (in un anno) che abitanti è dato che si tocca con mano, e che tutto, proprio tutto, può essere trasformato in un selfie o in una coda. Trattasi, quest’ultima, di considerazione del tutto personale. L’adolescente, per esempio, dai geyser non voleva più venir via, e la processione alle cascate, sempre più alte, sempre più potenti, sarebbe stata solo la prima. La visione del Sandkluftavatn rimette, almeno per me, le cose nel giusto ordine. Uno specchio d’acqua immobile che nei giorni grigi si incornicia di sabbie nere e muschi fosforescenti, mentre in quelli di sole, mi assicurano, brilla al cospetto del Langjökull, il secondo ghiacciaio d’Islanda.

Il fatto è che il meteo in Islanda è un grande discrimine. Cambia i colori, gli orizzonti, la possibilità, in certi casi, di poter fare o meno le escursioni che ti eri programmato. Arrivati a Borgarnes e poi nella strada che da Borgarnes ci porta alla penisola di Snæfells, avremmo dovuto sempre vedere all’orizzonte la calotta bianca del Snæfellsjökul (il vulcano di Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, per intenderci), ma era nascosta dalle nuvole basse. Solo quando siamo arrivati alla spiaggia nera di Djúpalónssandur, odorosa di alghe e onde, incastonata tra morbide falesie nere, scogli ruvidi color della ruggine che sembrano cresciuti come stalagmiti, e campi di lava puntellati di fiori viola, una folata di vento le spazza via, e il vulcano appare. Mi hanno detto che in Islanda tutti i rilievi montuosi sono donne, che poi vuol dire che è donna tutto quello che si erge dalla terra e vigila, protegge, e rende inquieti. Nell’andare on the road, sempre lentamente che devi guardare e ti fermeresti sempre ma non si può, loro sono sempre l’orizzonte. Si rivelano ogni tanto, e sempre dispensano acqua, che cade, si insinua, scava e si placa. È così, con qua e là qualche sparuta fattoria, e una sosta alle grotte di lava di Vatnshellir, fino a Stykkishólmur, dove l’indomani mattina avremmo preso il traghetto per Brjánslækur. Basta poco per abbracciare con lo sguardo questi pastelli di piccole case attorno alla baia. Salendo al faro invece, si può allungare lo sguardo sui panettoni verdi che emergono dalle acque, la linea della costa, le montagne più alte. Prende forma qui, il primo status definitivo. E cioè che a me, la noiosa quiete nordica piace. Il freddo. Il silenzio a perdita d’occhio. Due-negozi-due che stanno aperti dalle 11 alle 17 e che vendono di tutto: bottoni e chiavette Usb, gomitoli di lana e borse, giochi per bambini e improbabili ananas soprammobile… Il ritorno dei pescatori e il conseguente scarico del pesce, evento mondano per eccellenza, avviene verso le sei del pomeriggio. Scaricano casse piene di un pesce bruttissimo e sconosciuto: scoprirò poi, passata dall’altra parte della baia, che è il pesce di lompo, quello delle uova di lompo, piccole arancioni “tipo” caviale.

(Per info turistiche consiglio it.visiticeland.com. Per leggere della mia esperienza ospitalità Airbnb clicca qui. Qui invece la Parte 2; Parte 3; Parte 4; Parte 5 del Giro in Islanda. Se volete sbirciare le mie foto c’è il mio profilo Instagram @manuelamimosa o l’hashtag #tuttalasolitudinechemimerito).

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