Design, Storie
Leave a comment

Il design spiegato su Instagram

Diceva Zygmut Bauman che i social media minano la possibilità di progettare la nostra vita a lungo termine. Laddove tutto è istantaneo, si rischiano di perdere contenuti e relazioni (vere). L’ironia sta nel fatto che, in un tempo dove tutto si può condividere, pochissime affermazioni  sono in vero unanimemente condivisibili. Chi frequenta Instagram sa per esempio che persino attraverso un post in cui un architetto affermato è immortalato mentre si lava i denti, può passare l’informazione di un famoso ritratto del 1961 di Wilfred Roloff Beny con una Peggy Guggenheim sdraiata su un letto con testata in argento di Alexander Calder, a Venezia.

Il modo in cui si utilizzano i social media è personale, non raramente ci dice del tipo di cultura che anima il progettista, e il resto lo fa la curiosità di chi guarda. «Se osserviamo i numeri, è la personalizzazione a vincere. Io cerco di trovare però un bilanciamento tra l’esposizione in prima persona e l’occasione di fornire ai più giovani una chiave di lettura sul design. Credo faccia parte del mio lavoro, ma non c’è alcuna intenzione propedeutica». Le parole sono di Ferruccio Laviani che su Instagram mostra la sua biciclettata mattutina alla Certosa di Pavia (e intanto accenna al sistema di dighe ideato da Leonardo Da Vinci per i Navigli); posta la cover del disco Aristocratica dei Matia Bazar («C’è un’estetica che rimanda a Alessandro Mendini, ai lavori di Studio Alchimia e Memphis»); tira fuori una vecchia polaroid che lo vede insieme ad Achille Castiglioni seduto in via Pontaccio (foto di apertura), a due passi dallo showroom di Moroso, sulla poltrona 40/80 che firmarono insieme: «Instagram è per me un quaderno di appunti in cui incasellare mostre, luoghi, artisti, pezzi di design che mi piacciono».

Per Fabio Novembre invece, è diario visivo: «Sempre meno privato, è vero, ché mi trattengo dal postare immagini di famiglia, ma pur sempre personale. D’altra parte la nostra vita è la prima fonte di ispirazione. Quante cose avremmo potuto capire se avessimo potuto spiare la vita di Ettore Sottsass?». Tante. Basta scorrere il profilo del francese Ronan Bouroullec, tra linee organiche e trame colorate che si fanno materia, composizioni astratte e improbabili still life, per capire l’essenza e la genesi – come loro stessi dichiarano – della loro pratica creativa. Considerare allora questa piattaforma nata per condividere immagini, mera vetrina, galleria promozionale per divulgare un brand, può rivelarsi inefficace.

«Quando abbiamo iniziato a utilizzare Instagram avevamo poche aspettative. In seguito abbiamo capito che premia la sincerità e che in questo luogo virtuale potevamo raccontare non solo la nostra cifra estetica, ma anche la quotidianità, con le nostre passioni e i nostri viaggi. Il livello di interazione è cresciuto e cerchiamo sempre di rispondere a tutti», dicono Ludovica e Roberto Palomba. Cosa che non sempre succede. Il follower che chiede a Vincent Van Duysen che ha postato l’interno del negozio Olivetti progettato nel 1958 da Carlo Scarpa: «Bellissimi pavimenti, ma cosa è quell’oggetto sistemato in fondo alle scale?», è rimasto senza risposta. Perché tutto si può carpire: l’ispirazione della cappella firmata dal portoghese Eduardo Souta de Moura per il padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia, la passione per il surf di Yves Behar, i disegni della madre di Jaime Hayon (e i suoi, mentre li fa naturalmente), le feste di Karim Rashid al palermitano Palazzo Butera, tutto. Almeno per il tempo di un clic.

Articolo già pubblicato su Repubblica, Album Design, del 24 ottobre 2018.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.