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Giuseppe Burgio spiega il bullismo femminile

Giuseppe Burgio è professore associato di Pedagogia generale e sociale all’Università Kore di Enna, giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Palermo. Per Franco Angeli ha curato il primo saggio sul fenomeno del bullismo femminile Comprendere il bullismo femminile. Genere, dinamiche relazionali, rappresentazioni. Ecco qui l’intervista integrale fatta in occasione del mio articolo per Gioia!

Perché è difficile riconoscere il bullismo femminile?

Da una parte, per semplicità bisogna dire che la maggior parte sono studiosi maschi… Inoltre la nostra società associa al femminile la dolcezza, la cura, la docilità e non riesce a concepire la rabbia come parte del femminile. Così, quando si presenta, tende a leggerla come “normale competitività tra ragazze”. La stessa scuola, che è il maggior palcoscenico della violenza tra adolescenti, fa sua questa cultura. C’è una sanzione culturale del contatto fisico delle ragazze, anche nello sport, ed è normale che un ragazzo usi le mani, ma non una ragazza…

Quanti tipi di bullismo esistono?

Molti. Il bullismo varia a seconda del contesto sociale, dell’età, del luogo. Prende di mira l’orientamento sessuale, il sovrappeso, l’aspetto e qualsiasi differenziazione dalla “norma” che vige in quel contesto specifico. Nel caso della variante femminile, di cui si hanno pochissimi dati, è uno dei canali attraverso cui si esprime il così detto bullismo intra genere. Come per altri casi, esso è legato al bisogno di popolarità e riconoscimento, di sentirsi ammirate.

Qual è il criterio che sceglie bulle e vittime?

Uno dei criteri è di escludere chi non incarna un modello di femminilità piuttosto stereotipato, e quindi chi magari si veste male, non è alla moda, non si trucca. Ma può avverarsi anche il contrario, e la vittima diventa chi è troppo glitteratta, troppo “fighetta”… In ogni caso quella che si verifica è una sorta di “guerra tra povere”, visto che tutte sono in realtà vittime di uno stesso stereotipo e modello imposto.

Quanto queste violenza avvengono come cyber-bullismo o sono agite fisicamente?

La differenza tra cyber e reale la facciamo solo noi adulti, ma per le ragazzine e i ragazzini non c’è differenza. Il virtuale è una prosecuzione del reale, si tratta di un fenomeno unico che usa strumenti differenti. Per quanto riguarda le ragazze è vero che, almeno inizialmente, dimostrano maggiori competenze linguistiche e relazionali, ma la violenza fisica esiste, e arriva di solito dopo.

Lei è anche consulente per il Tribunali dei Minori, ci sono modalità preferite dalle ragazze per agire il bullismo?

Ripeto, la classica distinzione tra bullismo femminile e maschile, e che vede il primo agito esclusivamente attraverso pettegolezzi e manipolazioni sociali, non corrisponde al vero. È interessante notare come le stesse docenti che raccontano episodi di violenza reale e fisica tra ragazze, poi nel racconto ribadiscano lo stereotipo delle ragazze dolci e collaborative, rimuovendo in realtà l’esperienza delle ragazze violente e archiviandole come “maschilizzate”.

E quanto c’entra lo sguardo maschile in tutto questo?

In alcune varianti del bullismo femminile è interessante notare che l’85 per cento del pubblico è costituito da maschi. In alcuni casi le ragazze hanno come interiorizzato un modello maschile di bellezza e femminilità e attaccano chi non vi aderisce. In altri casi, succede l’esatto contrario, ma per paradosso, invece di attaccare i compagni maschi, ancora una volta vittimizzano le compagne questa volta “ubbidienti”. In ogni caso, l’emancipazione dallo stereotipo non sembra mai avvenire.

Perché il bullismo femminile è un “bullismo educante”?

Il bullismo tutto è in genere sempre un modo per normalizzare la realtà e rassicurare a me stessa, bulla, di essere “brava”, di occupare il posto giusto. È vero che molto spesso le bulle, scoperte, si raccontano come persone positive che aiutano le altre ragazze a essere più carine.. più accettate dal gruppo. Ma succede anche nel bullismo omofobico, che picchia il diverso per “renderlo  normale”.

Anche il legame tra bulla e vittima è interessante…

Entrambe sono vittime diverse dello stesso stereotipo di femminilità, di modello vincente… La proposta educativa è spesso fallimentare perché non accompagna le ragazze a crescere in modo autonomo svincolandosi dagli stereotipi. Dovrebbero pensare di avere valore per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere per la società. Se non si ha l’ansia di essere esclusi, non si avrà l’ansia di imporsi agli altri e di denigrarli. La bulla dice: “Io ho valore perché gli altri fanno schifo”. Anche la vittima però condivide lo stesso ordine simbolico, la stessa gerarchia di valori e non sentendosi adeguata, si percepisce come perdente.

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