Adolescentia
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Hikikomori, il corpo solo

[Pubblicato su Gioia! del 25 luglio 2015] Ogni mattina Francesco passa un’ora davanti lo specchio. La spazzola tra i capelli, il ciuffo che non viene, la piega. Il tempo passa, il rischio di arrivare tardi a scuola aumenta. Finché un giorno, il ritardo è troppo persino per provare a uscire. E un altro giorno, semplicemente, Francesco non esce più. Mai più. Sono 60mila i ragazzi che in Italia sono diventati dei “ritirati sociali”. Un fenomeno che dividiamo con il lontano Giappone, dove il massimo esperto in psichiatria adolescenziale Saitō ha coniato il termine di “hikikomori”, e che per la prima volta, grazie a un équipe di psicologi della cooperativa Minotauro, è stato indagato con una ricerca iniziata tre anni fa ora raccontata nel libro Il corpo in una stanza. «È una situazione problematica, di cui si comincia a parlare anche in Francia e Spagna. Inizialmente era stata individuata una possibile causa nel particolare legame tra madre e figlio. Ma oggi, che i casi si moltiplicano anche in Corea e Cina, l’hikikomori si configura come un fenomeno della modernità» dice Antonio Piotti, uno dei curatori del volume. La madre infatti sparisce nei racconti dei ragazzi, quando non viene accusata di troppo sostegno, troppo incoraggiamento. Quello che invece è vissuto e raccontato con sofferenza, è il rapporto con i coetanei e l’altro sesso.

Luca non riesce a sostenere lo sguardo degli altri nemmeno camminando per strada, o al parco. Marcello si sente invisibile in classe, ha l’impressione di inseguire perennemente l’interesse dei suoi compagni, di essere uno “scarto di fabbrica”. Riccardo si lamenta della sua modesta vita amorosa e delle frecciatine sul suo orientamento sessuale. «Il problema è il narcisismo dominante. In una cultura che mette il bambino al centro facendogli credere che tutto sarà facile e straordinario, quando arriva il momento di prendere atto di limiti e sconfitte è la crisi. Se poi pensiamo a quanto oggi sia decisivo, per il nostro successo, avere un bel corpo, sentirsi in drammatica difficoltà quando il nostro corpo ci sembra inadatto è quasi una normale conseguenza. Cosa che, di norma, capita in adolescenza», continua Piotti. Ma c’è di più, perché gli hikikomori, sono tutti, o quasi, maschi. Il sesso “forte” che però è culturalmente meno preparato nell’affrontare l’esibizione del proprio corpo. «Ai maschi non sono consentite correzioni del corpo, né possono chiedere aiuto: verrebbero derisi. Questa solitudine, unita a una sessualità estroflessa e sempre soggetta al giudizio altrui, li mette in una condizione penosa».

L’avvisaglia, comunque, è la nascita di una fobia scolare. L’evoluzione, la reclusione in camera propria cercando un rifugio nella Rete che, al contrario di quello che si possa pensare, non è la causa dell’isolamento, bensì la soluzione. «Una soluzione che diventa una trappola certo, ma bisogna anche dire che, quando non si sta ore e ore a fare giochi passivi, la Rete compensa le mancanze della vita reale. Alcuni, per esempio, in Rete hanno stabilito relazioni profonde con l’altro sesso, e su questa vita emotiva, per quanto priva di fisicità, si può costruire qualcosa di reale». Perché, va detto, la maggior parte degli hikikomori seguiti, escono dalla stanza e rientrano nel mondo. Certo, il viaggio di ritorno, dura anni. Sia perché all’inizio si fa fatica a riconoscere il problema, sia perché bisogna stabilire con questi ragazzi un contatto, talvolta in Rete, e superare l’idea si facciano i classici colloqui in studio. Ma un aiuto potrebbe arrivare dal nuovo ruolo del padre. «I padri di oggi sono presenti, sfatiamo questo pregiudizio. Il problema sta semmai in quello che viene chiesto loro. Ma dare regole, imporre limiti, far sentire l’autorità, non serve. È utile, se mai, un padre che vada contro l’idea narcisistica dominante, che mostri che si può fallire» conclude Piotti. Come dire che è da debolezze e fallimento che si trae la vera forza. Di stare con se stessi e con gli altri.

 

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