Siamo Tutti Turisti
Leave a comment

Il viaggio ai tempi del coronavirus. E non solo

Da urgenza collettiva a scienza. Negli ultimi anni organizzare una vacanza sembra richiedere competenze e conoscenze specifiche. Mentre la geografia del viaggio cambia a seconda delle situazioni politiche, delle bizze del clima, della nostra sensibilità ecologica, e in ultimo delle epidemie. È così che siamo diventati maestri assoluti delle partenze intelligenti, cinici dribblatori delle folle da alta stagione, scaltri programmatori di rotte e tappe. Da turisti svagati e balneari ci siamo trasformanti in viaggiatori responsabili. Quelli che si adeguano ai costumi indigeni, apprezzano cibo e cultura locali, e magari dicono di voler partire “per imparare qualcosa”. Quello che però, più o meno inconsapevolmente, stiamo imparando è che la partenza non può essere programmata con eccessiva spensieratezza. E che i fattori che entrano nelle nostre scelte sono tanti e spesso indipendenti dalla nostra volontà.

Oggi al momento di prenotare un volo è buon costume anche accertarsi sul volume delle emissioni di Co2 del velivolo. L’anno passato, sulla piattaforma di Skyscanner, l’hanno fatto in 10milioni: tutti a cercare quel contrassegno che diceva se quel particolare volo era o meno a emissioni ridotte. In gergo si chiama flygskam (vergogna di prendere l’aereo), una pruderie che ha preso il via dai Paesi nordici, in particolare Svezia, dove sono stati coniati anche i termini tagskryt (orgoglio di andare in treno) e smygflyga (volare in segreto). È l’“effetto Greta” che ridisegna i modi di viaggiare e spinge le compagnie aeree a rispondere alla sempre più pressante richiesta di sostenibilità. Cosa che, ammettiamolo, in alcuni casi è quasi un ossimoro. «Non è moda ma, come si evince dagli studi della Fondazione UniVerde su italiani e sostenibilità, una sensibilità crescente» dice Elena Dell’Agnese, vice presidente dell’International Geographical Union, nonché docente di Turismo, territorio, sviluppo locale all’Università Milano Bicocca. «Ciò nonostante, visto che rinunciare è difficile, le imprese turistiche, dai resort alle compagnie aeree, lavorano sulla compensazione dell’impatto negativo sull’ambiente con azioni positive». Aderendo per esempio al programma Fly Responsibly di KLM, i viaggiatori finanziano progetti per la produzione di energia pulita nei paesi in via di sviluppo compensando idealmente le emissioni di CO2. Ma è con la costruzione del primo impianto europeo di SAF (il Sustainable Aviation Fuel derivato da olio da cucina esausto) a Delfzijl, in Olanda, pronto per il 2022, che tutti i voli in partenza dall’aeroporto di Amsterdam Schiphol potranno ridurre di almeno l’85 per cento la produzione di anidride carbonica rispetto ai combustibili fossili, e della quasi totalità i nostri sensi di colpa.

D’altronde, ricorda sempre Dell’Agnese, «Il turismo è soprattutto immagine, e noi andiamo dove pensiamo di stare bene, concetto che dipende più dalla nostra sensibilità e dal racconto che da dati oggettivi». Ma dipende anche, essendo l’agire turistico una delle azioni più rappresentative di noi stessi, da ciò che vogliamo raccontare di noi. Dai valori a cui, attraverso il nostro vagare per il mondo, decidiamo di aderire e dichiarare la nostra appartenenza. Uno dei trend confermati dagli analisti di settore per il 2020 è quello delle vacanze vegane. Il che significa non solo alimenti plant based, ma anche biancheria da letto anallergica, niente coperte di lana o cuscini di piume, e prodotti per la persona rigorosamente cruelty free. I tour operator nato specificatamente per questa vacanza stanno moltiplicandosi (vedi per esempio Vegantravel o Vegan-cruises) mentre Lonely Planet ha appena pubblicato una guida, The Vegan Travel Handbook che include consigli per cooking class in India, degustazioni in Piemonte, trekking in Etiopia e campeggi glam in Scandinavia. Per ora c’è solo l’edizione inglese, mentre gli hotel completamente vegani nel Bel Paese sono già due: La Vimea a Naturno in val Venosta, e l’agrivilla I Pini nella campagna toscana di San Giminiano. Sull’effettiva neutralità ambientale di questa vacanza non c’è certezza scientifica, ma l’emotività fa molto di più di qualsiasi brochure turistica.

Il ridisegno della geografia turistica con l’allarme Covid19 di questi giorni è di fatto evidente. Se il 20 febbraio si poteva ancora dire che le partenze entro il 30 aprile per la Cina erano cancellate per la quasi totalità, ma la tendenza generale sembrava di attesa, con una particolare vivacità delle destinazioni americane (commenti ASTOI), africane ed europee, oggi l’intero Pianeta sembra ripiegarsi su se stesso, mentre in molti ricordano la crisi egiziana de 2013 che, oltre a causare per i Tour Operator ASTOI, perdite pari a circa 20 milioni di euro, cancellò dalla mappa delle vacanze un intero pezzo di mondo. La verità è che ormai il contesto culturale, sociale, politico, dall’effetto Greta alle epidemie per intenderci, modica il modo in cui noi andiamo per il mondo e di conseguenza il mondo stesso. La geografia, come il viaggio, è rappresentazione. Bisogna comunque ricordare che, nonostante le numerose crisi dovute a fattori economici, sociali, politici e geofisici degli ultimi vent’anni, il turismo mondiale è cresciuto di oltre mezzo milione. In effetti, anche il World Travel & Tourism Council, dopo aver analizzato 90 momenti di crisi tra il 2001 e il 2018, ha definito il settore turistico tra i più resilienti. E se nel 2001, anno dell’attacco alle Torri Gemelle, ci si impiegavano 26 mesi per tornare alla “normalità”, nel 2018 ne bastavano dieci. In particolare, dissesti naturali ed epidemie richiedono rispettivamente 16,2 e 19,4 mesi di assestamento. Per quell’1,8 miliardi di turisti che si aspettano nel 2030 è comunque una buona notizia.

Nella foto l’installazione Tunnel of Light realizzato da MAD Architects al Kiyotsu Gorge Tunnel in Giappone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.