Donne, Me.
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il bello della denuncia

Oggi su twitter mi hanno inviato un’immagine della campagna di Woman on Waves contro la violazione dei diritti delle donne che lavorano nell’industria della moda. Ovviamente io non sapevo quale fosse il tema della campagna, così mi sono trovata semplicemente un’immagine di una pubblicità di Diesel (evidentemente fake) con il claim Abortion pills, gift of God e un’immagine patinata che mi ricordava le campagne-provocazione stile Oliviero Toscani. Devo confessare che non ho capito in un primo momento l’entusiasmo (femminile) del web, mentre ho colto subito la volontà di creare un equivoco (la campagna poteva sembrare autentica) e la poca chiarezza del messaggio. Solo infatti andando sul sito dell’associazione olandese e facendo un giro su Misopolis (contrazione tra i vocaboli Misoprostol, farmaco che induce contrazioni uterine e quindi l’aborto, e Metropolis) mi sono accorta che Woman on Waves voleva denunciare la condizione delle lavoratrici dell’industria tessile (in cui quasi il 90 per cento sono donne). Generalmente giovanissime, frequentemente abusate, assolutamente indifese e reclutate attraverso quello che viene definito il Sumangali Scheme o Marriage Assistance Scheme (la denuncia di questo sistema di lavoro, adottato dalla maggiorparte delle industrie tessili che si sono stabilite nelle parti più povere del mondo, è stata fatta da nel settembre 2010 dal giornale olandese De Volkskrant, ricordate il caso H&M?). Ma Woman on Waves ci dice anche che la più parte delle donne che lavora in queste condizioni vive in Paesi dove l’aborto è illegale (Sri Lanka, Bangladesh, Indonesia, Mongolia, Madagascar, Myanmar, Thailandia, Filippine, Morocco, Brasile…) e che, ogni anno, sono circa 21,6 milioni che ricorrono all’interruzione clandestina di gravidanza arrivando a stimare le vittime in 47 mila. Ecco, di tutto questo, nel claim e nell’immagine non c’è traccia. E non è cosa da poco, perché di messaggi a effetto o scandalisti che creano clamore, senza apportare informazioni o notizie (e non sto parlando in blog specializzati) non credo ci sia bisogno. Diesel non è certo una azienda priva di peccato originale. Un anno fa, sempre in India (il luogo del Sumangali Scheme per intenderci), aveva messo in commercio un set di ginocchiere per rendere più confortevole il sesso orale, ma non credo che sia l’unico impero del fashion system a peccare di sessismo e calpestare i diritti delle donne. Perché Diesel allora? Diesel che, suo malgrado forse, sta in un Paese dove l’aborto è un triste problema di ritorno, sia per chi si trova ad avere a che fare con un sorprendente numero di obiettori di coscienza che mutilano le strutture pubbliche e mettono in discussione la stessa possibilità di attuazione della 194, sia per chi all’aborto ricorre per motivi economici. Ecco certe volte penso che più delle immagini che troppo indugiano nell’effetto shock, farebbero i numeri. Brutti, sporchi, ma soprattutto veri.

2 Comments

  1. Grazie Manuela, aspettavo questo post.
    Ho qualche dubbio rispetto al fatto che questo tipo di campagna fake, non rimandando immediatamente al dato concreto, sia meno efficace. Per quanto mi riguarda, sono stata spinta a cercare altre notizie a riguardo ed ho acquisito così molte più informazioni di quante possa contenerne un messaggio immediatamente decifrabile. Ma questa è la mia esperienza, quasi certamente mediata dal fatto di avere appreso della campagna non direttamente ma da un post dell’altro ieri su femminismo a sud, e sicuramente non vale per tutti. A me sembra anche che l’intento delle autrici, pur puntando il dito contro Diesel (che peraltro non risponde alle accuse rivolte e si limita a chiedere la chiusura del sito), sia quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli abusi perpetrati nei confronti delle lavoratrici dei cosiddetti paesi poveri, dalla generalità delle industrie della moda. Condivido invece pienamente quanto scrivi rispetto al fatto che in Italia l’aborto è un triste problema di ritorno. A questo proposito, la cosa che più mi ha turbata come esito della campagna e che mi convince ancora di più che non bisogna mai abbassare la guardia nel difendere la legge 194, sono le decine e decine di commenti all’articolo apparso sul fatto quotidiano http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/pillole-abortive-dono-campagna-choc-infuriare-diesel/189342/ , la maggior parte dei quali scritti da uomini, in cui, in nome di Dio, la condanna dell’aborto viene espressa con ferocia di termini e argomentazioni degne del peggiore integralismo.
    @lilluccia

  2. Manuela Mimosa Ravasio says

    Grazie Lilluccia. In effetti ho anche pensato che ogni campagna va inserita nel suo contesto, e il contesto olandese è diverso da quello italiano. Da noi le frasi: lo sapete che una donna su tre abortisce per motivi economici? oppure: lo sapete che l'80 per cento dei medici pratica, i più solo per convenienza, l'obiezione di coscienza? Trovo questi dati più shock che una provocazione fake che rischia di sollevare gli istinti integralisti senza centrare il nostro nocciolo del problema… e senza dare gli strumenti per una maggiore comprensione. Perché noi siamo in un Paese fatto così, che nelle contrapposizioni da tifoserie opposte sta bene, insulta e si schiera, ma mai e poi mai fa un passo avanti. Anzi, questo urlare serve proprio a preservare l'immobilismo, a creare terrorismo culturale contro il cambiamento. Ecco perché sono sempre scettica di fronte a messaggi estremi… Chissà perché alla fine sono sempre funzionali alla parte opposta..

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