Controbalzo
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Il tennis ha un problema. Djokovic.

La finale di Shanghai è appena terminata e il numero 1 del mondo Novak Djokovic se l’è portata a casa come bersi un bicchier d’acqua. Il secondo, dopo quello buttato giù in poco più di un’ora nella semifinale con Andy Murray. Con più di sei mila punti che ormai lo distanziano dal secondo della classifica ATP, Nole potrà stare al sicuro per almeno un paio di anni, ma il tennis? Il tennis è al sicuro? 

I primi turni di Shanghai si sono giocati nel vuoto siderale. A parte quando è sceso in campo Roger Federer, s’intende. Lì, per quella fugace apparizione che a Roger è costata mille punti, lo stadio si è riempito, poi persino la partita più bella del torneo, quel  Tomic vs Gasquet (6-3, 6-71, 6-4), è andata in scena tra pochi intimi. Ma tornando a Djokovic, tornando al numero 1, è evidente (e lo avevo già scritto qui) che non ci sia nessuno in grado di dare vita, insieme a lui, a un’altra “era tennistica” del fascino, e della qualità di gioco, espressa dall’era Fedal, ovvero di Federer e Nadal. Djokovic, classe 1987, dovrebbe almeno lottare con il nuovo che avanza. Ma da Dimitrov (1991) a Dolgopolov (1988), da Raonic (1990) a Nishikori (1989), fino a quel cornamusone di Andy Murrray (1987), c’è poco da sperare. E tra i talenti dei giovanissimi, stile Kyrgios (1995) e Tomic (1992), ci si aspetta il più delle volte solo sprazzi di genio intervallati da colpi di testa. Quindi, in buona sostanza, a parte un 34enne con una certa classe e un maiorchino con le ginocchia consumate, Djokovic non ha nessun avversario “degno”.

È un problema? A mio parere sì. Perché lo spettacolo del tennis lo si costruisce in due. La supremazia di uno, l’asfaltatore continuo e per altro prevedibile, non riempie i campi e nemmeno aumenta gli spettatori (essendo il tennis sport televisivo per eccellenza). Insomma, uno si può anche alzare alle tre del mattino per vedere un Djokovic vs Federer, ma dubito che lo stesso capiti per un Djokovic vs Tsonga. Il che, venendo al punto, è un problema anche per Djokovic, il quale, sentendo la folla urlante alla finale dell’ultimo USOpen, deve essersene accorto.

Vincere è sufficiente per essere un campione? Questo deve essergli passato per la testa. Tanto che alla fine del match, si è rivolto al suo angolo e lo ha chiesto quasi in modo provocatorio: sono io il campione (e non quel vanesio che tutti acclamano dall’altra parte del campo)? Sì, Novak. Tu vinci e generalmente stra-vinci. Asfalti. Ma non lotti, non ti inchini alla battaglia, a quel corpo a corpo che fa grande il tennis. Del resto, come potresti farlo se dall’altra parte non c’è nessuno? Certo il numero dei trofei è importante, e il serbo ha tutte le carte in regola per superare tutti, non sono invece sicura che – solo come è e sarà – possa superare la grandezza di Federer o di Nadal (e mi limito solo alla generazione precedente). In un certo senso, mi spiace per lui. Perché il suo tennis dovrebbe essere onorato da un avversario altrettanto forte. E spiace, credo a molti, che sanno che il confine tra un match avvincente e la noia assoluta è labile. E che molto spesso, se è vero che nel tennis è solo uno che vince, alla fine se non vince il tennis non vince nessuno.

Nella foto, Novak Djokovic al Roland Garros 2013, unico Slam che manca al tennista serbo.

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