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Haiti, il terremoto dimenticato

Sono passati sei anni da quel 12 gennaio 2010 in cui un terremoto di magnitudo 7.0 mise in ginocchio, in poco più di 60 secondi, Haiti. Alla fine, oltre a case, scuole, strade, ospedali, il palazzo dell’Assemblea Nazionale, la cattedrale e la sede Onu della capitale Port-au-Prince, si contarono più di 222 mila morti e tre milioni di persone coinvolte. Il mondo si mobilitò, le Ong moltiplicarono i programmi di aiuto, un fiume di dollari cominciò ad arrivare. Eppure oggi Haiti sembra ancora in stato di emergenza. E fatica, dopo un anno di governo “per decreto” del presidente Michel Martelly, dopo l’accusa di brogli nelle elezioni preliminari del 25 ottobre, e dopo che il ballottaggio tra Jovenel Moise (candidato di Martelly) e Jude Celestin previsto il 27 dicembre è stato rimandato a data non certa, ad avere un governo legittimo. Cosa che aiuterebbe non poco le cose. «Ad oggi (2 gennaio, ndr) non si sa ancora nulla della verifica del risultato di ottobre. Indipendentemente da questo però, è improbabile che si riesca a convocare il secondo turno e a rispettare la data del 7 febbraio per l’insediamento del nuovo governo, visto la vicinanza con il Carnevale» dice Mariavittoria Rava della Fondazione Francesca Rava – NPH Italia Onlus presente in Haiti dal 1987 (qui intervista integrale). «Il timore è quello di esporre il Paese a colpi di stato e ulteriori disordini. E pensare che per queste elezioni, sponsorizzate dagli Stati Uniti, sono stati spesi 32 milioni di dollari: una cifra abnorme se si pensa che la maggior parte degli haitiani vive con meno di un dollaro al giorno e spesso ricorrendo al baratto. Persino le schede elettorali sono state stampate a Dubai, quando anche uno stampatore locale sarebbe stato in grado di farlo: un’altra occasione mancata per investire nel Paese».

Un Paese che porta ancora i segni della distruzione: «Sotto gli edifici pericolanti della Gran Rue, molti hanno allestito bancarelle, si vende carbone a bordo delle strade, e detriti e immondizia a cielo aperto sono una cosa normale anche in centro città. Quanto alla ricostruzione, qualcosa è stato fatto, come il palazzo della Giustizia o una sorta di anfiteatro, mentre da poco sono iniziati i lavori per il molo, ma sempre con appalti esteri. L’aeroporto, che all’arrivo, soprattutto nella parte della American Airlines regala l’idea che sia tutto perfetto, è un’opera di Taiwan. Certo, di tende nella capitale non se ne vedono: sono state tutte spostate nelle campagne, e sono ancora tutte lì, senza acqua e senza elettricità», continua Rava. Sì, perché a sei anni dal sisma, 65 mila persone hanno solo una tenda sopra la testa, un numero che rischia di aumentare dopo che dalla vicina Repubblica Dominicana migliaia di haitiani, sprovvisti di documenti, sono stati costretti a rientrare. E, dopo sei anni, un bambino su due non va a scuola, uno su tre non arriva ai 5 anni per malnutrizione. Sono numeri che è difficile capire visto i miliardi di dollari (si dice 14) stanziati dal 2010.

«Bisognerebbe sapere se i soldi stanziati sono arrivati. Molti per esempio, dovevano pervenire attraverso la Fondazione Bill Clinton, ma le cose sono andate diversamente… Certo, se le cifre dichiarate fossero state ben utilizzate avrebbero dato una casa a tutti. I soldi non devono essere elemosina, ma un contributo per aiutare le persone a istruirsi e fare da sole. Imparare a fare il pane, allevare polli e pesci, tostare e macinare il caffè, diventare infermieri e chirurghi per curare la propria gente: questi sono alcuni dei progetti seguiti da Padre Rick Frechette, fondatore dell’ospedale Saint Damien, l’unico pediatrico dell’isola che assiste 80 mila bambini l’anno, di scuole per 10 mila bambini, e di case orfanotrofio che accolgono 760 bambini». Qualche segnale (forse) arriva dall’impegno per la promozione turistica del Ministero molto attivo anche all’ultimo ITB Berlino. Grandi gruppi alberghieri, come il Marriott, hanno costruito hotel (che ospitano per lo più le delegazioni dei governi e delle varie Ong), e alcuni resort, come quelli situati su La Côte des Arcadins (l’ultimo, il Royal Decameron Indigo Beach Resort ha aperto poche settimane fa) ospitano per lo più canadesi e francesi che operano nel Paese, sono certo un’occasione di lavoro per la popolazione locale. E forse anche per conoscere da vicino una realtà troppo presto dimenticata. Come la nostra judoka Rosalba Forciniti che, racconta Mariavittoria Rava, dopo essere sbarcata qui durante una crociera e aver passato una giornata in una spiaggia fin troppo bianca, ha deciso di adottare un bambino a distanza e dare a lui, in prima persona, la possibilità di crescere sano, studiare e cambiare il suo futuro.

(Articolo pubblicato sul n. 2/2016 del settimanale Gioia!)

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