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Un altro #giroinIslanda. Parte 2

Ovviamente i biglietti per il traghetto che ci porta a Brjánslækur e agli Westfjords li avevamo comprati on line. Qui però, nel Paese che usa i contanti forse sotto tortura e fa tutto su Internet, i biglietti on line, pur stampati, servono solo per andare a ritirare quelli veri. Meno male che non c’è ressa e si può fare avanti e indietro fino allo sfinimento. Sul traghetto ho una piacevole conversazione con una donna islandese che sta andando a trovare la mamma che abita in una casa isolata (perché esistono case non isolate?) a Tálknafjörður, dove anche noi ci fermeremo per una notte. Mi dice dove andare ad avvistare le foche, dove troverò più caldo e bagni naturali e liberi, mi dà anche qualche consiglio che non potrò seguire (la zona disabitata e deserta del nord est non è compresa nel “Giro”), e mi avverte di strade molto sterrate e di gallerie molto strette scavate nel basalto: «Sono difficili, ma con la dovuta attenzione le fanno tutti! Ci sono solo quelle!». Appena scopre che sono italiana mi racconta che è stata alle Cinque Terre, a Lucca, Roma, Brindisi… Gli islandesi, almeno quelli che ho incontrato, pare viaggino molto. Soprattutto d’inverno. Più d’uno mi ha detto di venire a sciare in Val Gardena, e non li si può certo biasimare. L’arrivo a Brjánslækur avviene nella solitudine assoluta, a parte il rumore di qualche balla di fieno ricoperta di plastica rosa shocking. Neppure lo sbarco delle altre auto sembra riempire il paesaggio. Bastano pochi minuti, e siamo di nuovo solo noi. Possiamo iniziare il viaggio verso Látrabjarg e gli Westfjords.

Lo scrivo subito per ansia di puntualizzazione. Gli Westfjords sono la parte tra le più belle che abbiamo percorso. Non so se perché, lasciata la Ring Road, si arriva là dove pochi vanno. O perché le strade ti costringono alla lentezza, alle soste, a lasciarti andare al tempo e al paesaggio. Meglio sottomettersi, dunque. Gli Westfjords sono, di fatto, un esercizio di pazienza. Calotte nere ricoperte di ghiaccio e licheni acidi, strade basalto e cieli incombenti, ripidi saliscendi che si aprono su acque immobili. Abbiamo ripetuto, più volte, come sarebbe stato se ci fosse stato il sole. Cosa avremmo potuto vedere. E invece, c’era pure una nebbiolina che ovattava la nostra via rendendo tutto più sinistro, precario, velatamente minaccioso. Ma di una bellezza commovente (l’avremmo apprezzato ancora di più in seguito). Che vorresti arrivare al più presto a destinazione, e ti accorgi invece che sei già lì, in Islanda, a goderti il vuoto che c’è. Ma sempre con attenzione, come diceva la signora sul traghetto.

In parecchie guide si legge infatti un vecchio detto islandese: “L’Islanda è un Paese inclemente e non tollera gli idioti. I terreni accidentati e la variabilità del tempo hanno condotto molti alla tomba”. C’è da dire che non sembrano nemmeno desiderosi di imporre controlli. Sulle scogliere di Látrabjarg, se l’erba è umida e il precipizio possibile, usare le opportune precauzioni è e rimane tua responsabilità. Loro ci hanno messo un cartello (insieme a un altro che dice che questo è il punto più ad ovest dell’Europa), con tanto di omino volante giù dal dirupo ed è finita lì. La strada sterrata e a prova di vertigini (le mie) che ci ha condotto lì, del resto è stata una sorpresa dopo l’altra. Le spiagge, che noi ricordavano nere di tefrite, ora sono bianche e oro protette da dune rivestite di licheni. Il mare, di un turchese cristallino. Il timido raggio di sole che filtra, rende i fiori gialli, arancio e viola, ancora più brillanti. L’umorismo islandese lo si riconosce in un autovelox piazzato nel bel mezzo di una curva in discesa e disconnessa; l’efficienza, islandese e nordica, nei bagni chimici pulitissimi che trovi ovunque. Anche qui. Ma è una volta arrivati al cospetto dei pulcinella di mare, che sono tanti anche durante il giorno, che capisci quanto può imporsi il carattere di un Paese. Sulle scogliere le persone sono tante, anche se sparse un po’ dovunque, ma l’unico rumore che si sente è quello delle gazze di mare e dei fulmari (e un certo afrore pure…). Con silenzio, ci si avvicina anche alle pulcinelle di mare quasi a toccarle (scherzando ho supposto che fossero pagate dal Ministero del Turismo islandese vista la loro disponibilità a farsi fotografare). Ma nessuno lo fa, si sta immobili, muti, ad ammirare.

Nessuno schiamazzo, nessuna tracotanza. Se c’è una cosa che si impara davanti alla meraviglia, è che qui si è solo ospiti di passaggio. E bisogna comportarsi bene. Qualche giorno dopo, sarebbe successa la stessa cosa a Hvítanes, una località tra Hestfjörður e Skötufjörður, passato Súðavík: sul ciglio della strada, il classico bar dalle pareti verniciate di nero con il tetto di torba, lascia su un tavolo una scatola di plastica bianca piena di binocoli. Chi si ferma, sapendo che nella scogliera antistante c’è una colonia di foche, ne può prendere uno in prestito. Poi, se la marea è bassa, si può saltare da un sasso all’altro tra le alghe e provare ad avvicinarsi il più possibile. Lentamente, con discrezione e pudore nell’invadere un luogo che non ci appartiene, si assiste allo spettacolo di queste danzatrici panciute che rotolano sugli scogli, si immergono languide tra le alghe, ruotano il capo chino solo per controllare che non ci si muova troppo. E sia mai.

Naturalmente gli Westfjords sono anche molto altro. Il silenzio inquieto della tanto decantata Bíldudalur, che se ci capiti alle 9,30 del mattino sperando di fare una qualsivoglia colazione sei spacciato (tanto più che non troveresti nessuna delle duecento anime che lo abitano per chiedere informazioni), mentre la presenza del The Iceland Sea Monster Museum certo non rassicura. L’immancabile cascata (i sette salti della Dynjandi); la civiltà ritrovata a Ísafjörður, in cui ho incontrato una coppia di vaganti turisti americani che mi hanno chiesto dove fosse la “città vecchia” e, avendogli risposto “Ci siete”, mi hanno guardato con educato disappunto, che sarà pur vero che qui ci sono tra le case più antiche d’Islanda, ma è pur sempre Islanda e qualcosa di più vecchio della metà del Settecento (dicono che Tjöruhúsið, la più antica casa islandese, risalga al 1743) sarà difficile trovarlo. Merita se mai uno sguardo più attento l’edificio dell’architetto modernista Guðjón Samúelsson (lo stesso della Hallgrímskirkja di Rejkyavik) oggi libreria. Poi ci sono le gallerie scavate nel cobalto per arrivarci, a Ísafjörður, tanto strette in alcune parti che, vedendo in lontananza un’auto in senso opposto, bisogna fermarsi nelle apposite aree di sosta; e Súðavík, perché a parte la microbiblioteca ricavata in una ex cabina telefonica e un bar ristorante (Amma Habbý) arredato come un Drive In degli anni Cinquanta americani (e dove avrete l’accortezza di rifiutare la bistecca di balena), potrete capire cosa significa con-vivere in Islanda. Súðavík è stata ricostruita più volte. L’ultima, nel 1995, a causa di una valanga che si è portata via, oltre a una sessantina di case, quattordici persone. Così le case sono state ricostruite più in là, ai piedi della montagna magica di Kofri, nel solito tempo record, e oggi la chiamano la città nuova.

Tutto questo ve lo racconta anche il proprietario di Amma Habbý, che prende il nome proprio da una nonna che aveva casa in quel luogo e oggi non c’è più. Bisognerebbe poi dire che a Súðavík c’è un nuovo Centro delle Volpi Artiche , ma io ho bigiato. Lungo la strada verso Hólmavík ricominciamo a leggere le saghe, una vera passione ormai per #ladolescente, insieme alla pulizia della macchina con una sorta di scopa a getti d’acqua che si trova ad uso gratuito nei principali distributori N1 (i quali però hanno anche il brutto vizio di trattenerti sulla carta di credito 25 mila corone se schiacci “pieno” nel rifornimento automatico e indipendentemente dalla cifra reale). Le due cose sembrano distanti solo per questioni temporali e tecnologiche, perché lavare il fango dall’auto che ha ormai raggiunto i finestrini e avere la firma dello stesso stampata sul pantalone all’altezza del polpaccio, è roba da gran vichinghi, fidatevi.

(Per info turistiche consiglio it.visiticeland.com. Per leggere della mia esperienza ospitalità Airbnb clicca qui. Qui invece la Parte 1; Parte 3; Parte 4; Parte 5 del Giro in Islanda. Se volete sbirciare le mie foto c’è il mio profilo Instagram @manuelamimosa o l’hashtag #tuttalasolitudinechemimerito).

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