Controbalzo
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Gràcies Pep

Non l’avevo ancora fatto e solo per mancanza di tempo. Ma eccomi qua. La conferenza stampa di addio al Barça di Pep Guardiola l’ho vista in diretta. Prima le scuse (l’incertezza), poi la riconoscenza (la mia casa), quindi il dono (cerco di spiegare come mi sento). Mi sono presa qualche appunto. Perché poteva sembrare strano che un uomo che aveva vinto di tutto cercasse di spiegare la sua debolezza. La sua stanchezza. Il suo deficit di energia. Percepire di non aver più nulla da dare. L’alzarsi la mattina e sentire che aveva bisogno del tempo che non c’era. Aspettare la mattina dopo e accorgersi che era lo stesso. La nostalgia per un calcio che non sia un pazzo circo. Ha sentito il dovere di spiegarlo a tutti, lui. Di condividere una parte di quello spogliatoio che in questo Paese non concede ai veri maschi simili comportamenti. Scusate, non ce la faccio più. Non è colpa di nessuno, solo un limite dell’essere umano. E Pep Guardiola è un essere umano. Che dice che l’importante non sono le vittorie, ma gli affetti. Che ci sono i campioni come Messi e i barometri etico-morali come Keita e Abidal. Le televisioni italiane hanno mandato in onda solo il pezzo in cui parlava il nostra lingua e diceva: «cazzo forse un giorno tornerò ad allenare» e ha tagliato il momento in cui, in catalano, diceva che in fondo, il calcio non è tutto, che c’è la vita, la vita che è ben oltre le vittorie e il Blackberry. Qualcuno gli ha chiesto se questa fosse una decisione influenzata dalla sua famiglia, come se dietro un uomo ci fosse sempre una donna con figliolanza a seguito che lo richiama a casa. E invece no, anche se è strano per alcuni che un uomo, da solo, possa decidere di fermarsi e prendere tempo. Fumo negli occhi per chi vede nella tregua una debolezza femminile e nella condizione della guerra perenne lo status del maschio per eccellenza. Eppure, questo spirito femmineo ha riportato il gioco del calcio nel terreno che gli è proprio che è poi, come dice persino l’insegnante di psicomotricità di mio figlio, quello di un gioco che non ha bisogno di lingue e che ogni bambino del mondo può giocare in qualsiasi posto. Un linguaggio universale molto lontano dai soldi, dai trucchi e dalle violenze a cui ci siamo abituati. Ieri, a Venezia, in Campo San Giovanni e Paolo, tre bambini giocavano a palla, uno aveva la maglia di Messi. Mio figlio si è fermato a giocare con loro mentre noi ci gustavamo un gelato da Rosa Salva. Quando ha finito gli ho chiesto il nome dei suoi compagni di gioco: non lo sapeva, non era importante e non glielo aveva chiesto. Ci sono cose che non hanno nome, che non ne hanno bisogno. Ma anche a Venezia, il corner del Barça Shop (ma c’è un Barça Shop in ogni parte del mondo?) era pieno di ragazzini che volevano comprarsi la maglia blaugrana. Ora che i marziani hanno perso tutto: la Liga, l’Europa e persino l’allenatore-guru. Perché in fondo, questo abbiamo imparato da loro, perdere o vincere non sono che condizioni relative. Ciò che conta è quello che sei. O meglio, ciò che hai il coraggio di essere. Gràcies Pep (il video del rigraziamento Gràcies Pep lo trovate qui).

P.S. Il prossimo allenatore del Barça sarà Tito Villanova: nel suo Palmarès una personale vittoria contro un tumore alla ghiandola parotide. Di quelle che contano. Som i serem, si dice al Barça.

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