Adolescentia, educazione
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I ragazzi sono bravi. E non è una buona notizia.

Tra i racconti infarciti di retorica di questo periodo c’è l’unanime plauso al buon comportamento degli adolescenti. Responsabili, quieti, obbedienti, resilienti, persino rispettosi dei prof … Rispetto ai bambini, il cui isolamento ci preoccupa (a ragione) e sui cui finalmente ci interroghiamo, gli adolescenti sono per lo più descritti come quelli che “hanno reagito bene”, a cui si è chiesto giustamente il “sacrifico di restare a casa per proteggere i nonni”, di dimostrare quanto sono adulti. Così, alla narrazione di un’adolescenza inquieta e ribelle si è sostituito un racconto edificante del giovane adulto che verrà. Naturalmente di un adulto rassicurante e a nostra misura.

Quando ho mostrato a #ladolescente che ho in casa l’ennesimo commento che li abilitava a bravi ragazzi anziché sdraiati, è stato categorico: “Anche quando pensate di farci i complimenti non fate altro che guardarci dall’alto in basso e secondo i vostri stereotipi”. Bisogna starli ad ascoltare, gli adolescenti. Anche quando dicono cose a metà, anche quando sembrano “general generici”, anche quando stanno zitti. Giorni fa, Gianluca Daffi, esperto in psicologia dell’educazione, durante un Webinar organizzato dalla Fondazione Agnelli diceva che persino molti genitori di bambini con sindrome ADHD erano piacevolmente stupiti dal fatto che, costretti in casa magari davanti al pc, i loro figli erano meravigliosamente quieti e tranquilli. Tutte le volte che gli adulti e le istituzioni hanno a che fare con  qualcosa di difforme dall’ordine e dal silenzio costituiti, di fatto reagiscono con isolamento, allontanamento, repressione del movimento. E d’altra parte, chiediamo ai nostri adolescenti dal corpo ingombrante e in perenne movimento, di stare fino a sei ore fermi dietro a un banco, perché il “bravo e zitto” è, ancora, ragione di merito anziché fonte di preoccupazione.

Eppure tutta questa bravura ci dovrebbe terrorizzare. A me, personalmente, angoscia. Credo fermamente, come mi spiegava Federico Tonioni dell’Istituto di Psichiatra e Psicologia dell’Università Cattolica di Roma tempo fa,  che il sano conflitto sia il modello più autentico di crescita. A noi gli adolescenti non devono piacere. Anzi, devono starci amabilmente sulle scatole, con il loro disordine, la loro voglia di cambiare le regole, la mania di non rispettare gli orari, di parlare solo fra di loro, possibilmente di cazzate. Gli adolescenti devono stare in piazza, non in cameretta. E mi dispiace se questo non vi rassicura, se narcisisticamente non vi consola, ma è così. Gli adolescenti devono essere una spina nel fianco della genitorialità.

E invece, ecco che di un colpo sono spariti i problemi alimentari, le nuove dipendenze, tecnologiche e non, l’autoesclusione, le angosce e gli enigmi, le ansie e gli ormoni. Ciò che mi preoccupa è che di fatto gli adolescenti sono sempre stati un possibile acceleratore di cambiamento e rinnovamento anche per gli adulti. Guardando a loro, guardiamo alle potenzialità del futuro. Scrive Daniel J. Siegel, un’autorità internazionale in psichiatria infantile e interazioni familiari, che l’adolescenza ha un potere molto simile a quello di una cascata, imbrigliarla è inutile, mentre incanalare la sua forza potrebbe portare benefici per tutti. Da loro potremmo imparare l’intensità emotiva, l’impegno sociale, la ricerca di novità e l’esplorazione creativa. Quindi, se stanno “bravi e zitti” dovrebbe essere un problema anche per noi. Nelle conferenze tenute nella seconda metà degli anni Trenta, Maria Montessori ha scritto e detto cose al solito illuminanti sull’adolescente e sulla sua educazione. La scienziata lo descriveva come: “… un momento della vita che potrebbe essere definito come una rinascita. In questo momento il singolo bambino sta diventando un essere sociale appena nato, che prima non esisteva”.

Il termine neonato sociale è straordinario perché evoca tutta la potenzialità e l’importanza dell’adolescenza. Tanto è vero che, sempre Montessori metteva in guardia sulla visione adultocentrica che investiva questa età dell’essere umano e che di fatto ignorava la verità sulla realtà adolescenziale semplicemente appiattendola sulla nostra. Mi chiedo solo se, come ha svelato un sondaggio di Skuola.net, che ha coinvolto 10mila ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, siamo anche “contenti” che una buona parte di loro ora ha quasi paura di uscire. Personalmente, quando ieri #ladolescente che ho in casa è rientrato con le scarpe sporche di terra rossa e fotografandole con il cellulare ha detto (e penso scritto) “Questa è vita”, ho tirato un sospiro di sollievo.

Immagine di apertura tratta dal film The Dreamers di Bernardo Bertolucci.

 

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