Me.
Leave a comment

Il potere della parola e le parole del potere

Ieri sera sono stata a un interessante incontro organizzato dalla Fondazione del Corriere della Sera sul tema del linguaggio tra maschilismo e letteratura di genere. A dibattere c’erano l’enigmista e scrittore Stefano Bartezzaghi, la Presidentessa dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, la scrittrice Elisabetta Rasy e la giornalista Maria Laura Rodotà. Sono andata perché se negli ultimi anni si è discusso molto sull’immagine della donna, poco si è detto sulle parole usate con lei e per lei. E questo in un periodo in cui per la verità, la volgarità anche verbale (leggi barzellette oscene o minacce televisive), o la sempre più alta aggressività di ogni confronto dialettico, sono sotto gli occhi di tutti e di tutte. E poi le parole sono un’arma difficilmente riconoscibile come tale. Io, per esempio, ho provato un certo fastidio quando un luminare a cui mi sono rivolta per un problema agli occhi, mi ha chiamato principessa. Ci ho messo qualche mese e poi mi sono detta, chissà se davanti a un suo paziente maschio userebbe il termine principino. La risposta, datevela da voi. Io, intanto, ho cambiato medico.

Del resto le parole non servono solo per descrivere la realtà, ma ne sono anche il suo (triste) riflesso. Ma, a parte questo. A parte le ragioni storiche e linguistiche (a questo proposito il racconto di Nicoletta Maraschio della storia dei vocaboli e della presenza o meno di alcuni lemmi femminili è stata esemplare), a parte la quantità di luoghi comuni machisti di cui è infarcito il nostro quotidiano (vi invito a fare il gioco proposto da Stefano Bartezzaghi sul femminile dispregiativo di alcuni invece nobili sostantivi e aggettivi maschili come segretario, professionista, massaggiatore, disponibile, ordinario, passeggiatore, e godetevi il risultato), la mia domanda sottintesa alla partecipazione alla serata era: poiché, come è noto, la padronanza del linguaggio è potere, qual è il linguaggio che le donne dovrebbero usare ora che sono chiamate a gestire il potere? Oppure, è proprio perché le donne non hanno ancora messo a punto un linguaggio di genere, ma hanno solo e sempre “ventriloquiato” un linguaggio maschile (leggi uso ed abuso del turpiloquio), che le donne non hanno ancora il potere? Alcuni giorni fa la mia amica Margherita mi ha inviato due interessanti tableaux che qui vi allego.

Sono i risultati di un’indagine di Crystal Smith fatta sul linguaggio usato nelle pubblicità, nei racconti, e nei giochi destinati ai bambini e alle bambine. Il risultato, come avrete visto, è sorprendente, come è sorprendente la diversità e la tipologia delle parole destinate ai due sessi. Esiste anche un sito, The Achille’s Effects, che esplora come le differenze di genere siano siringate fin dalla scuola primaria. La parola potere per esempio, è chiaramente espressa nel tableaux dei giovani maschi. I quali, una volta grandi, continueranno a giocare con quello con cui sono spontaneamente cresciuti. Purtroppo io stessa in queste settimane ho avuto l’esperienza di come la scarsa dimestichezza con i giochi di potere (attente alle parole che non sono mai a caso!) abbia posto un freno, tolto il coraggio quasi, all’iniziativa politica di un gruppo di donne (ma ne parlerò in un altro post). Il problema è che, come diceva giustamente Elisabetta Rasy, le donne per troppo tempo sono state “parlate” e poco “parlanti”. A questo chiacchiericcio, dico io, purtroppo anche abbiamo contribuito anche noi. Noi che ogni giorno dovremmo ricordarci che le due parole più usate per chiamarci o scriverci nella storia sono Beatrice e meretrice. Ovvero, come sempre, o Sante o puttane, ovvero, come sempre, escluse dal mondo reale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.