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Covid 19. Immagini per raccontarla

Susan Sontag la chiamava una partita di caccia. Fatta di mirini puntati e immagini catturate con uno scatto. Una partita organizzata per collezionare il mondo perché “la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come un’antologia di immagini” (Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi). La scrittrice americana ci ha anche insegnato che la fotografia è partecipazione a un’emozione. E a una storia. Cosa, meglio di qualche immagine, può efficacemente trasmetterci l’istantanea del nostro mondo ora, il mondo ai tempi del COVID19.

È successo tutto così in fretta. A un certo punto, sfogliando alcune riviste o scorrendo con il telecomando i set di molte pubblicità, tutto appare fuori fuoco, distante. Il disagio che si avverte guardando l’invito da cartolina per un’isola paradisiaca, una salita a vette pure, calette misteriose. È davvero quello il mondo ora? Per anni, abbiamo creduto che bastasse Google Map per controllare l’immagine del mondo solo con le nostre mani, per avere sul mondo uno sguardo senza limiti. Per anni, abbiamo usato le immagini per invadere il pianeta, imbrattando luoghi prima selvaggi e incontaminati a colpi di imbarazzanti selfie pubblicati su Instagram (ne scrissi qui). Era un’illusione. E ora, persino davanti le foto delle acque limpide dei canali di Venezia, o alle lepri nei parchi cittadini, nulla di tutto questo regge più.

Due giorni fa il fotografo Giovanni Gastel ha dato il via dalla sua pagina Facebook a #mypostcardfromitaly, chiedendo di postare una o più foto di ciò ognuno vede dalle proprie finestre. “L’obiettivo”, scrive, “è testimoniare l’Italia di oggi attraverso le immagini di tutti noi, creare un grande mosaico collettivo e dar vita a una mostra evento, appena sarà possibile”. Non so se l’Italia di oggi è quella delle viste privilegiate sui tetti della Basilica di San Simpliciano o dei balconi spalancati su orizzonti di mare… ma parte di desiderio certo si può leggere anche così. (Una stessa chiamata all’obiettivo la sta facendo il mensile Dove con #ilmondoallafinestra). Un vecchio adagio di Jean-Jacques Rousseau diceva che “più si vede, meno si immagina”, perché in fondo, il senso vero di un’immagine sta proprio nel suo lato simbolico e nascosto, in quell’invisibile che oggi crediamo di vedere, e che invece si nasconde nel tempo e nello spazio della riflessione e della conoscenza.

Sta di fatto che  il bisogno di raccontare il mondo trasformato dal Covid19 c’è. Qualcuno parla “di un mutamento antropologico che investirà la sostanza della nostra relazione con gli altri”, che cambierà la nostra visione del mondo, il nostro modo di muoverci in esso e con esso. Tutto questo lascerà un segno, è inevitabile. E di quel segno bisognerà pure avere una traccia. Una memoria. L’International Filmmaking Academy sta invitando così film maker di tutto il mondo a girare un cortometraggio documentario per realizzare una sorta di documentario collettivo che sarà proiettato durante il festival Il Cinema Ritrovato. La Fondazione olandese Droom en Daad ha chiesto invece a Khalid Amakran, Loes van Duijvendijk, Willem de Kam, Geisje van der Linden e Marwan Magroun di fotografare Rotterdam durante la pandemia di Covid-19 per  mostrare l’impatto senza precedenti del virus sulla città e sui suoi abitanti da oggi a inizio maggio 2020 (sopra Empty chairs at a McDonalds, Meent, Rotterdam. Photo: Loes van Duijvendijk).

Si tratta, in definitiva, di fermarsi, anche per il secondo di uno scatto, a riflettere sul senso e il significato di questi giorni. Il racconto per immagini in fondo non è che un’occasione per trovare un luogo per la costruzione di un significato. Di un senso collettivo. Fino al 19 aprile, su incarico del Comune di Zermat, l’artista Gerry Hofstetter ha orientato un fascio luminoso sulla cima del Cervino visibile dal tramonto alle 23 (foto di apertura). Un messaggio per tutti in cui si legge una parola: HOPE.

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