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In vacanza con Instagram

Prima che il fotografo americano Chris Burkard lo immortalasse per i suoi quasi due milioni di follower di Instagram (ora sono 3,4), non lo conosceva quasi nessuno. Poi il lago Wanaka, nell’isola del Sud della Nuova Zelanda, è diventato una meta super gettonata, tanto che recentemente l’ente turistico ha dovuto dissuadere i troppi visitatori dal farsi selfie arrampicandosi sul fragile salice che si erge in mezzo al lago stesso. La vicenda Wakanaka è uno dei casi che ha fatto scuola in quello che viene definito Instagram Travel. In casa nostra, a essere colpite dall’effetto dalle nuove vacanze virali, sono state destinazioni come il lago di Braies, in Alto Adige, la costiera amalfitana o la siciliana Marzamemi. «L’uso di social network e media digitali sta cambiando il modo di scegliere, programmare e organizzare le proprie vacanze. E i viaggiatori, da semplici fruitori, sono diventati attori, spesso protagonisti, dell’industria turistica». Le parole sono di Elisabetta Ruspini, docente di sociologia all’Università Milano Bicocca che, con Fabio Corbisiero, ha da poco pubblicato sul giornale dell’European Tourism Future Institute, uno studio su come i millennial e i post-millennial, che nel 2020 secondo l’UNWTO compieranno circa 320 milioni di viaggi in tutto il pianeta, stanno plasmando i consumi turistici.

«L’epoca del turismo di massa, con tempi e luoghi uguali per tutti, è finita. Oggi si ricercano esperienze personalizzate e immediatamente condivisibili, spesso suggerite dal basso, e non da cataloghi o tour standardizzati. L’assenza di intermediario è un dato significativo: i social media hanno permesso, almeno apparentemente, di mettere in contatto diretto l’aspirante viaggiatore con comunità e culture locali, e di con-vivere, attraverso questo medium digitale, l’esperienza di altri. Ciò si accorda bene anche con l’esigenza sempre più forte di un turismo meno invasivo e più sostenibile, ma, a ben guardare, Instagram non ha che accolto e accelerato una tendenza in atto», conclude Ruspini. Sarà per questo che la condizione più richiesta, che sia nella giunga o su un’isola deserta, è la sicurezza di una connessione WiFi. Informazioni e consigli cercati in tempo reale, hashtag usati come bussole, scatti sontuosi e influencer più o meno noti che diventano fonti di ispirazione.

Non è un fenomeno di poco rilievo. Secondo una ricerca di OnePoll per la piattaforma di prenotazioni online eDreams, che ha coinvolto ottomila viaggiatori di sette Paesi europei, Italia compresa, il 58 per cento dei nostri connazionali, contro una media globale del 44, sceglierebbe la meta delle vacanze a seconda della sua fotogenicità su Instagram. Ma chi credesse di essere in balia di cartoline digitali artificiose e ritoccate, si sbaglia. Soprattutto fra i giovanissimi, il ritocco, uso del filtro compreso, è bandito. E chi da anni studia le motivazioni profonde che ci portano a questa condivisione forsennata, sottolinea certo un desiderio di attenzione, una tendenza narcisistica, ma anche l’innato bisogno umano di sentirsi parte di una comunità da cui venir rassicurato nelle sue scelte. A oggi, per esempio, l’hashtag #instatravel è stato usato quasi 86 milioni di volte: chi volesse raccogliere ispirazioni su mete e nuove destinazioni, non ha che da digitarlo. Ma in una piattaforma come quella di Instagram, che conta oltre un miliardo di utenti attivi nel mondo di cui 19 milioni in Italia, la mole di immagini, storie, piccoli testi, ma anche di ricordi, recensioni, emozioni, è immensa e in continua crescita.

«Le community locali di Igers sono utili per scoprire luoghi inconsueti. Io stesso li ho contattati per farmi accompagnare in posti che in guide turistiche tradizionali non avrei mai scovato, o che semplicemente erano perfetti per essere fotografati», dice Pietro Contaldo, presidente Igersitalia, l’associazione che riunisce appassionati che, con la loro produzione di contenuti digitali su Instagram, promuovono il territorio. Accanto a loro, enti turistici e professionisti del settore si stanno attrezzando per presidiare lo strumento che in definitiva sembra avere il potere di condizionare le scelte del pubblico, compreso quel mercato di viaggi che in Italia oramai vale 58,3 miliardi di euro. C’è però chi comincia a remare controcorrente. A denunciare le “folle di Instagrammer” che occuperebbero luoghi prima selvaggi e incontaminati, imbrattando di imbarazzanti selfie gli ultimi paradisi del pianeta. In un suo recente articolo per The New Republic, How Instagram Ruined the Great Outdoors, anticipazione del suo libro in uscita a luglio This Land, lo scrittore naturalista americano Christopher Ketcham fa una mappa delle infestazioni turistiche che avrebbero definitivamente compromesso le bellezze ambientali degli Stati Uniti, e cita, quale necessaria resistenza, account come Our Public Lands Hate You, che critica tutti quelli che viaggerebbero solo per postare su Instagram (“doing it for the gram”). Un richiamo, dovuto, al senso del viaggiare, dei ricordi, e delle relazioni.

Articolo già pubblicato su Repubblica del 29 maggio 2019

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