Me.
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giù il cappello

Mesi fa scrissi un post dal titolo il richiamo del padrone. Registravo l’incapacità di costruire una leadership attraverso processi trasparenti e la tendenza a rincorrere figure carismatiche capaci di raccogliere facili consensi. Una politica da groupies insomma, figlia della cronica e italica propensione a cercare le soluzioni non dentro, ma fuori di noi. Diciamocelo, ci piace farci mettere un cappello (metterselo da soli è già troppo faticoso), e se poi questo cappello è così altro-da-noi da farci dimenticare le nostre carenze, meglio ancora. Commissariati, contenti e con un pensiero in meno, come a Pompei. Eppure, se qualcosa c’è stato di positivo nelle recenti vicende politiche, ciò è accaduto quando uomini e donne si sono presentati all’appuntamento con l’azione politica senza alcun cappello. Che si sia trattato di referendum o della scelta dell’amministrazione cittadina, erano le volontà e gli obiettivi comuni a costituire la vera leadership attorno la quale riunirsi, con buona pace di slogan o di proclami ideologici.

Era stato così anche il 13 febbraio. La maggiorparte delle donne scese in piazza non lo avevano mai fatto. Almeno non per una manifestazione di sole donne. Ed erano lì, appunto, senza alcun cappello, sia che fosse di un partito, di un sindacato, o di un’associazione femminile “certificata”. Quelle donne sono state, e sono, la ricchezza di quella piazza. L’impersonificazione di un nuovo linguaggio, la prima folata di un vento nuovo. E infatti dai palchi del 13 febbraio, la politica istituzionale, si è tenuta ben lontana. Qualcuno era tra la folla, ma nessuno era sopra. Avevano capito che non era il caso di provare a mettere il cappello. E d’altra parte, era chiaro che le prime a non volerlo, il cappello, erano le donne che erano scese in piazza. Ora, io non so se l’inganno c’era fin dall’inizio o se si è insinuato nei tempi morti della non decisione. Non so se le organizazioni sindacali e le associazioni che hanno aiutato Senonoraquando a organizzare la prima manifestazione, allettate da una massa così desiderosa (a loro parere) di essere guidata, dimenticando il loro primo atto di generosità, hanno rialzato la cresta. Non lo so. Registro però, soprattutto in seguito al botta e risposta delle lettere aperte che si sono inseguite tra i comitati “ribelli” e il Comitato Promotore (lettera di Elisabetta Addis ai comitati toscani in primis), che quelle donne senza cappello, quelle fuori dai partiti, dai sindacati e dalle associazioni, sono semplicemente sparite dall’oggetto.

Leggo le lettere e scopro affermazioni come «Snoq non può stare in seduta permanente», «non abbiamo delega per prendere decisioni», e soprattutto leggo che il primo motivo delle non adesione alla manifestazione del 15 ottobre era «la mancanza dei temi specifici delle donne», il secondo, che «alcune di noi erano d’accordo, altre per niente», e quindi, in nome di una trasversalità che non fa torto a nessuno, nessuna adesione. Da ciò deduco che, vista l’assenza della posizione Snoq da tutte le recenti manifestazioni e azioni politiche (dalla finanziaria ai referendum passando per lo sciopero generale indetto da susanna Camusso), l’immobilismo rimane l’unica soluzione per chi, nel timore di decidere, o di prendersi la delega alla decisione, si consola in una sorta di avvento messianico della concordia.

Ma la cosa che più mi ha spaventato, e non uso questo termine a caso, è stata la publicazione, per una sola decina di minuti e forse meno, della lettera di una giovane senonoraquandista romana che esprimeva il dissenso di cui sopra. Quando ho chiesto il perché di tale “censura” mi è stato detto che sarebbe stata di nuovo pubblicata quando ci fosse stata anche la risposta. Ovviamente la lettera non è mai più andata on line. Cosa alquanto strana visto la fitta corrispodenza delle ultime settimane. E cosa alquanto insolita per un movimento che si è preso la responsabilità di rendere visibile una forza femminile, che si è proposto come alternativa trasparente ai sotterfugi della politica per cui l’informazione è potere e va tenuta ben stretta all’interno dei confini dirigenziali. Che cosa rimane allora della piazza del 13 febbraio se la partecipazione è negata, se ciascuno può parlare a nome suo e non di un gruppo con intenti comuni, se per bearsi di concordia si chiamano specifici temi come: lavoro, welfare, maternità, precariato, rappresentanza e rappresentazione delle donne? Che cosa rimane? Rimane uno slogan, uno slogan efficace e di forte impatto mediatico. Rimane un cappello. Un cappello rosa. Che cosa c’è di più bello?

Giorni fa Marina Terragni ha scritto di voler aprire il Comitato Snoq 5050. Magari chiedo anch’io di aprirne uno #2×10 e invito le mie amiche di Brugherio ad aprirne uno là. Perché no? In piazza c’erano anche loro. Anche prima di Marina Terragni, questo è certo. Di fatto ho visto comitati imbottiti di CGIL, partiti di sinistra e associazioni femminili cambiarsi di nome con la stessa disinvoltura con cui ci si cambia d’abito (Milano). Chi vuol venire passa di qua, alle altre ciao, evvai che apriamo un altro gruppo in Facebook. Ma non è questo il punto. Il punto è che è inutile continuare a generare nuovi comitati quando ognuno fa quello che vuole. Il punto è che è inutile sperare che sotto un cappello, se pur uguale e carismatico, si anullino le differenze non discusse, si sciolgano i confronti negati, e persino spariscano quelle pulsioni di arrivismo di chi tratta il proprio comitato come una legione ai suoi comandi (e qui non voglio entrare nel vulnus democratico dei processi decisionali che sennò finisco domani mattina). Il punto è che quel 13 febbraio le donne senza cappello sono uscite di casa perché erano stanche di essere sole. E chiedevano partecipazione, non etichette. Chiedevano azione e programmi, non scambi di lettere via mail o blog. Chiedevano di stare insieme, non in un comitato locale.

E invece, caro Comitato Promotore, ecco che ti ritrovi a spiegare ora, dopo quasi un anno di distanza, non solo da chi sei composto, ma se, come e quando decidi, e non ti sfiora neanche il dubbio che, forse, qualcosa sta andando storto. E non è colpa della stampa, credimi. Ma sai qual è la cosa più strana? È che è proprio pensando a quelle donne che io, io che non sono nessuno ma ho imparato da piccola a non promettere nulla che non potessi mantenere, io, il cappello me lo tolgo. Sarà per le aspettative deluse, per la disillusione che si fa spazio dentro il cuore di quelle donne e del mio. Ecco, lo faccio in segno di rispetto, proprio come faceva mio nonno entrando nei luoghi sacri, e si toglieva il cappello. E invito a fare la stessa cosa chi come me non ha paura di sedersi dalla parte del torto, come diceva qualcuno, e crede ancora nella forza delle idee. Delle idee e della volontà.

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  1. Grazie Manuela.Nelle tue parole ritrovo il mio pensiero.Io credo che non si possa mettere un cappello al movimento delle donne.Credo che le donne siano in movimento tramite associazioni.gruppi e iniziative che diventa difficile convogliare sotto un 'unica sigla.
    Credo che la strada giusta sia stata quella dei Referendum,dove le persone si sono mobilitate spontaneamente unendosi in una lotta comune.
    Ed è lo schema che io come cittadina voglio di nuovo ricalcare.Senza dover aspettare il là di un comitato.A presto.

    Marta

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