Adolescentia
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Hikikomori, le parole dell’esperto

Il corpo in una stanza, edito da FrancoAngeli, e curato da Roberta Spiniello, Antonio Piotti e Davide Comazzi, è il risultato della prima ricerca sul fenomeno degli hikikomori, i ritirati sociali, in Italia. Racconti di casi clinici, terapie, riflessioni per far conoscere una patologia crescente e per darne una panoramica completa, dall’individuazione al trattamento. Questa è l’intervista integrale a Antonio Piotti che ho incontrato in occasione del mio articolo per Gioia!.

Il fenomeno hikikomori, nella dimensione italiana, è recente, da quanto viene indagato?

Avevo già scritto tempo fa un libro, Il banco vuoto, che si riferiva a un unico caso clinico che poi è stato trasformato un una pièce teatrale portata nelle scuole. Come associazione Minotauro seguiamo questi casi da una decina di anni, ma la ricerca di cui tratta il libro è iniziata tre anni fa. È la prima in Italia, che cerca di dare una panoramica completa, dall’individuazione della patologia, al trattamento.

Qual è la dimensione del fenomeno?

Noi abbiamo calcolato 60 mila casi. Un numero che ci dice che la situazione è problematica, anche se non si arriva ai 500 mila casi contati in Giappone che definiscono quasi un’epidemia sociale.

Quale legame esiste tra Italia e Giappone?

In realtà, ora si comincia a indagare anche in Francia e Spagna, quindi la teoria del legame specifico tra i due Paesi si fa più debole. Prima si pensava che ci fosse in entrambe le culture, un particolare legame tra madre e figlio. Nella cultura giapponese, secondo quello che chiamano Hame, è il maschio che si deve occupare della madre e quindi non c’è mai una vera separazione. Così anche in Italia, ma alla fine, come ho detto, questa giustificazione si è rivelata molto debole. Inoltre, ora si scopre che è molto diffuso anche in Corea e Cina, e quindi l’hikikomori si configura come un fenomeno della modernità.

Qual è allora l’elemento scatenante di questa patologia?

Noi pensiamo che sia fondamentalmente una questione di narcisismo. La crisi che scoppia quando si scopre la differenza tra come uno si è idealizzato e come uno “è”, cosa che normalmente avviene nell’adolescente. In Italia, come nel resto d’Europa, prevale una cultura che mette il bambino al centro, sotto l’attenzione di tutti, educazione che gli conferisce una predisposizione narcisistica, dandogli l’idea di un avvenire straordinario… poi però questo scontra nella realtà…

Voi avete parlato di ritiro sociale come attacco al corpo, cosa vuol dire?

Dobbiamo sempre partire da un contesto sociale e culturale in cui domina il narcisismo e il corpo. Avere un bel corpo oggi è decisivo, la nostra civiltà riflette, fotografa, esalta attraverso le immagini la bellezza corporea in entrambi i sessi. In passato questo aspetto era smussato da limitazioni sociali, perché per pudore, norme religiose o sociali, il corpo doveva essere nascosto, e la predominanza di successo sociale si giocava più sui rapporti di classe e di potere. Oggi, non è così. Il corpo bello è vincente e quindi ci si sente in drammatica difficoltà se si comincia a pensare che il nostro corpo è inadatto a questo gioco. L’adolescente, di norma, sente già che il suo corpo non è all’altezza, ma nel nostro contesto tutto diventa più penoso e problematico.

Si registra che colpisce i maschi e non le femmine, c’è un motivo?

L’attacco al corpo riguarda tutti. Le femmine si scheletrizzano, i maschi si rinchiudono e spariscono. Provano vergogna del loro corpo e pensano che non sarà mai amato, guardato, così lo nascondono. Ma è pur vero che i maschi stanno affrontando ora, in questi anni, il problema dell’esibizione del corpo. Le femmine sono in un certo senso più preparate e anche meno sole: ci sono sempre la mamma, le zie, le compagne pronte a dare loro dei consigli, a suggerire loro le correzioni eventuali che possono mettere in atto. Per i maschi invece, la cosa è diversa. La società non permette loro “correzioni” e certo non possono confidarsi con i compagni. I maschi sono soli davanti questa problematica. Infine, si può dare un’altra spiegazione: perché la sessualità maschile è da sempre una sessualità estroflessa e soggetta a fallimento, se si parla di erezione o impotenza, non si può far finta, non si può truccare il gioco…

Possiamo fare un ritratto del ritirato sociale: che vita hanno, che famiglia?

In realtà sono ragazzi assolutamente normali con famiglie normali. Non ci sono indicazioni di questo tipo a riguardo. Certo, sono ragazzi introversi, non molto portati alle relazioni sociali e hanno pochi amici. In genere tutto inizia con una fobia scolare, con un’incapacità di andare a scuola che prima era dei bambini in età di scuole elementari e ora riguarda gli adolescenti. Non è però la paura di prendere brutti voti, la maggior parte dei ragazzi in esame non avevano neppure problemi di rendimento scolastico, bensì cominciano a non tollerare più la scuola come luogo di relazione sociale, come luogo in cui ti guardano, ti accolgono nel gruppo oppure ti isolano, dove incontri l’altro sesso… Tutto ciò genera ansia con fenomeni come l’emicrania, la dissenteria oppure veri e propri attacchi di panico…

E poi, cosa succede?

E poi succede che il ragazzo scopre che sta bene solo a casa. Le assenze da scuola aumentano. E non riesci più nemmeno a mantenere i contatti con pochi amici che avevi perché, anche se ti chiamano, tu sei imbarazzato, non puoi certo dire che hai paura di uscire. Così lentamente nessuno ti chiama più o ti viene a trovare. E, in casa, scopri che puoi stare un tempo infinito sulla Rete… Ovviamente tutto questo processo ha tempi lunghi che arrivano anche a un anno e mezzo.

E in un anno e mezzo i genitori non se ne accorgono?

Se ne accorgono certo. Ma la patologia hikikomori è ancora poco conosciuta. Anche come sindrome psichiatra è conosciuta da pochissimo tempo. Io stesso la tratto solo dal 2008, quindi insegnati, genitori, persino i medici di primo contatto sono impreparati. La realtà è che prima che si arrivi da uno specialista passa dal tempo..

Anche la questione della Rete è interessante… perché voi dimostrate che non è la causa, tutt’altro…

Esatto. Questi ragazzi alla Rete arrivano dopo. Più che la causa quindi, è quasi un rifugio, la soluzione a un loro problema. Una soluzione che poi diventa una trappola certo, ma bisogna anche dire che, quando non si tratta di stare ore e ore a fare giochi passivi, la Rete compensa certe mancanze della vita reale. I ragazzi reclusi nella Rete hanno esperienze surrogate che in parte compensano la solitudine, leggono libri, vedono film, ascoltano musica… Quindi quando il ragazzo esce di nuovo è comunque cresciuto, una crescita con alcune lacune, ma non del tutto fuori dal mondo.. Ci sono dei ragazzi che in Rete hanno conosciuto e poi stabilito delle relazioni profonde anche con l’altro sesso, ed è su questa vita emotiva, per quanto priva di contatto fisico, si può poi costruire qualcosa di più reale.

Nel libro si parla anche di una nuova funzione del padre …

Oggi tutti i padri sono piuttosto presenti, quindi questa storia del padre assente è ormai vecchia. Non è questione di assenza, ma semmai di ruolo, di quello che viene chiesto al padre quando si vuole che “faccia il padre”. Si pretende di solito che sia il padre a dare regole, a imporre limiti, far sentire la sua autorità, ma non è quello che serve a questi ragazzi. I ritirati sociali hanno bisogno di un padre che vada contro l’idea narcisistica dominante, in poche parole hanno bisogno di un padre che mostra loro che si può fallire. È difficile che un figlio impari questo dalla madre, dalla quale si acquisisce più l’idea di speranza e di amore.

Veniamo alla terapia, come li avete curati?

Bisogna innanzi tutto dire che nella maggior parte dei casi l’esito è positivo. Certo, per tornare a uscire dal ritiro ci vogliono anni nel caso delle reclusioni più dure.. Bisogna poi superare l’idea che questi ragazzi possano venire in studio a fare colloqui, quindi c’è prima un lavoro con i genitori, poi si cerca di aprire degli spazi di comunicazione. A volte li incontriamo sulla Rete, altre volte gli educatori vanno a casa, e si cerca di stabilire un contatto… Una volta iniziato, alcuni fanno i nostri laboratori sul cinema, di scrittura, laboratori di arte terapia: Il lavoro vis à vis, il recupero degli anni scolastici è solo una parte del percorso, ma alla fine appunto, il ritorno alla vita è possibile.

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