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il (solito) corpo delle donne

Mi piacerebbe raccontarvi una storia. Una storia di quotidiano lavoro e di quotidiano trattamento dell’immagine femminile. Io faccio la giornalista, lavoro in un mensile, e assisto alla fattura della comunicazione ogni giorno. Tempo fa, alla chiusura di un numero dedicato alle spiagge, mi sono trovata di fronte un servizio che proponeva un bel lato B in discesa vero un mare blu. La foto era puramente decorativa poiché nell’immagine non si vedeva alcun riferimento alla località descritta. Un non-luogo condito con un testosteronicamente gradevole non-senso che ha fatto sorgere qualche dubbio persino ai correttori di bozze che, non senza una punta di ironia, mi hanno lasciato sull’impaginato questo appunto: «Manca la didascalia della foto A, ma forse perché c’era poco da scrivere». Infatti. Così ho cercato di veicolare all’interno del corpo del direttore e del suo vice una riflessione sulla pericolosa inutilità dell’immagine. Tentativo fallito. Ho sperato allora che, avendo tra i decisori finali, i responsabili del fior fiore del giornalismo italiano, lo stesso servizio tornasse indietro con una nota sensibile: «Cambiare foto onde evitare eventuali, e probabili, commenti». Nulla di fatto. Perché è così che succede: non è che i dubbi circa l’uso opportuno o meno dell’immagine femminile non vengano posti, ma il fatto è che su di essi decidono solo, e soltanto, gli uomini. L’estetica diffusa quindi, è un’estetica prevalentemente maschile. E non solo quella. Basterebbe fare un’istantanea sulla composizione dei corpi del giornalismo italiano per capire che un simile trattamento delle immagini, e delle notizie, non è solo l’unico possibile, ma anche inevitabile. E che neppure tutti gli sforzi di sensibilizzazione culturale intorno a suddetto problema saranno sufficienti per modificarlo fino a quando a decidere su notizie e immagini ci saranno solo uomini. In RAI, per esempio (dati a fine 2010) le donne sono il 33,7% delle risorse giornalistiche, ma solo il 4% dei dirigenti.  Due soli direttori donna, 3 vicedirettori (a fronte di 33 uomini), 63 capiredattori (a fronte di 236 uomini), e via così. Nella carta stampata, poco cambia. Anzi, se è possibile va peggio. Perché con la crisi degli ultimi anni la situazione femminile nell’editoria si è ulteriormente aggravata: con il 95% dei giornalisti usciti forzatamente dal lavoro uomini e il 65% (di cui solo il 30 per cento con contratto redazionale e il resto precarie!) di donne rimaste dentro le aziende editoriali, ma tutte a occupare posizioni ininfluenti e con differenze salariali fino al 40 per cento (dati FNSI). Ecco qua. Come pensare che non sia ovvio, quasi naturale che le uniche donne visibili, scelte da questo sistema di comunicazione, siano quelle che vediamo tutti i giorni su televisione, giornali, o cartelloni pubblicitari? Come si può pensare che questo stesso sistema sia capace di rappresentare in un modo diverso, meno vergognoso, un femminile che loro non conoscono? Ancora una volta, parlare di immagine della donna, significa parlare del potere che hanno le donne. Della loro possibilità di scegliere e non di essere scelte. Ed è su questo che bisognerebbe avere pensiero progettuale. Pensare alle strategie, ai modi, per arrivare alla stanza dei bottoni (leggi elettorali comprese, la butto là). Vorrei però concludere dicendo che oggi il vento è cambiato. La società civile è “solo” mal rappresentata. Le aziende (editoriali e non) sono, nella maggior parte dei casi, “solo” sfortunatamente gestite (rimando all’articolo recente di Maria Silvia Sacchi sul Corriere). Ma i talenti ci sono. E sono quel 50 per cento di risorse di cui questo Paese ha fatto a meno in questi ultimi decenni sopportando un costo oggi non più sostenibile.  

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  1. Manuela Mimosa Ravasio says

    rispondo qui a due commenti a questo post che sono finiti su FB.
    Magda dice: «a questi uomini della comunicazione televisiva, editoriale, pubblicitaria gli si dovrebbe augurare di avere a) delle figlie femmine, che grazie alla loro informazione e divulgazione dell'immagine femminile crescano con i valori delle note e anche non note papi girls. b) e che abbiano accanto (le figlie dei suddetti) degli uomini, fidanzati mariti amanti di conseguenza»
    Giusi invece: «mi sono accorta che, solo di recente, non riesco piu' a non mettere in discussione l'abnormale normalita' che descrivi nel tuo blog. forse solo ora perche' si e' raggiunta un'eta' dove so difendermi dalle accuse di 'acida e frustrata e senza senso dell'umorismo' che ti arrivano quando fai notare'…scusate ma..' Ora onestamente me ne frego di essere carina e spiritosa in faccia all'insulto. Grazie per aver fatto un'istantanea del punto dolente… : )

    Purtroppo non credo che le cose cambino (per loro) con l'esperienza. Ovvero, avere delle figlie femmine non serve, come non è utile al cambiamento, credo difendersi o aggredire queste offese.. Cercare di cambiare o deviare il piacere è sbagliato in partenza, e alla maggiorparte degli uomini, questo piace. Magari non in casa, non con le loro figlie, ma non hanno la nostra sensibilità e non gliela possiamo insegnare. Solo, forse, dobbiamo fare in modo di essere presenti in quella stanza dei bottoni quando si decide cosa fare. E' lì che bisogna arrivare ed è lì che bisogna lottare. Non è una boutade quella delle legge elettorale. Anzi, penso che sia la madre di tutte le strade che portano a quella famosa stanza dei bottoni. Arrivare lì significherebbe sì prendere la parola e non aspettare che ci venga concessa. Significherebbe scegliere e non avere (la gentilezza) di essere scelte. A cominciare dal scegliere anche come essere rappresentate.

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