Donne
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Il merito di essere maschio

Quando ero incinta, mi mettevo la cintura di sicurezza dell’auto sotto il braccio. Se il fastidio diventava insopportabile, la toglievo. Una volta, mi trovavo a un semaforo, mi ha fermato la polizia e mi ha fatto la multa. La multa e il predicozzo ché, nonostante avessi spiegato che la cintura mi dava fastidio, “avrei dovuto, nelle mie condizioni, mostrare ancor più riguardo verso la mia, e del nascituro, sicurezza”. Si tratta di un episodio che avevo rimosso, anche perché di multe e vaffanculo silenti ne ho pagati tanti, ma leggendo il libro Invisibili di Caroline Criado Perez, mi è tornato in mente. E dopo più di sedici anni, ho trovato il motivo per fare ricorso: semplicemente il maschio che aveva progettato la macchina non aveva tenuto conto che a guidarla avrebbe potuto essere una donna con pancia e tette in evoluzione. Consiglio questo libro a tutti e tutte, ma in prima battuta ho cominciato a consigliarlo a chi prende le misure di questo mondo. Misurare è conoscere, per semplificare di molto Aristotele (che poi è quello che diceva che la donna era un maschio dal corpo mutilato), e designer, architetti, urbanisti, sono in un certo senso i responsabili della forma del mondo. Un mondo in cui le donne, in corpi e azioni, sono invisibili.

Il maschile è universale, il femminile di nicchia

 Non fa che ricordarcelo Criado Perez, che aveva ragione Simone De Beauvoir quando scriveva che “L’umanità è maschile e l’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a se stesso” (Il secondo sesso). L’uomo, inteso come maschio, e non come essere umano, è la misura di tutto. Ci vengono in mente Leonardo o Le Corbusier (il cui maschilismo avevo già incontrato), per cui il “modello” era un maschio alto 180 cm e 70 chili (avercene), ma la mancanza di dati di genere e di quegli sguardi che di questi stessi dati tengono conto, fa progettare e costruire quartieri sbagliati, case e architetture sbagliate, strade sbagliate, auto sbagliate, oggetti sbagliati, persino tute e equipaggiamenti militari sbagliati, tecnologie sbagliate. Quartieri e strade in cui le donne muoiono di più o subiscono più violenza, oggetti con cui ci si ferisce invece di essere agevolate nella funzione per cui sono stati creati, auto che non rispondono ai comandi vocali perché il tono di voce è “troppo alto”. La mancanza di dati disaggregati fa progettare viabilità che non tengono conto della maggior strada che compiono le donne ogni giorno per andare al lavoro e portare i figli a scuola, delle violenze che subiscono alle fermate o sui mezzi pubblici, della distanze che devono coprire a piedi, e non se ne tiene conto perché è considerato come tipico il tragitto casa-lavoro che generalmente compie il maschio medio monotasking  (per inciso nel libro trovate anche amministratrici e sindache che hanno cominciato a tenere conto dei dati di genere e dei sorprendenti risultati ottenuti). Quel maschio medio monotasking che è in definitiva il modello di riferimento universalmente accettato.

Il mito della meritocrazia

Ma veniamo a noi, che questo era il preludio, perché, giusto ieri, il 15 maggio, Laura Boldrini ha detto alla Camera: “Le donne non sono più disposte a vedersi scavalcare da uomini senza meriti”. Il che è sacrosanto, ma presuppone anche che esista, nella realtà, una vera condizione di merito. Senza tirare in ballo i sette pilastri usati come indicatori quantitativi per misurare il merito (libertà, pari opportunità, qualità del sistema educativo, attrattività per i talenti, regole, trasparenza, mobilità sociale), che da soli sarebbero già una risposta a chi, quando si chiedono più donne, semplicemente più donne, rispondono che non è questione di genere bensì di merito, davvero possiamo dire di esser partiti, uomini e donne, dallo stesso blocco di partenza? Se il libro di Criado Perez ha un valore è quello di demolire il mito della meritocrazia. Come si fa a parlare di “merito” se a cominciare dall’ambiente in cui cresciamo, viviamo, amiamo, studiamo, ci curiamo, lavoriamo, suoniamo (la storia della tastiera del pianoforte è bellissima) andiamo in palestra o in banca, tutto sembra progettato per complicarci l’esistenza?

Come si fa a parlare di merito quando persino gli algoritmi che governano, e governeranno sempre di più, l’intelligenza artificiale sono istruiti in base a corpora testuali che, chissà perché, nominano le donne in minor frequenza e le associano a contesti stereotipati? Poi come stupirsi se Google sembra soffrire di sessismo quando non è capace di tradurre al femminile (anche nella lingua in cui è indicato) un mestiere ritenuto maschile, o inserisce pronomi maschili nei testi tradotti anche se sono chiaramente donne? O se lo stesso cataloga come femminile un’immagine di un uomo pelato con la pancia solo perché si trova in cucina? Come si fa a parlare di merito quando sono le donne a svolgere gran parte del lavoro non retribuito, cosa che, oltre a far subire i peggiori effetti di precarizzazione e esternalizzazione, impedisce loro di coltivare relazioni, di fare corsi di formazione, di impegnarsi in trasferte, orari extra… Come dimostrano ricerche di Ocse e McKinsey, non è che le donne mancano di merito, è che non hanno tempo. Glielo fottete. Prima nella vita, poi quando raccogliete dati secondo una prospettiva squisitamente maschile che, ovviamente, di queste complicazioni (molestie sul lavoro comprese) non tiene minimamente conto. Anzi, le cancella.

Il prezzo del privilegio (maschile) lo pagano le donne  

Come si fa quindi a parlare di merito quando in ogni calcolo economico è completamente ignorato il valore del lavoro non retribuito svolto dalle donne? Lavoro sui cui poggia tutta la società, ma che nessun bilancio, nessun PIL considera. Se, scrive Criado Perez, si cominciasse a raccogliere questo tipo di dati, dati che mettono sulla bilancia anche il prodotto femminile,  allora le donne non sarebbero più invisibili e forse l’economia sarebbe progettata su una base di realtà e non sull’immaginario maschile. Persino quando si fanno i tagli (sanità, scuola, assistenza sociale… avete presente?), non sono in vero reali risparmi, ma solo lavoro in più per le donne. Lavoro a gratis. Che è un po’ come dire che non ci viene in mente di fare asili e scuola perché è dato per scontato (manco viene in mente…) che  c’è qualcun altro che si occupa dei figli (vi viene in mente qualcosa?). La riprova è che, quando le donne riescono ad arrivare al potere aumentano anche, per esempio, le spese per l’istruzione (da un mio tweet del 26 aprile: Un paese di maschi bianchi vecchi che si organizza per un futuro di maschi bianchi vecchi. E voi vi stupite se pensano al calcio e non alla scuola).

E non c’è merito, infine, nell’esercizio della democrazia, perché anche stare in politica non è un gioco alla pari. Anzi è un “gioco” in cui regole e dati sono fatti a misura di maschio, così le donne vengono tenute al di fuori dei processi decisionali anche quando sono rappresentate in numero congruo poiché escluse dalle reti clientelari. Criado riporta, fra le altre cose, uno studio recente della London School of Economics che dimostra che, in politica come al lavoro, le quote rosa più che promuovere le donne non abbastanza qualificate, servono per sgombrare il campo dai soliti maschi incompetenti (ma sono sicura che Boldrini lo sa). Il maschio è il default per ogni cosa: la mancanza di dati di genere penalizza le donne anche nelle procedure di ricerca e selezione del personale; quando si tratta di fabbricare medicine e cure (per questo utile è anche il libro di Angela Saini Inferiori, ma qui basti dire che quando Apple nel 2014 annunciò la sua app Salute che registrava ogni sorta di parametro medico si accorse di essersi “dimenticata” il monitoraggio del flusso mestruale… una sciocchezza!); e quando si tratta di raccontare la Storia come una conseguenza di fatti oggettivi quando sono scelti e ordinati solo dai soliti maschi.

Ora, se sei maschio e bianco, è probabile che tu ritenga di aver ragione comunque e nonostante l’evidenza dei dati, visto che da sempre ritieni che il tuo modo di pensare e agire sia tipico anche quando non lo è. E d’altra parte persino la storia della scienza e delle arti è lastricata di uomini che si sono presi il merito del lavoro fatto dalle donne. Perché il mito della meritocrazia è proprio questo: avere una scusa per tenerti quello che credi ti spetti di diritto, mentre l’unico merito, ma forse sarebbe meglio dire privilegio, è quello di essere maschio. Il merito è una questione di opinioni fondate su una cultura e quella cultura, guarda caso, ha una dominanza maschile. Poche settimane fa, alla Nazionale Femminile di Calcio degli Usa è stata negata la parità salariale. Eppure le ragazze capitanate da Megan Rapinoe hanno vinto di tutto e di più dei colleghi maschi, che, evidentemente per merito, continuano a guadagnare di più.

Quindi, di cosa stiamo parlando?

Lo descrive Criado Perez che quando si va a vedere a livello locale, lontano dalle luci della ribalta, trovi che sono le donne ad aver sgobbato e dato di olio di gomito. E lo abbiamo visto in questa pandemia con task force di tutti maschi, maschi in tv, maschi a decidere, che poi nelle corsie c’erano le donne, tanto è vero che sono loro ad essere state le più colpite (per altro sul disastro causato nel non tener conto dei dati di genere dopo le emergenze c’è un bellissimo e illuminante capitolo…). Colmare il vuoto di dati è dunque la strada maestra per riempire o meglio occupare il posto che ci spetta nel mondo, cosa che si può fare solo aumentando la rappresentanza, e la presenza del nostro sguardo in ogni ambito. Quello che Caroline Perez Criado cerca di dimostrarci in questo libro indispensabile e documentatissimo, è semplicemente che NOI NON ESISTIAMO. Né, nella storia della civiltà, dell’arte, della medicina… (a quanto pare) siamo mai esistite. Ora, per documentare l’inesistente, serve infinita perizia e grande immaginazione. Serve pensare alla nostra vita, a noi che camminiamo, andiamo al lavoro, facciamo la spesa o parliamo con i figli, a noi che facciamo sesso o compriamo una macchina, a noi che siamo almeno la metà di questo mondo…. Il tutto come se esistessimo davvero. Come se.

2 Comments

  1. Ci sarebbe molto da dire. Alle Ragazze Italiane, la squadra femminile di calcio in semifinale ai Mondiali 2019, fu promesso il riconoscimento del professionismo, poi si sa, una promessa senza data di scadenza lascia il tempo che trova.

  2. Ho parlato spesso con le atlete e le calciatrici italiane. Parlato con la loro allenatrice… conosco la situazione. A me viene solo da dire che le promesse, come la raccolte e analisi dati, li fa chi occupa i posti che contano. E in gran parte sono uomini. 🙂

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